Il meraviglioso Palermo 2009-2010 che sfiorò la Champions League!

palermo 2009 2010

IL PALERMO 2009-2010, UNA STAGIONE DA SOGNO

Per il calcio Palermo non è mai stata una piazza normale. Lì si sono visti indossare la casacca rosanero ben quattro campioni del mondo, da Barzagli a Grosso, da Zaccardo a Luca Toni, quest’ultimo ceduto successivamente alla Fiorentina e fischiatissimo dal Barbera quando ci tornò con la Nazionale. Nei cinque anni consecutivi di Serie A, da quando la società è stata acquistata da Maurizio Zamparini (2002), Palermo ha saputo mantenere la pressione della categoria, sfiorando la qualificazione in Champions League ai primi tre colpi: sesto nel 2004-2005, quinto nel 2006-2007 e ottavo nel 2008-2009, anche se fu un campionato vissuto più a metà classifica. Nell’estate del 2009 la rosa siciliana era giovane e ricca di talento in ogni reparto. Il 24 maggio di quell’anno Walter Zenga annunciò di lasciare la panchina del Catania, acerrimi rivali dei rosanero. Tra l’altro dopo aver fatto il record di punti in Serie A.

L’Uomo Ragno disse platealmente, nella partita d’addio contro il Napoli, davanti alle telecamere di “non aver contatti con nessun’altra società”. A sorpresa, dopo due settimane, Zamparini lo chiamò soffiandolo alla Lazio e invitandolo a guidare la panchina dei rosanero. Ad essere contento, in realtà, non fu nessuno: né i catanesi, che vedevano in lui un “traditore”, né i palermitani, che sognavano già Delio Rossi come comandante, fresco di Coppa Italia vinta con la Lazio. La conferenza stampa di presentazione di Zenga fu a dir poco encomiabile: “Io voglio puntare in alto, voglio vincere il campionato e i miei giocatori saranno mentalizzati per vincere il campionato”. Chiaro che, l’ex portiere intendeva con quelle sue parole avere a disposizione un gruppo di ragazzi mentalmente forti che giocasse per vincere qualsiasi tipo di partita.

Il Palermo 2009-2010, inoltre, poteva vantare di avere in dirigenza uno come Walter Sabatini, scopritore seriale di talenti sudamericani. Dall’Huracan arrivò Javier Pastore, El Flaco. Giocatore con una sensibilità tecnica sopraffina, tipica dei Sudamericani, che però peccava in fase realizzativa. Un “genio” a metà, per usare un eufemismo. Nella prima amichevole del ritiro estivo austriaco stoppò il pallone, fece tunnel con l’esterno e diede la palla in profondità per Miccoli. Zamparini in tribuna si commosse, con la consapevolezza di avere in casa un predestinato.

LA STAGIONE

Insieme all’argentino arrivò Nicolas Bertolo, un tuttofare di centrocampo proveniente dal Banfield. Successivamente il Palermo optò per uno scambio di portieri, con Amelia al Genoa e Rubinho in Sicilia. Infine la famosa “quota rumena”, come la chiameranno i giornali e chiesta espressamente da Walter Zenga, uno che da quelle parti aveva vinto uno scudetto con la Steaua Bucarest: il Nazionale Dorin Goian e lo svincolato Cristian Melinte, che si rivelerà un bidone colossale. Zenga cominciò dunque la sua nuova avventura in quel di Palermo, che l’anno prima aveva espugnato 4-0 con il suo Catania anche grazie alla rete favolosa da centrocampo di Beppe Mascara. Particolarità del mister furono gli schemi da calcio piazzato, curati dallo specialista Gianni Vio. Famosa fu la punizione di Mascara contro il Torino con Plasmati che si abbassò i pantaloncini per disturbare il portiere granata Sereni.

Il giorno dopo il designatore Collina spiegò che si trattava di un gesto antisportivo. Il primo problema di quel Palermo fu proprio in porta, visto che Rubinho l’aveva scelto proprio Zenga. Il brasiliano si dimostrò fin da subito insicuro, sbagliando le uscite (vedi contro la Roma che costò 2 punti) e con poca predisposizione a garantire sicurezza a tutta la retroguardia. La svolta avvenne all’Olimpico contro la Lazio, quando tra i pali venne premiato un ragazzino sardo, Salvatore Sirigu. Il prodotto del settore giovanile rosanero era all’esordio assoluto in Serie A, ma si dimostrò subito pronto a seguito di tutte quelle innumerevoli parate contro i biancocelesti (partita che finì 1-1). Zenga, insomma, aveva tappato la falla del portiere.

Tuttavia i problemi non finirono. L’assenza del cervello di centrocampo come Fabio Liverani si fece sentire. Il regista dovette stare fuori 3 mesi per i postumi di un infortunio al crociato del ginocchio destro. Senza di lui Zenga fu costretto a ruotare uomini e sistemi di gioco, alternando difesa a tre e a quattro senza mai dare equilibrio e stabilità. Fino a novembre i punti scarseggiavano, e i due punti fermi erano Edinson Cavani e Fabrizio Miccoli.

L’ESONERO DI ZENGA E L’ARRIVO DI DELIO ROSSI

Le vittorie contro Napoli e Juventus (sia all’andata che al ritorno) dimostrarono la compattezza e la forza di quel Palermo. Fino a dicembre la squadra andava ad intermittenza, capace di regalare anche tre vittorie consecutive, ma capace anche di incappare in battute d’arresto importanti, come la sconfitta di Bologna, in cui il peggiore in campo, nonostante il gol, fu un giovane difensore danese, Simon Kjaer. Contro Zalayeta e Di Vaio il centrale andò totalmente in difficoltà. A scoprirlo fu l’ex direttore sportivo del Palermo, Rino Foschi, che lo notò in un Torneo di Viareggio nel 2008 con la maglia del Midtjylland. Il 29 ottobre 2009 i rosanero andarono a San Siro per giocare contro l’Inter.

Da un 4-0 a favore dei nerazzurri nel primo tempo, la squadra di Zenga fece 3 gol nel secondo, salvo poi sbattere contro il muro perdendo 5-3 con uno strepitoso Mario Balotelli, autore di una doppietta.

Dopo tre partite senza vittoria contro Genoa (0-0), Bologna (3-1 persa) e Catania (1-1), il mangia allenatori Zamparini fece fuori Walter Zenga. Non una sorpresa. Una decisione che in pochi si aspettavano. A non essere ancora impattante fu il giovane da svezzare Javier Pastore, che aveva le singole giocate da far brillare gli occhi, ma peccava nella continuità di rendimento. Il 26 novembre 2009 Delio Rossi subentrò in panchina. L’oggetto del desiderio di Palermo fin dall’estate. Un allenatore estremamente apprezzabile soprattutto per valorizzazione dei giocatori sul piano tecnico e sulla mole di gioco che creano le sue squadre. L’ex Lazio doveva rivacillare ambiente e squadra. La prima cosa che fece fu parlare con il Flaco Pastore, spedendolo in panchina per almeno un mese fino a quando non sarebbe entrato nei meccanismi voluti da Rossi.

Liverani recuperò dall’infortunio, e il nuovo tecnico pose le basi del 4-3-1-2. Sirigu in porta, Kjaer e Bovo centrali, con Balzaretti a sinistra e Cassani a destra, due terzini che fecero una stagione entusiasmante. Liverani il play basso, mentre Nocerino e Fabio Simplicio agivano rispettivamente alla sua sinistra e alla sua destra. Pastore fu il trequartista, mentre Miccoli e Cavani composero la coppia d’attacco. Una squadra semplicemente stellare. Citazione di merito anche per la Statua, Mark Bresciano, per il Vin Diesel di Palermo Giulio Migliaccio e per il croato Igor Budan, autore di gol pesanti.

LE GRANDI VITTORIE CONTRO MILAN E JUVENTUS

Con Delio Rossi il Palermo cambiò completamente faccia, vincendo subito tre partite consecutive, tra cui una in Coppa Italia e soprattutto a San Siro contro il Milan di Leonardo grazie alle reti di Miccoli e Bresciano. L’anno solare 2009 si concluse con una vittoria di misura (1-0) contro il Siena. Il girone di andata, invece, terminò con un pareggio in trasferta contro la Sampdoria (1-1) e la vittoria casalinga contro l’Atalanta (1-0). Partite che videro il Matador Cavani andare a segno in tutte e tre le gare consecutive. Quel Palermo aveva un’identità precisa: quando poteva palleggiava, quando non ci riusciva andava lungo su Cavani, abile nel fare reparto da solo e aprire gli spazi per gli assaltatori di centrocampo rosanero, che attaccavano l’area con una veemenza fuori dal normale.

E poi le qualità tecniche. I tiri a giro di Miccoli (vedi contro Milan e Juventus), il dinamismo di Nocerino e Simplicio, le stoccate del Matador, le botte da fuori di Cesare Bovo, la spettacolarità di Pastore. Insomma, sembrava l’anno giusto per pensare in grande. Le partite contro le grandi stavano diventando sempre più scontri diretti. A Napoli arrivò uno 0-0 amarissimo dopo che Miccoli si fece parare un rigore da De Sanctis. Una settimana dopo la Fiorentina di Prandelli e Gilardino, odiato enormemente per via di quell’esultanza per un gol di mano l’anno precedente, venne travolta 3-0 al Barbera. A brillare nel girone di ritorno fu una Joya, Abel Hernandez. Uruguaiano spacca partite, fortissimo nell’attaccare la profondità e spazi aperti concessi dagli avversari. Più imprevedibile, meno goleador, ma estremamente efficace.

Il 28 febbraio 2010 il Palermo sbarcò al quarto posto vincendo a Torino contro la Juventus, portata a lezione di calcio dalla squadra di Delio Rossi. Il gioiello di Miccoli e la rete di Budan sancirono la vittoria. Davanti ai siciliani viaggiavano la Roma di Spalletti, il Milan e l’Inter del futuro Triplete. Sotto seguivano Juventus e Napoli. I bianconeri erano in picchiata verticale dopo l’esonero di Ferrara e l’arrivo di Zaccheroni. C’era anche il Genoa del Gasp, che l’anno prima era arrivato quinto. Ma soprattutto, zitta zitta, c’era quella Sampdoria di Del Neri, Marotta e Paratici. Quella Sampdoria della coppia del gol Cassano-Pazzini. Una gioia per gli occhi.

L’EPILOGO AMARO CONTRO LA SAMPDORIA

Il campionato stava diventando sempre più imprevedibile, soprattutto per la zona Champions. La Sampdoria risaliva sempre di più, ma il Palermo resisteva, rimanendo quarto fino alla 33esima giornata. Mostruosa fu la stagione di Fabrizio Miccoli, che da solo batté il Bologna 3-0 con una tripletta storica. Come da solo piegò le mani dell’ex Rubinho nella partita contro il Livorno, finita 1-0 per i rosanero. Il 3-1 sul Milan di fine aprile issò il Palermo sempre più al quarto posto, con la Samp che però non mollava. Lo spartiacque della stagione fu alla quart’ultima giornata, quando la Roma di Ranieri perse in maniera rocambolesca all’Olimpico per 2-0 contro la Samp, trascinata dalla doppietta di Pazzini. Ad essere gelato, oltre che il pubblico giallorosso, fu quello rosanero.

Le ultime tre per la squadra di Delio Rossi prevedevano: Siena, Sampdoria in casa e Atalanta ancora in trasferta. Contro i toscani Miccoli e compagnia vinsero per 2-1, mentre i genovesi batterono il Livorno 2-0. Il 9 maggio 2010 sarà una data da croce rossa per il popolo palermitano, visto che al Barbera faceva visita la Sampdoria per lo scontro diretto Champions. Al Palermo serviva la partita della vita, serviva vincere per centrare quell’obiettivo che sarebbe stato a dir poco storico. I primi 45 minuti furono molto bloccati, contraddistinti più da una fase di studio che dallo spettacolo. Una gara talmente equilibrata che solamente gli episodi potevano indirizzarla. E così fu. A inizio secondo tempo Sirigu abbatté Mannini, con Pazzini che, glaciale dal dischetto, fece 0-1. A quel punto sarebbe servita un’impresa.

L’INFORTUNIO A MICCOLI

Mancava mezz’ora e la squadra di casa di rigettò in avanti, scoprendosi troppo e rischiando anche lo 0-2, quando Cassano sbagliò a tu per tu con Sirigu. Il presidente Zamparini, scaramantico come pochi, non andava mai allo stadio quando il suo Palermo giocava le partite importanti. Al 68′ i rosanero pareggiarono su rigore con Miccoli, dopo che Zauri spintonò platealmente il numero 10 in area. Il capitano si contorse dal dolore, toccandosi il ginocchio destro. Era praticamente in lacrime ma quel penalty lo realizzò lo stesso. Fabrizio continuò a giocare da zoppo impegnando più volte Storari; sentiva così tanto l’importanza della partita che rimandò più volte il cambio. Dopo 8 minuti le sue gambe cedettero del tutto e fu costretto ad uscire nella partita che valeva una stagione intera.

La diagnosi parlò di lesione parziale del legamento crociato posteriore e lesione distrattiva dell’angolo opposto al ginocchio destro. E fu così che Miccoli tirò il rigore più importante della sua carriera con un crociato rotto, giocandoci poi sopra per 10 minuti. Qui ci fu tutto il Miccoli uomo, prima che calciatore. Al suo posto entrò Igor Budan, che al minuto 83 mandò di testa fuori davanti alla porta dopo che Storari aveva ribattuto male un tiro di Pastore. La posizione era regolare e Budan aveva sbagliato la rete più semplice della sua carriera. Finì così 1-1. L’ultima giornata fu inutile. Il Palermo vinse a Bergamo contro la Dea e la Samp fece altrettanto contro il Napoli.

Quei sogni di gloria della piazza più mediterranea d’Italia si spensero del tutto, ma la stagione rimaneva da incorniciare. Ci penserà poi il Werder Brema ai play-off l’anno successivo a sentenziare quella Sampdoria che aveva “rubato” il posto europeo al Palermo.

LEGGI ANCHE: QUELLA VOLTA IN CUI AL PALERMO SCIPPARONO LA COPPA ITALIA

E’ uscito il nostro libro “Frammenti di calcio”. Clicca QUI per acquistarlo