La scomparsa delle Nazionali dell’Est: una pagina di storia che si chiude

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LA SCOMPARSA DELLE NAZIONALI DELL’EST: LA FINE DI UN’EPOCA

Partiamo da una data: 9 novembre 1989, caduta del muro di Berlino. Edificato dai russi nel 1961, fu fatto crollare dai berlinesi dell’Est in segno di rivolta a colpi di piccone. Le immagini di quei primi momenti fecero il giro del mondo. Quei cento chilometri e passa di mattoni che avvolgevano la parte occidentale di Berlino furono il simbolo fisico della separazione. Non solo della città tedesca, tragicamente fratturata in due parti, ma dell’intera Europa, politicamente divisa tra Ovest ed Est. E si sa, la politica divide. Con la caduta del muro venne giù l’intero palazzo socialista, in un dominio che coinvolse tutto il sistema legato all’Unione Sovietica e al Patto di Varsavia. Questo corrispose alla fine di un’epoca, visto che da lì a poco nello sport e nel calcio sarebbe iniziata una nuova era a livello europeo e mondiale.

Nel mondo del pallone scomparvero, rispettivamente, Germania Est, URSS, Jugoslavia e Cecoslovacchia. Una pagina di storia che si chiudeva. La prima a salutare la compagnia, come detto, fu la Germania Est, maglia azzurra con bordi bianchi, la scritta DDR sopra lo stemma: un martello e un compasso gialli in campo rosso, dentro una corona di spighe. Il nero completava poi il range cromatico della bandiera tedesca. Nata nel 1952, visse la sua epopea negli anni ’70. Giocatori tosti, atleticamente forti ma tatticamente indisciplinati. Infatti pochi furono i risultati di rilievo. Il successo più prestigioso fu quello del 26 giugno 1974. Con un gol di Jurgen Sparwasser i tedeschi dell’Est batterono i cugini occidentali (futuri campioni) nell’ultima partita del girone eliminatorio dei Mondiali, sotto un violento nubifragio.

Due anni dopo la DDR conquistò l’oro alle Olimpiadi di Montreal, prima di ricadere nell’anonimato, dal quale non uscì più. Caduto il muro, la diaspora dei calciatori dell’Est si dovette compiere in pochissimo tempo. Andreas Thom, Ulf Kirsten, Thomas Doll e il futuro pallone d’oro 1996 Matthias Sammer furono i primi a salutare il vecchio mondo. La Federazione calcistica della Repubblica Democratica Tedesca chiuse i battenti il 20 novembre 1990, dopo la nascita della Germania unita sancita il 3 ottobre dello stesso anno. Il 19 dicembre 1990 debuttò la nuova Nazionale, che schierò Sammer come unico “orientale” nell’undici di partenza. 4-0 alla Svizzera con gol di Andreas Thom, il primo di un ex DDR nella Germania unificata.

IL TRAMONTO DI UNIONE SOVIETICA E JUGOSLAVIA

Il 13 novembre 1991 tramontò anche l’impero sovietico, con l’ultima partita disputata contro Cipro e vinta 3-0, quando il processo di disgregazione, iniziato nel gennaio 1990, era ormai arrivato alla fase conclusiva. L’URSS scomparve ufficialmente il 26 dicembre 1991, con il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche sovietiche e baltiche. All’Europeo 1992 partecipò la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), una nazionale a termine, che giunse in scadenza cinque mesi dopo. In quasi 70 anni di vita, la Nazionale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ebbe un ruolo di primo piano nel panorama calcistico internazionale. Tre Palloni d’Oro totali: Lev Jascin (1963), Oleg Blokhin (1975) e Igor Belanov (1986).

Per quanto riguarda la Nazionale: un Europeo nel 1960 e tre argenti (1964, 1972 e 1988). Due ori olimpici (1956, 1988) e il quarto posto ai mondiali inglesi del 1966. Unica parentesi involutiva fu a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, salvo poi tornare ad esplodere nel 1986 grazie al Colonello Lobanovski e alla simbiosi con la sua Dinamo Kiev. La terza compagine a scomparire nella primavera del 1992 fu la Jugoslavia, detta anche Brasile dell’Est, una delle Nazionali più forti per via dei vari Boban, Mihajlovic, Savicevic, Pancev, Prosinecki, Jugovic, Suker, Jarni, Badzarevic. Una rappresentativa figlia della Nazionale campione del mondo juniores nel 1987, con la qualificazione a Euro ’92 già in tasca da tempo. Ma l’inarrestabile processo di divisione interna che avrebbe portato alla frantumazione dello stato jugoslavo, indusse la comunità internazionale a sanzionare duramente la Jugoslavia.

E dunque niente europei. L’ultima apparizione della Nazionale balcanica è datata 25 marzo 1992 con l’amichevole contro l’Olanda, con gli effetti delle lotte interne che si facevano sentire sempre di più. La formazione che il CT Ivica Osim mise in campo era infatti priva di giocatori croati. Alla fine vinsero gli olandesi 2-0. Quella fu l’ultima uscita della Jugoslavia unita, che nel suo palmares vanta l’oro olimpico di Roma 1960, tre argenti ai Giochi Olimpici di Londra, Helsinki e Melbourne ed il secondo posto agli Europei del 1968, dopo la doppia finale con l’Italia.

LA FINE DELLA CECOSLOVACCHIA

Infine la Cecoslovacchia, un tempo nell’aristocrazia del calcio internazionale con il suo gioco “danubiano” caratterizzato da grande qualità e proprietà di palleggio. Seconda ai mondiali nel 1934, battuta dall’Italia nei supplementari. Stesso piazzamento in Cile nel 1962, superata dal Brasile. Nel 1976 conquistò l’Europeo ai calci di rigore contro la Germania Ovest campione del mondo, con Antonin Panenka che sfoderò il primo “cucchiaio” della storia. Nel 1980 l’oro a Mosca, ultimo trionfo. Il sipario venne calato per sempre nella partita contro il Belgio, finita 0-0. La gara, prevista per il 17 novembre 1993, era valida per le qualificazioni ai Mondiali di USA ’94. Il primo gennaio 1993 il parlamento aveva ratificato il referendum popolare del novembre precedentemente favorevole alla scissione e alla nascita di due stati indipendenti: Repubblica Ceca e Slovacchia.

La Nazionale cecoslovacca rimase in vita per la conquista di un posto al mondiale americano. Alla fine l’obiettivo venne mancato. L’addio alle Nazionali dell’Est pose fine a una parentesi ricca di storie, ombre e luci. Anche gli innumerevoli incroci con la Nazionale azzurra rimangono ricordi indelebili. Tra questi, una delle partite più belle e significative ebbe come protagonista Bruno Conti. Il suo sorriso felice, festeggiato da Bettega e Cabrini, dopo il gol del 2-0 contro la Jugoslavia il 15 novembre 1980, per le qualificazioni al Mondiale spagnolo, fu uno dei momenti più storici. L’ala della Roma, alla sua terza presenza con la maglia della Nazionale, segnò il suo primo gol azzurro con un fantastico pallonetto sull’uscita di Pantelic. Dopo aver recuperato palla al limite dell’area, fece due passi presentandosi davanti al portiere.

Pallonetto morbido di sinistro e gol della sicurezza. Per Bruno Conti una prestazione e una rete che gli valse la promozione definitiva dopo soli due mesi dall’esordio: “Debuttati l’11 ottobre 1980, in Lussemburgo. Non credevo assolutamente di giocare, anzi, nemmeno immaginavo una convocazione. Titolare era Causio. Io ero alla prima chiamata. Bearzot mi portò in panchina, entrai nel secondo tempo. Ma la cosa grandiosa si verificò in occasione della partita successiva contro la Danimarca. Causio squalificato ed io titolare con il numero sette. Un’emozione indescrivibile, a Roma, davanti alla mia gente. Giocai bene, vincemmo 2-0. Quindici giorni dopo, a Torino ecco la Jugoslavia. Il sette tocca ancora a me. E arriva anche il primo gol con la maglia azzurra. Da lì non sono più uscito”

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