La triste storia del calcio in Iraq ai tempi di Saddam Hussein e del figlio Uday

L’unica storica qualificazione irachena ad un Mondiale avvenne in un clima di puro terrore, tra punizioni terribili e violenze psicologiche.

Saddam Hussein calcio Iraq

La Nazionale di calcio dell’Iraq ha partecipato una sola volta ad una fase finale di un Mondiale, proprio durante i terribili anni della dittatura di Saddam Hussein. Il leader del Paese affidò il progetto di sviluppo calcistico al figlio Uday, che con metodi piuttosto discutibili, contribuì allo storico traguardo. Curiosamente, arrivarono ben 4 allenatori brasiliani contemporaneamente.

SADDAM HUSSEIN E IL PROGETTO DI CRESCITA DEL CALCIO IN IRAQ

La storia, più o meno recente, ci ha spesso insegnato come i più feroci regimi politici abbiano frequentemente utilizzato lo sport come pura arma di propaganda. Ottenere risultati illustri, mostrare una crescita dell’intero movimento e, soprattutto, far vedere che il governo era sensibile anche a questo ambito, portava consensi unanimi. Una mossa sperimentata da tanti terribili dittatori, tra cui Saddam Hussein, il sanguinario, autoritario e repressivo leader iracheno, salito al potere nel 1979. Il primo, brutale periodo, utilizzato soprattutto per sopprimere le opposizioni, si riflesse in maniera piuttosto negativa sullo sport, quasi del tutto messo in naftalina.

La svolta, quanto meno nell’idea di porlo come aspetto centrale della propria propaganda, avvenne poco prima della metà degli anni ’80. A far scattare il meccanismo nella mente di Saddam Hussein, furono una serie di successi e ottimi risultati ottenuti dalla Nazionale di calcio dell’Iraq. Una squadra che, al fronte del menefreghismo quasi totale che aveva ricevuto sino a quel momento, era ricca di qualità, soprattutto nel reparto offensivo, illuminato dai due celebrità come Hussain Saeed e Ahmed Radhi. Tra il 1981 e il 1984 arrivarono le vittorie al Torneo Merdeka, ai Giochi Asiatici, alla Coppa delle Nazioni del Golfo e alla coppa Merlion. Inoltre, si raggiunse un onorevole terzo posto nella Coppa Marah Halim.

IL CRUENTO FIGLIO UDAY

I successi calcistici di quella generazione d’oro, ovviamente, finirono ben presto sotto la lente di ingrandimento del feroce dittatore. Costui, notando il gradimento del popolo, pensò bene di costruirci sopra una vera e propria propaganda. L’idea di Saddam Hussein, neanche troppo velata, era di portare l’Iraq per la prima volta ai Mondiali di Calcio. L’edizione messicana del trofeo era in programma per l’estate del 1986 e rappresentava una ghiotta chance per realizzare il progetto. Per gestire in prima persona il tutto, Hussein diede pieno potere al figlio Uday, messo al vertice della Federcalcio irachena. Il ragazzo, all’epoca appena ventenne, si mostrò addirittura più feroce, cruento e sadico del padre.

Instaurò immediatamente un clima di puro terrore in tutto l’ambiente calcistico. I calciatori era sottoposti costantemente ad una vergognosa pressione psicologica. In caso di perdita di una partita o ancor peggio di eliminazione da un torneo, le punizioni erano devastanti. Fustigazioni, scottature con l’acido, incarcerazioni, botte e torture di vario genere. I vergognosi metodi colpirono addirittura il campionato locale. Capiva sovente che, qualora Uday si trovasse in tribuna ad assistere al match, decidesse di punire i calciatori per alcuni comportamenti a lui non graditi. Il Nazionale Abbas Allaiwi, ad esempio, si fece espellere durante una partita tra il suo Al Jaish e l’Al Talaba per aver sputato all’arbitro.

Fu squalificato per un anno, incarcerato per un mese e torturato con scariche elettriche ogni mattina. Molti dei migliori giocatori iracheni, ormai terrorizzati dalla situazione, fuggirono all’estero, cercando di strappare accordi con squadre straniere. Uday, intanto, aveva preso anche il controllo di un club (l’Al Rasheed), finendo, di fatto, anche per falsare il campionato locale. Tutti gli elementi più forti erano costretti a trasferirsi nella sua squadra. C’erano vantaggi incredibili e per gli arbitri era praticamente proibito anche soltanto ammonire un calcatore dell’Al Rasheed. Il famoso e leggendario allenatore Amu Baba, alla guida di diverse altre società, provò a denunciare lo scandalo ma, per tutta risposta, fu picchiato in uno stadio, dinanzi a 50 mila persone.

I QUATTRO ALLENATORI BRASILIANI

Ovviamente, gran parte dei calciatori dell’Al Rasheed componevano la rosa della Nazionale irachena. A loro, almeno finché le cose andavano bene, venivano dati grandi benefici. Quel gruppo raggiunse perfino una finale di Champions asiatica nel 1989. L’Iraq, inoltre, continuava ad ottenere risultati importanti. Questa situazione non fece che aumentare i consensi nei confronti dell’operato di Uday, nonostante i suoi metodi fossero piuttosto conosciuti. Gli stessi giocatori dell’Al Rasheed, seppur privilegiati rispetto ai loro colleghi, subirono alcune angherie in seguito a delle sconfitte. Ad esempio, la più classica delle punizioni, era rappresentata dalla rasatura totale dei capelli. Intanto, come stabilito già all’inizio del progetto di Saddam Hussein, la priorità era che l’Iraq si qualificasse alla Coppa del Mondo di calcio.

Per far ciò, Uday pensò bene di affidarsi alle conoscenze di allenatori brasiliani. Nella sua mente, infatti, sarebbe bastato mettere in panchina un tecnico proveniente dal paese del calcio-samba per crescere immediatamente come formazione. Uday, però, decise di fare le cose in grande e chiamò addirittura 4 allenatori, i quali atterrarono a Baghdad nel luglio del 1985. Alberto Lancetta, ex preparatore atletico del Brasile, con l’incarico di curare l’aspetto fisico della squadra. Per la parte tattica, la famiglia Hussein chiamò i due fratelli di Zico, Eduardo e José Antunes Coimbra. A supervisionare il tutto, ci sarebbe stato Jorge Vieira, il più esperto e preparato dei quattro. Ciascuno di loro ricevette un lauto stipendio di ben 20 mila dollari mensili.

LA STORICA QUALIFICAZIONE AI MONDIALI DI CALCIO DELL’IRAQ DI SADDAM HUSSEIN

La scelta “brasiliana” si rivelò immediatamente vincente. L’ottimo lavoro dei 4 tecnici, infatti, sembrò completare la rosa irachena di ciò che precedentemente mancava. Oltre al maggior rigore tattico, i componenti della squadra mostrarono una grinta nuova e disputarono un grande cammino di qualificazioni. L’Iraq si ritrovò a giocare uno storico spareggio contro la Siria, per determinare l’ultima selezione asiatica che avrebbe staccato il pass per il Messico. L’andata, giocata a Damasco, terminò con un buon 0-0. Il ritorno, invece, anche per via della famosa guerra tra l’Iraq stesso e l’Iran, fu disputato su un campo neutro, in Arabia Saudita.

Curiosamente, la scelta ricadde su un impianto in erba sintetica, piuttosto frequente già al tempo da quelle parti date le difficoltà di curare manti naturali. L’Iraq, decisamente superiore alla compagine siriana sotto l’aspetto tecnico, si impose per 3-1, ottenendo la prima storica qualificazione ad un Mondiale. In tutto il territorio iracheno esplose una festa pazzesca, durata per ben 3 giorni. I 4 brasiliani furono letteralmente osannati, anche nel proprio Paese. Vieira, ad esempio, ricevette il soprannome de Il Califfo di Baghdad. A quel punto, però, accadde qualcosa di semplicemente assurdo. Le celebrazioni in tutto l’Iraq per lo storico risultato ottenuto nel calcio, finirono per indispettire Saddam Hussein e, soprattutto, il figlio Uday.

LA PRECOCE (E PREVEDIBILE) ELIMINAZIONE DAI MONDIALI

Uday, infatti, si riteneva il vero e proprio artefice del miracolo. Nel suo delirio di onnipotenza, era inconcepibile che tutti i meriti di quel fantastico traguardo fossero attribuiti a Vieira e al suo staff. Così, senza troppi giri di parole, convocò il tecnico brasiliano in sede e lo licenziò. Assieme a lui, furono allontanati anche il preparatore atletico Lancetta e il tattico Josè Antunes. La squadra fu affidata all’unico brasiliano rimasto a Baghdad, il fratello di Zico, Eduardo. Costui, però, per evitare polemiche con i 3 connazionali, decise di dimettersi dopo pochi giorni. A pochi mesi dall’inizio del Mondiale, l’Iraq si ritrovò senza guida tecnica. Uday, in fretta e furia, iniziò a contattare numerosi CT. Corteggiò inutilmente Mario Zagallo e Minelli. Fu ad un passo dal trovare un accordo con Zè Mario ma costui, già a Baghdad per la firma, intuì la situazione e se la diede a gambe levate.

Alla fine, come ultima carta, arrivò Evaristo de Macedo, che era il CT della Siria allo spareggio di qualche mese prima. Il tecnico, ovviamente, accettò di buon grado, data la grande chance di partecipare ad un Mondiale. I sorteggi videro l’Iraq finire nel girone del Messico (nazionale ospitante), del Belgio e del Paraguay. Non squadre di primissimo livello ma decisamente superiore agli asiatici. Il tasso tecnico però, non venne minimamente preso in considerazione da Uday, che fissò intrepidamente l’obiettivo ad una improbabile qualificazione agli ottavi. L’Iraq, pur giocando con onore, perse di misure contro Belgio e Paraguay nelle prime due sfide. Macedo venne incredibilmente esonerato. Per l’ultima sfida contro i messicani, persa per 1-0, in panchina andò Akram Ahmad Salman, un collaboratore tecnico.

UNA NAZIONALE UMILIATA AL RITORNO A BAGHDAD

Il percorso messicano degli iracheni era da considerarsi tutto sommato positivo. Non tanto, ovviamente, per le 3 sconfitte, quanto per l’aver dimostrato di potersela giocare alla pari con tutte le altre squadre. L’Iraq, inoltre, si era resa protagonista anche di episodi particolari. Aveva disputato il Mondiale indossando delle originali divise azzurre (la seconda maglia era addirittura gialla) anziché le abituali bianche. Si narra che l’Adidas avesse semplicemente sbagliato a produrle e la Federazione avesse deciso di soprassedere sul pasticcio.

Poi, durante il match contro il Paraguay, Ahmed Radhi aveva visto annullarsi il gol del pareggio poiché l’arbitro aveva fischiato la fine del primo tempo mentre il pallone stava per entrare. Nella sfida col Belgio, invece, ben due iracheni si fecero ingenuamente espellere. Gorgis non trovò di meglio che applaudire ironicamente l’arbitro, mentre Mahmoud, addirittura, gli sputò in faccia. Chiaramente, entrambi subirono poi le conseguenze del loro gesto dinanzi a Uday. Costui, inoltre, allargò la punizione a tutti i componenti della rosa. Irritato per la precoce eliminazione, mise alla gogna tutta la squadra al ritorno a Baghdad. In diretta TV, li insultò e li denigrò per poi condurli nei soliti carceri.

Nei mesi seguenti, vennero umiliati, rasati, costretti a dormire sul pavimento senza cuscino, frustati, bastonati e perfino ricoperti di letame per far si che le ferite si infettassero. Un destino simile a quello che toccò ai reduci del seguente corso, che non riuscirono a qualificarsi per Italia ’90. In definitiva, il breve momento di gloria del calcio in Iraq è, quindi, legato ai più atroci e discutibili metodi di Suddam e Uday Hussein. Successivamente, i dittatori si “disinnamorarono” di questo sport, lasciandolo al proprio corso.

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