Intervista esclusiva a Giacomo Ratto, il portiere italiano che gira il mondo!

Giacomo Ratto
Il portiere giramondo, Giacomo Ratto, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Football Story, raccontandoci tanti aneddoti interessanti della sua carriera.

GIACOMO RATTO, UN NUMERO 1 ITALIANO IN GIRO PER IL MONDO

Giacomo Ratto è un portiere italiano classe 1986. La sua carriera è stata caratterizzata da un continuo girovagare per il continente. Tantissimi i campionati “particolari” che lo hanno visto protagonista. Proprio all’estero, è riuscito a trovare una sua dimensione, riuscendo a togliersi molte soddisfazioni e a disputare perfino tornei continentali. Dopo i primi anni in Italia, che lo hanno visto militare per lo più nei campionati di Eccellenza e Promozione, Ratto ha fatto le valigie. Svizzera, Malta, Nicaragua, Isole Fiji, Mongolia, Islanda e una piccola avventura anche in Grecia, svanita presto per problemi di transfer. In esclusiva per Football Story, Giacomo si è raccontato a 360 gradi, tra passato, presente e sogni futuri!

L’INIZIO DELL’AVVENTURA PER IL MONDO

1) Giacomo Ratto, la prima domanda è piuttosto ovvia ma inevitabile, considerando la tua fama di giramondo. Com’è nata questa opportunità e come hai preso la decisione? E, soprattutto, quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato, girando anche in luoghi remoti del pianeta?

Iniziò tutto con una telefonata il 26 Dicembre 2012. Keith Vella Muscat, segretario dell’ SK Victoria Wanderers FC, mi chiamò per comunicarmi il loro interesse. Mario Muscat (leggenda del calcio Maltese) segnalò il mio nome. Qualche mese prima vidi su Internet che aveva una scuola portieri e decisi di inviargli una mail con il mio materiale video. Gli chiesi una mano per trovare squadra nell’isola, se gli fossero piaciute le mie qualità. Qualche mese dopo ricevetti una sua mail dicendo che un club cercava un portiere e mi avrebbe proposto. Fu così che, quasi per caso, il 3 gennaio arrivai a Malta ed iniziò la mia carriera da professionista all’estero, quantomeno a livello senior (ho giocato nell’estinto Varese FC a livello di giovanili professionistiche).
Questa ricerca dell’ estero fondamentalmente è sempre stata un po’ dentro di me. Ho sempre avuto un’idea di mondo, più che d’Italia, come luogo in cui vivere e lavorare. Le porte del professionismo nel mio Paese si sono chiuse nel 2006 quando rifiutai un’offerta che avrebbe potuto portarmi a livelli importanti. Purtroppo si sa, la vita è fatta di decisioni ed a volte prendiamo quelle sbagliate. Tornando al 2012, stavo facendo una grande annata con il Leggiuno Calcio, (squadra della provincia di Varese).  Il mio preparatore dei portieri, Andrea Callegarini fu determinante in tutto ciò, dandomi una nuova visione sull’interpretazione del ruolo. Questa nuova consapevolezza si trasformò presto in nuovi stimoli, nuove idee:”se il mio preparatore dice che ho qualità almeno da Serie C devo provare a fare qualcosa. Se l’Italia mi ha etichettato come portiere di categorie inferiori proverò a crearmi carriera all’estero”, fu così che tutto ebbe inizio.
Tutto il resto è frutto delle circostanze, delle offerte ricevute e di una mentalità aperta alla scoperta. Non ho mai visto le frontiere come delle barriere invalicabili ma bensì come la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo. Sono stato in grandi capitali, come Ulaanbaatar (primo calciatore italiano professionista in Mongolia), Managua, Ciudad de Panamá, Atene e realtà più piccole come Isafjördur, Victoria, Suva. Quindi non considererei questi posti come luoghi remoti. Non ho mai trovato grandi difficoltà, soprattutto a Malta o in Grecia, per esempio. In Nicaragua è stato abbastanza difficile adattarsi al cibo (molto pollo, riso e tanto fritto) ed agli allenamenti alle 6 di mattina per il caldo.
In Mongolia inizialmente la lingua è stata una barriera, ma presto ho capito come farmi capire in campo e fuori. Ho dovuto insegnare termini in inglese ai miei compagni. In Islanda mi sono dovuto abituare al freddo e alla vita in un paesino di 2500 abitanti distante parecchie ore dalla capitale Reykjavik e da Akureyri. Però in fondo più che delle difficoltà sono state delle possibilità di crescita ed arricchimento personale, culturale (calcisticamente e non) un apprendere continuo di come gestire certe situazioni.

LE DIFFERENTI CULTURE

2) Cambiando così tanti Paesi, ti sei trovato a fronteggiare un’infinità di culture differenti, sia da un punto di vista umano che sportivo. Quali sono gli aneddoti più curiosi, sia calcistici che non, che ti sono capitati? Il luogo più bello dove hai vissuto?

Un mio allenatore mi diceva sempre che il calcio è lo specchio della vita di una società. Effettivamente le Nazioni sono molto differenti culturalmente tra loro anche nell’interpretazione del gioco e nel modo di vivere un pre-post partita. In Centro-America, per esempio, si prega prima e dopo un allenamento ed una partita. Nel pre-gara in spogliatoio c’è chi canta fino a quando il mister non inizia il discorso tattico-motivazionale e fino a che non si esce per il riscaldamento. Poi in campo tutto cambia, spinti dalla bolgia puoi percepire la tensione.

Sai, il calcio è universale in fondo. Può essere vissuto con più o meno intensità durante la settimana, ma quando scendi nel rettangolo verde è competizione pura ovunque. A Panamá mi è capitato di fare la doccia all’aperto, bagnato dalla pioggia e dall’acqua della doccia. In Mongolia ho mangiato carne cucinata in puro stile mongolo (con pietre bollenti) e dormito nelle Yurte nel pre-partita di un derby contro l’Ulaanbaatar FC. Nonostante quasi tutte le squadre siano di Ulaanbaatar, questo è un derby sentito anche perché i presidenti sono amici dall’infanzia, gente ricca e potente.

A Malta nel 2013 mi ricordo che nei post partita era tappa fissa alla Club House a mangiare cibo ed alcol. Invece sempre in Mongolia una volta a cena in casa con i miei compagni stavo fischiettando. Mi hanno zittito immediatamente, poiché nella loro cultura è un modo per attirare gli spiriti . Non saprei quale luogo sceglierei, Malta mi piace molto ma sono anche innamorato della Grecia. Ulaanbaatar è una metropoli moderna, hai tutto ciò di cui hai bisogno, l’unica pecca è l’inquinamento.
Managua ha delle zone meravigliose, ma in generale il Nicaragua è stupendo. Isafjördur è un villaggio molto piccolo ma molto bello, anche se forse dopo un lungo periodo potrebbe diventare monotono. Ma l’Islanda a livello naturalistico è stupenda. Le Fiji beh, penso che non ci sia molto da dire. Diciamo che ogni posto in cui sono stato ha dei pro e dei contro, tutto dipende dal gusto personale di ognuno!

LE ESPERIENZE CALCISTICHE MIGLIORI NELLA SUA CARRIERA

3) Qual è stata l’esperienza più bella che ha vissuto Giacomo Ratto da un punto di vista sportivo? Dove ti sei tolto le migliori soddisfazioni professionali? 
Calcisticamente mi sono tolto una grande soddisfazione in Mongolia raggiungendo il 3º posto in MFF Cup (coppa di Mongolia) e di esserci salvati senza problemi, anzi fino a poche giornate dal termine ci giocavamo il 3º posto. Il club era di nuova formazione ed abbiamo cambiato 3 allenatori in 6 mesi. All’inizio mancava organizzazione ed idee calcistiche, ma quando è arrivato Rodrigo Hernando tutto è cambiato. A Malta il primo anno sono arrivato con il club all’ultimo posto ed abbiamo concluso al 3º posto e nelle 2 successive stagioni (2018 e 2020) sono arrivato in situazioni limite ma abbiamo invertito la rotta fino alla salvezza.
Forse il ricordo in assoluto più bello è stato in Nicaragua quando giocavo con l’ UNAN Managua FC nel 2014, esordio contro il CD Walter Ferretti, un club storico, 4-5000 persone allo stadio, insultandomi dall’inizio alla fine. Feci una grande partita e fui selezionato nei 3 giocatori in corsa per il Man of The Match con Dani Cadena e Bernardo Laureiro del W. Ferretti. Arrivai secondo e fui il migliore in campo della mia squadra. Ricordo indelebile, e quello CONCACAF un capitolo non ancora chiuso, sento che è un percorso lasciato a metà.

4) Dove hai trovato il livello tecnico più alto? Ti è capitato di vedere, in questi campionati, giocatori che a livello qualitativo potrebbero anche fare un altro tipo di carriera se solo avessero più visibilità?
Se parliamo di pura tecnica Panama, Nicaragua e Mongolia ho trovato giocatori molto molto validi. In Mongolia ne sono stato addirittura sorpreso. A Malta ci sono giocatori molto bravi locali, e stranieri di qualità alta. Qui mii confronto contro calciatori che hanno giocato in serie A in Colombia, Serbia, B Brasiliana, serie A e B Portoghese.  Danjel Bogdanovic per esempio (che ora si è ritirato) ha più di 80 partite in Championship Inglese. In Centroamérica ho giocato con giocatori Nazionali, Edwin Aguilar o Luis “Maragatos” Rentería (Rip), Emilio Palacios che è il goleador historico della Nazionale Nicaraguense.
Quest’ultimo, quando giocava nel Parmalat, doveva andare in prova al Parma. Qui a Malta ho 2 compagni di squadra che sono stati chiamati con la Nazionale Under 19. Quindi assolutamente direi che ci sono giocatori di livello per poter giocare in Europa, però nel caso dei non europei il passaporto pesa e non è semplice. Però, se guardi le carriere, alcuni elementi hanno militato in ottimi campionati come Bolivia, Venezuela o Colombia.

L’ITALIA E IL FUTURO PROFESSIONALE DI GIACOMO RATTO

5) Hai mai avuto davvero l’opportunità di tornare nel calcio italiano e, se si, cosa ti ha spinto a non accettare l’offerta?
Un’ offerta vera e propria non l’ho avuta in Italia, c’era stata una possibilità a Matera in serie C nel a gennaio 2019, poi la situazione societaria blocco tutto. L’anno scorso mi avevano parlato di una possibilità in D al Notaresco, ma quando mi dissero che si erano decisi a presentare un’offerta ormai avevo firmato qui a Malta. Non ho mai chiuso le porte al mio paese, vedremo in futuro cosa succederà.
6) Nei vari campionati in cui hai militato, ti è capitato di trovare allenatori con idee che ti hanno conquistato e che magari farai tue qualora deciderai di intraprendere questa carriera dopo il ritiro dall’attività? Qual è la tua idea di calcio? Ti piacerebbe avere un percorso da allenatore simile a quello che hai avuto da calciatore, con la valigia sempre in mano o vorresti tornare in Italia? Insomma, che farà Giacomo Ratto da grande?
C’è un’allenatore su tutti dal quale ho imparato tanto, sia a livello tecnico/tattico, psicologico che di adattamento, ed è Rodrigo Hernando González, mio ex allenatore ai tempi dell’Ulaanbaatar City FC. Oltre ad essere un grande allenatore è una persona con dei valori umani fantastici. Mi ha dato una visione differente da quella che un po’ abbiamo in Italia, una metodologia di allenamento meno analitica e più cognitiva-globale ed ho visto i risultati in campo. Io si mi vedo come allenatore in un futuro, mi piace molto onestamente. Ho avuto la possibilità di allenare delle Under 14 e sembrerebbe riuscirmi abbastanza bene.Il mio idolo della panchina ha un nome ed un cognome, si chiama Zdenek Zeman.
Io adoro il calcio offensivo e combinato, il calcio è uno spettacolo e così deve essere interpretato. Le mie squadre saranno formazioni offensive, che vogliono dominare il gioco, con un identità, ma che in alcuni casi sapranno anche adattarsi ai momenti della partita o di determinate gare. Sia i miei giocatori che i tifosi dovranno divertirsi, rispettivamente giocando e guardando le partite. Non so se la mia carriera sarà in Italia o all’estero. Come nella mia carriera da giocatore, dipenderà molto da dove potranno aprirsi delle possibilità. Il mio sogno, comunque, è quello di allenare il Deportivo La Coruña.

IDOLI DI INFANZIA E IL TIFO PER IL DEPORTIVO LA CORUNA

7) A quali portieri si ispira Giacomo Ratto? Quali sono i tuoi idoli d’infanzia e a quale estremo difensore pensi di assomigliare tecnicamente? Ma soprattutto, il fatto che da sempre l’Italia sia una nota scuola di portieri a livello mondiale, ha determinato aspettative maggiori in te quando sei arrivato in nuovi campionati?
Io ho capito che il portiere era il mio ruolo dopo aver visto Luca Marchegiani ad USA ’94. Lui è stato il mio idolo d’infanzia, portiere fenomenale molto sottovalutato secondo me. Mi sono ispirato appunto a Marchegiani, ma anche a Preud’Homme e Jorge Campos su tutti. Posizione e sobrietà (Marchegiani), esplosività (Preud’Homme) estrosità e gioco con i piedi (Jorge Campos) un mix di questi portieri. Quando riguardo alcuni video di Morgan De Sanctis ai tempi di Udine trovo delle grandi similitudini per quanto riguarda la tecnica di parata e lo stile nell’interpretazione del ruolo.

Andrea Callegarini è l’allenatore che mi ha lasciato di più a livello tecnico. Lui ha la stessa filosofia nell’interpretazione del ruolo di Oscar Verderame, Rossano Berti e Giorgio Rocca. De Sanctis a Udine aveva Giorgio Rocca e credo che plasmò molto il suo modo di interpretare il ruolo come Andrea fece con me. L’essere italiano quando venni a Malta la prima volta mi diede un punto in più a favore quando scelsero me e di conseguenza le aspettative furono alte. In generale l’essere straniero crea un’alta aspettativa di performance, devi rendere punto e basta. Ora come ora ti dirò che apprezzano di più gli spagnoli rispetto agli italiani, anche se credo che rimaniamo la miglior scuola di portieri al mondo.
8) Sappiamo che sei un noto tifoso del Deportivo la Coruna. Come nasce questa tua passione per il club galiziano? Hai mai avuto modo di seguirlo dal vivo? Il tuo giocatore preferito tra quelli che hanno vestito la maglia del Depor e perché?
L’amore per il Deportivo La Coruña nacque nel 2000. Giocavo nel Varese ed una domenica mattina dovevamo partire presto per andare a Bergamo a giocare contro l’Atalanta. Svegliandomi, accesi la TV e su TMC c’era una partita del Depor. Songo’o, Manuel Pablo, Naybet, Donato, Romero, Mauro Silva, Flavio Conceição, Fran, Víctor, Djalminha, Makaay, Pauelta, El Turu Flores. Mi innamorai del gioco di quella squadra che vinse la Liga pochi mesi dopo. Nella stessa estate andai in vacanza in camper con la mia famiglia. Facemmo tutta la costa Nord della Spagna, passando per La Coruña e mi innamorai della città. Tutto nacque così, calcisticamente il mio idolo era ed è “O Mago” Djalminha. Un giocatore stratosferico, geniale, capace di qualsiasi magia e mai come ornamento, ma dalla quale nasceva sempre qualcosa, un assist, un goal, una superiorità numerica. Purtroppo fu fermato un po’ troppo dal suo carattere irrequieto.
Ebbi la possibilità di vedere il Depor dal vivo nel 2004 a San Siro, terminato 4-1 dopo il goal iniziale del Rifle Pandiani. Poi nel 2017, Chiara, la mia compagna, mi organizzò di nascosto un viaggio a La Coruña. Con la collaborazione del mio gran amico Cristian Orosa, mi prenotarono l’hotel. Cristian, che come me è amico di Joan Capdevila, mi procurò un biglietto riservato da ritirare alla biglietteria dello stadio Riazor da Joan . Fu un sogno che si realizzò. Venni anche intervistato da Alfonso Nuñez su Goal TV e da Rocio Candal per Riazor.org. incredibile, un ricordo che rimarrà per sempre. Ah la partita era Deportivo – Athletic Bilbao, fini 2-2!

9) Giacomo, grazie mille per la disponibilità e per i tanti aneddoti interessanti che ci hai raccontato!

Grazie a voi  per l’intervista è stato un gran piacere rivivere questo viaggio che ancora non è terminato…
Ecco i link di riferimento delle pagine Social di Giacomo Ratto:
corrado viciani

La Ternana di Corrado Viciani: il gioco corto che portò alla storica promozione in A!

Stadio Roberto Bettega

Lo stadio di Asunción che fu intitolato a Roberto Bettega