Sandro Puppo, il primo ed unico italiano che allenò il Barcellona!

SANDRO PUPPO, L’UNICO ITALIANO CHE ALLENO’ IL BARCELLONA

L’italianità su una panchina estera è stata portata diverse volte in tutti questi anni di calcio. Trapattoni, Ancelotti e Capello sono alcuni grandi nomi che hanno trovato diverse fortune con le rispettive squadre non italiane, espandendo la propria ideologia di gioco. Il discorso poi si può allargare a Roberto Di Matteo, a Roberto Mancini e specialmente a Claudio Ranieri, un signore di calcio con la C maiuscola che è riuscito a fare un qualcosa di irripetibile col Leicester nel 2016. Bene, oggi parliamo di qualcuno che coi trofei o con le grandi vittorie ha poco a che fare ma con l’Italia c’entra eccome. Si tratta di Alessandro, detto “Sandro”, Puppo, un piacentino classe 1918 che fu il primo ed unico allenatore italiano nella storia di uno dei club più blasonati e prestigiosi al mondo, il Barcellona.

Prima di imporsi come “mister”, si mise in luce come calciatore a partire dalla metà degli anni ’30 con la maglia del suo Piacenza. Sandro era un ottimo centrocampista, alto 178cm e dotato di un grande fisico. Le sue prime grandi prestazioni non passarono inosservate alla nazionale italiana, che lo convocò per i Giochi Olimpici di Berlino 1936. Gli azzurri vinsero la medaglia d’oro ma Puppo non giocò nemmeno un minuto di partita. La grande occasione arrivò l’anno successivo, quando l’Ambrosiana-Inter (nome del club negli anni del Regime) lo portò a Milano a soli 19 anni con l’auspicio che sarebbe potuto diventare uno dei perni del centrocampo nerazzurro.

Con l’Inter non giocherà tantissimo ma in compenso vincerà il campionato 1937/’38 e la Coppa Italia l’anno seguente, alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Coi nerazzurri totalizzò 8 presenze in due anni per poi essere ceduto in prestito al Venezia. In laguna Puppo incominciò a muovere di più le gambe trovando continuità e poté condividere lo spogliatoio con due compagni di squadra eccezionali come Loik e Mazzola, che in seguito faranno le fortune del Torino salvo poi rimanere coinvolti nella strage di Superga.

IL RITIRO E I PRIMI PASSI DA ALLENATORE

A Venezia il centrocampista rimase fino al 1945, aggiungendo al suo palmares anche una nuova Coppa Italia nel ’41. Dopo il conflitto Sandro tornò brevemente nel Piacenza per poi ritrasferirsi a Venezia per la stagione 1946/’47, che terminò con la retrocessione nella serie cadetta. Il talento però non si era spento e la Roma di Imre Senkey  lo volle fortemente per le sue capacità di adattamento al ruolo di centromediano sistemista. Il biennio romano, però, fu molto sfortunato per Puppo, che si infortunò gravemente in partita non tornando più in campo. Il tunnel del ritiro definitivo lo stava imboccando ma prima di dire addio si riservò una brevissima esperienza in Serie D al Thiene per la stagione 49-50.

L’italiano si apprestò a dare vita alla sua carriera da allenatore iniziando in provincia, e non poteva non farlo da quella Piacenza che gli aveva dato tutto già da piccolino. Dopo 6 anni di gavetta tra Venezia, Thiene (come vice) e Rovereto, Puppo sentì l’odore di svolta già nel 1952, quando fu chiamato a guidare la nazionale turca che riuscì a qualificare al mondiale di due anni dopo. Tra l’altro, nelle eliminatorie, la sua Turchia riuscì ad avere la meglio sulla Spagna, che di conseguenza non si qualificò per l’edizione del ’54. Alla Coppa del Mondo la squadra di Puppo perse 4-1 contro la Germania Ovest e travolse per 7-0 la Corea del Sud. Alla fine i turchi vennero eliminati nello spareggio dai tedeschi, che si imposero 7-2.

Sandro aveva già proiettato la sua immagine atipica da allenatore, con quegli occhiali che davano la sensazione che fosse più un intellettuale o un professore universitario rispetto ad un uomo di calcio. Era un uomo raffinato, colto, intelligente, di poche parole ma con una dedizione al lavoro da fare invidia a chiunque altro. Era il classico perfezionista che non dava niente per scontato e infatti le sue squadre furono macchine perfette. In più Puppo suonava benissimo violino e pianoforte, diventando ospite fisso delle esibizioni operistiche a Barcellona.

LA GUIDA DEL BARCELLONA

Parlando di Barcellona, il Consiglio di Amministrazione (allora presieduto dal giocane Francesc Mirò-Sans) pensò nel 1954 di sostituire il tecnico Daucik con Sandro Puppo, reduce da un’esperienza al Besiktas. I catalani avevano bisogno di una guida forte caratterialmente per risollevare i cocci di una gestione disastrosa e soprattutto per riprendere le redini del calcio spagnolo, dominato dal Real Madrid di Di Stefano. Al tecnico italiano si chiese di portare disciplina e serietà in uno spogliatoio che faceva un po’ quello che voleva. Prima di mettersi al lavoro però, il suo arrivo a Barcellona fu avvolto da un certo mistero. Il club non lo avrebbe presentato ufficialmente alla stampa fino a quando Puppo non avesse superato l’esame per poter allenare in Spagna.

A livello tecnico l’italiano mise in atto una rivoluzione di gerarchie importante; fuori le glorie locali Biosca e Basora, dentro Luisito Suarez e Areta II, esordienti assoluti in prima squadra. Lo zoccolo duro era poi formato da: Velasco, Goicolea, Tejada, Moreno, Seguer, Biosca, Segarra, Bruguè, Gracia, Hanke e Flotats. Le novità invece furono: Dagoberto Moll dal Deportivo La Coruna, l’esterno Mandi dall’Oviedo e il ritorno di Alfonso Navarro, conosciuto come Navarrito. Il grande acquisto fu il centravanti uruguaiano Ramon Alberto Villaverde, direttamente dai Millonarios de Bogotà, in cui giocò al fianco della “Saeta Rubia” Di Stefano.

Sulla carta i blaugrana erano un’ottima squadra, piena di talenti e capace di aspirare a tutto. La stagione 54-55 vedrà anche l’inesorabile declino di due delle grandi stelle della squadra; il centrocampista Maria Gonzalvo e Cesar “El Pelucas” Rodriguez, cui Puppo concederà solo 4 presenze. Al contrario, il tecnico italiano puntò tantissimo sul cecoslovacco Hanke, il quale registrò la sua migliore stagione da giocatore con la maglia del Barça. Luisito Suarez, invece, fu schierato titolare in 7 occasioni.

IL DEBUTTO SULLA PANCHINA DI SANDRO PUPPO

Il debutto sulla panchina del Barcellona per Sandro Puppo avverrà il 2 settembre 1954 in un’amichevole contro lo Stoccarda. Quella sera il club inaugurò l’illuminazione artificiale di Les Corts, il campo che verrà poi sostituito dal Camp Nou. La gara finì 3-1 in favore degli spagnoli con gol di Manchon, Bosch e Moreno. Il primo terzo di campionato si chiuse con il Real Madrid in testa alla classifica a pari punti con la squadra di Sandro e l’Atletico Madrid. I Merengues si dimostrarono di un livello superiore alle pretendenti e all’undicesima giornata annientarono i catalani per 3-0 con reti di Di Stefano, Rial e Joseito. Il girone d’andata, invece, si concluse il 19 dicembre, con il Barcellona che perse 1-0 scivolando a -3 dai Blancos primi e -1 dall’Athletic Bilbao secondo.

Nelle prime partite di ritorno il Real Madrid sembrò essere in calo ma comunque la classifica non subì svarioni clamorosi. Alla diciottesima giornata il Bilbao uscì da giochi per il titolo dopo aver perso 1-0 contro il Celta Vigo. Il Barcellona, invece, consolidò la sua posizione vincendo il derby contro l’Espanyol 4-2. I ragazzi di Puppo arrivarono a -1 dal Real, mettendo sempre più pressione. Alla 20esima giornata il crollo dei Merengues a Malaga e il pareggio del Barcellona sul campo dell’Atletico portò la squadra del tecnico italiano ai vertici del campionato a 30 punti. Sul più bello, però, gli uomini di Puppo ebbero un crollo evidente a livello fisico e il Madrid ne approfittò per allungare.

Il Clasico diventò così il crocevia per la stagione: o il Barça vinceva per regalarsi un’ulteriore speranza o il Real aveva il titolo in mano. Finì 2-2 con doppietta di Gento e reti di Basora (reintegrato in rosa) e Moll. L’assenza dell’infortunato Kubala si fece sentire enormemente tra le fila del Barcellona. Tra risultati altalenanti e uno scarso rendimento finale, i blaugrana conclusero secondi a 41 punti, 5 in meno rispetto al Real Madrid vincitore (46). Terzo si piazzò invece il Bilbao di Daucik.

L’ADDIO E LE ALTRE PARENTESI

Per quanto riguardava la Copa del Rey, il Barcellona superò il Deportivo nei quarti ma si fermò in semifinale contro l’ostico Athletic Bilbao. Così, a fine anno Sandro Puppo chiuse il rapporto con la società andandosene, visto che gli obiettivi che si era prefissato non erano stati raggiunti. Ciò che non mancò, però, fu l’ovazione del pubblico nell’amichevole contro il Nizza che chiuse la stagione. Puppo, a fine partita, andò al centro del campo per ricevere una grande ovazione, che fece capire quanto il suo lavoro fatto durante l’anno fosse stato riconosciuto da giocatori e tifosi. Per fare i conti, guidò il Barça in 34 partite ufficiali ottenendo 18 vittorie, 9 pareggi e 7 sconfitte, con 85 gol a favore e 44 contro. Insomma, fu un grande bottino nonostante la rosa non fosse primariamente competitiva.

La sua esperienza in Spagna gli fece curriculum e nel 1955 venne chiamato alla guida della Juventus per portare avanti un programma di rinnovamento e ringiovanimento della squadra. Due cose che Puppo sapeva fare alla perfezione tanto da far diventare quella squadra come la “Juve dei puppanti”; questo per via dell’inserimento di giovani quali Pietro Aggradi, Flavio Emoli, Enzo Robotti e Giuseppe Vavassori. Dopo l’esperienza con la Signora, la sua carriera da allenatore torno a far voce a Venezia, Siracusa, Turchia, Besiktas, Piacenza e Nazionale Italiana. Il Barcellona rimane comunque una squadra che nel suo grande fu allenata da un “piccolo” ma bravo allenatore di sangue italiano!

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