Sandor Kocsis, l’immarcabile “testa d’oro” della Grande Ungheria

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SANDOR KOCSIS, IL BOMBER DALLA “TESTA D’ORO”

La personalità è un fattore imprescindibile nella vita di un calciatore, specie se vuole diventare “grande”. Il carisma, la tecnica, la sensibilità spettacolare: queste sono le combinazioni che hanno premiato numerosi campioni a cavallo di epoche differenti. Maradona, Cruijff, Pelè, Puskas, tutti nomi che hanno avuto un livello di estroversione così alto da diventare beniamini di un intero mondo calcistico. Oltre a questi, c’è anche chi ha vissuto carriere analoghe ma influenzate dal lato più contradditorio e crudele della storia. Budapest, per esempio, è una città che negli anni ha avuto cicatrici importanti, specialmente in relazione al suo calcio estetico e tecnico che seppe farsi venerare dal resto del mondo a cavallo degli anni ’50 e ’60 prima di dissolversi totalmente. Parlando di singoli, l’Ungheria annovera nel proprio repertorio attaccanti formidabili ma poco rinomati, a parte Ferenc Puskas.

Uno di questi è Sandor Kocsis, la “testa d’oro” della Grande Ungheria che al suo lato felino in campo rispose con la debolezza nella vita. Nato a Budapest il 21 settembre 1929, Kocsis rappresentò il terminale offensivo della famosa “Aranycsapat” (la Squadra d’Oro), ovvero quella nazionale ungherese che seppe dominare il calcio europeo e mondiale per 8 anni, dal 1948 al 1956. Sandor era un attaccante non troppo alto ma che, incredibilmente, dominava nel gioco aereo. Dominare nel vero senso della parola, visto che con i suoi 180cm imparò giornalmente a colpire di testa staccando sempre più in alto. Ogni cross che partiva verso l’area di rigore Kocsis prendeva letteralmente l’ascensore, e su 3 palloni, di media 2 li buttava dentro col suo testone. Durante il secondo conflitto mondiale, vista l’impossibilità di allenarsi all’aperto, la “testa d’oro” escogitò un piano perfetto per migliorare l’elevazione da terra.

Al di là degli esercizi di potenziamento delle gambe, Kocsis, in palestra, faceva calciare forte la palla ai compagni contro il muro in maniera tale che dopo il rimbalzo lui potesse staccare più in alto possibile. Andando avanti per mesi, chiaramente, l’innalzamento da terra non poteva che crescere. Il debutto fu una favola, visto che a soli 18 anni l’attaccante si presentò con una doppietta in un 9-0 ai danni della Romania nella Coppa dei Balcani.

L’ASTRO NASCENTE DEL FERENCVAROS

Ad appena 16 anni, invece, il giovane magiaro esordì nel Ferencvaros a fianco di Laszlo Kubala e della leggenda Gyorgy Sarosi, capace a 34 anni di mettere a segno 31 reti in 32 partite. Fu proprio Kubala, dopo varie esperienze, ad intuire per primo che il clima politico in Ungheria non fosse dei più favorevoli. Così, una volta fuggito dal paese, Kocsis ebbe la strada spianata per diventare l’astro nascente del Ferencvaros, il quale si aggiudicò il titolo nel 1949 realizzando un qualcosa come 140 reti in 30 partite. Un bottino che vide il contributo di quell’immarcabile centravanti, reo di aver segnato 33 gol. La formazione di quella squadra era destinata ad imporsi anche negli anni a venire, considerata la presenza di due ali come Budai e Czibor, le quali ebbero il compito di sfornare cross come se non ci fosse un domani.

Quel modo di giocare, però, non piacque ai capi del Governo ungheresi, che privilegiarono la Honved, squadra che faceva capo all’esercito. E così, in un regime in cui non vi era altra strada che l’ubbidienza, approdarono alla Honved sia Budai che Kocsis, con la “testa d’oro” a far coppia con il leggendario Ferenc Puskas. Nonostante i duri e massacranti allenamenti, l’apporto di Sandor alle fortune della squadra fu impeccabile. I successi che ottenne furono un’enormità: 4 titoli e 3 di capocannoniere. Gusztav Sebes, storico allenatore della Grande Ungheria, ebbe diversi problemi a livello tattico nel far convivere la coppia Kocsis-Puskas con un altro fuoriclasse, un precursore. Si chiamava Nandor Hidegkuti, centravanti che il CT reinventò come “attaccante arretrato”, conosciuto oggi come “falso nueve”.

Con un pacchetto offensivo stellare, l’Ungheria si presentò come grande favorita per i mondiali di Svizzera 1954, dopo aver conquistato la medaglia d’Oro alle Olimpiadi di Helsinki due anni prima. L’esordio per i magiari fece capire chi sarebbe stata la favorita numero uno per la vittoria finale: arrivò un 9-0 contro la Corea del Sud con tripletta di Sandor Kocsis. Infine, arrivò una vittoria per 8-3 contro la Germania senza scampoli; nella partita, però, si infortunò Puskas. Senza il proprio fenomeno, dunque, toccava alla “testa d’oro” prendersi sulle spalle la nazionale. Le doppiette che realizzò ai quarti contro il Brasile e in semifinale contro l’Uruguay, portarono l’Ungheria a giocarsi la finale.

LA RIVOLUZIONE DEL ’56

Il 4 luglio 1954 a Berna andò in scena la finale mondiale tra Germania e Ungheria. La partita iniziò con un certo spettacolo: in 20 minuti il punteggio diceva 2-2. A Puskas e Czibor risposero Morlock e Rahn, che poi si ripeté all’84° segnando il gol vittoria del 3-2. Il match fu molto romanzato per via di un possibile utilizzo di sostanze stimolanti da parte dei giocatori di Sepp Herberger, ai quali alla fine non venne imputato nulla. Pur con l’amarezza di aver fallito l’appuntamento più importante della vita, Kocsis riprese a spurgare le reti bianche delle porte avversarie. Il 1956 fu un anno cruciale per tutta l’Ungheria e, in questo caso, per l’attaccante.

Il paese subì i cingoli dei carri sovietici che, oltre ad arrivare, vollero affermare l’idea di un socialismo diverso. Il 23 ottobre a Budapest si accese una manifestazione che si focalizzò contro la dittatura del Segretario del Partito Comunista ungherese Matyas Rakosi.

Una rivolta che vide Mosca utilizzare la forza con tutti i mezzi a disposizione. La Honved divenne il biglietto da visita che il regime tentò di esibire in giro per il continente in modo da dar l’idea che tutto fosse sotto controllo e nella normalità. E così, vennero giocate delle partite amichevoli per trasmettere il messaggio. A cavallo di un turno di Coppa Campioni contro l’Athletic Bilbao, molti giocatori ne approfittarono per lasciare il paese. Tra questi ci furono Puskas, Czsibor e quella “testa d’oro” di Sandor Kocsis. Tuttavia, la Federazione ungherese denunciò il comportamento dei tre dissidenti alla FIFA, che non poté far altro che applicare nei loro confronti una squalifica di due anni. Quell’anno Sandor aveva 27 anni e tentò di diventare un uomo d’affari a Berna grazie all’aiuto del presidente dello Young Boys, suo grande ammiratore.

ALCOL E DEPRESSIONE, LA SECONDA VITA DI SANDOR KOCSIS

In terra elvetica il fuggitivo magiaro diventò commerciante di elettrodomestici, riuscendo a racimolare dei soldi per far espatriare i suoi familiari grazie alla corruzione di alcune guardie di frontiera. Quella tremenda rivoluzione gli stroncò la vita, e al posto di ritornare a mangiarsi di testa i palloni, Kocsis sprofondò in una depressione atroce che sfogò nell’alcol. Dopo esser stato arrestato per ubriachezza, decise di porre fine alla sua vita ingerendo un tubetto di barbiturici. Il tempestivo intervento della moglie e una lavanda gastrica, però, lo salvarono. Nel 1958 Kocsis sentì nostalgia del campo e tornò a giocare per lo Young Boys, con cui metterà a referto 7 reti in 11 gare, utili per la conquista del titolo. A fine stagione, le autorità ungheresi concedettero l’amnistia ai giocatori che avevano approfittato della loro presenza all’estero per non fare ritorno in patria all’epoca della rivoluzione.

Sandor, dal canto suo, non accettò per mancanza di garanzie e salutò definitivamente il suo paese. Sempre nel ’58 l’attaccante firmò con il Barcellona, andando a comporre un attacco spettacolare insieme al brasiliano Evaristo e al fuoriclasse spagnolo Luisito Suarez. L’apporto iniziale di Kocsis al club catalano non fu dei più felici; nelle due Liga consecutive (1959/1960) segnò 7 reti in 13 presenze. La terza stagione fu invece più apprezzabile grazie al ritrovamento di una condizione fisica più che dignitosa. L’ungherese si districò anche in un prestito al Valencia che però non portò a nulla. Si ritirò nel 1965 dopo 296 reti realizzate in 335 partite di solo campionato. Non solo, il grande record Kocsis lo infranse in nazionale.

In 68 occasioni realizzò 75 reti, per una media di 1,103 gol a partita. Numeri che lo pongono al primo posto come coefficiente tra i calciatori che abbiano disputato almeno 43 reti con il proprio paese. Sotto di lui Gerd Muller (media di 1,097) e Ferenc Puskas. Record ancora oggi ineguagliato. Il 22 luglio 1979, all’età di 49 anni, morì in un ospedale di Barcellona, probabilmente suicida dopo che gli fu diagnosticato la leucemia e un cancro allo stomaco. Insomma, quella forza che metteva nel colpo di testa, Kocsis, non riuscì a metterla nella vita.

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