Ruben Bernuncio, la vita troppo breve del giovane talento argentino

Ruben Bernuncio

Ruben Bernuncio era un giovane attaccante argentino, ritenuto molto promettente agli albori della sua carriera. Ebbe modo di farsi allenare addirittura da Maradona e fu il primo calciatore del suo Paese a militare in Corea del Sud. A soli 20 anni, un terribile incidente in moto ne compromise irrimediabilmente la vita. Morì 3 anni dopo dopo per insufficienza renale…

RUBEN BERNUNCIO, IL GIOVANE TORO DEL SAN LORENZO

Era un ragazzo come tanti altri, pieno di sogni e di speranze. La sua passione più grande era il calcio, che grazie al talento riuscì a trasformare nel suo lavoro. Veloce, tecnico e dal dribbling fulminante. Erano queste le caratteristiche migliori di Ruben Bernuncio. Di contro, il suo più grande difetto, che probabilmente ne frenò l’ascesa, era la freddezza sotto porta. Un particolare non del tutto trascurabile per un attaccante. Ruben, inoltre, aveva un fratello maggiore, Angel, anch’esso calciatore professionista e suo riferimento sin da piccolo. Proprio vedendo lui giocare e seguendolo anche sui campi di allenamento e alle partite del San Lorenzo de Almagro, Ruben scoprì di saperci fare. Era frequente che, al termine delle sedute, i compagni di squadra di Angel si fermassero a palleggiare con quel bambino dai folti riccioli, rimanendo sorpresi per le sue capacità.

Fu così che il giovane Bernuncio, a soli 9 anni, riuscì a entrare in uno dei migliori settori giovanili d’Argentina. La sua ascesa sembrava travolgente. Bruciò letteralmente le tappe, giocando costantemente sotto età e mostrando doti da campione. Inoltre, divenne famoso in ambito giovanile per la sua abitudine di calciare i rigori senza rincorsa. Di pari passo, un simile talento non poteva che venir convocato dalle Nazionali giovanili della Seleccion. La grande occasione fu il Mondiale Under 17 del 1991, al quale Bernuncio partecipò a soli 15 anni. Era parte integrante di una rosa fortissima, composta da elementi come Veron, Gallardo, Arruabarrena e Husain. L’Argentina si classificò al terzo posto e una delle note più positive di tutta la spedizione in Italia fu proprio l’impatto di quel giovanissimo attaccante. Sorprendeva la sua grinta, la sua tenacia, il suo dare tutto per 90 minuti, tanto che fu paragonato ad un toro per l’atteggiamento che metteva sul campo.

UN’ASCESA CHE SEMBRAVA INARRESTABILE

Il passo successivo non poteva che essere l’esordio in prima squadra con il suo San Lorenzo. Un debutto che avvenne a 17 anni non ancora compiuti, in occasione di una larga vittoria del Ciclon per 4-0 sul campo dell’Huracan, a pochi giorni dal Natale del 1992. Il tecnico Veira spedì Bernuncio sul terreno di gioco al posto di Roberto Oste nei minuti finali dell’incontro. Che l’Huracan fosse nel suo destino era una cosa evidente, tanto che poche settimane dopo, in una gara di Coppa, gli rifilò una bella doppietta. El Bimbo Veira stravedeva per lui, era convinto che avrebbe potuto diventare un fulcro del suo San Lorenzo ma non aveva fatto i conti con il carattere del ragazzo. Ruben Bernuncio, infatti, pur avendo accanto a sé il fratello maggiore che lo consigliava e lo gestiva, finì presto per smarrirsi. Probabilmente, sentendosi già arrivato, iniziò progressivamente a perdere quella proverbiale grinta e quella determinazione che lo avevano contraddistinto.

A detta dello stesso fratello Angel, fu colpa anche dei dirigenti del club, che non lo protessero come dovuto dalle pressioni di stampa e ambiente. Sta di fatto che, come d’incanto, l’ascesa di Bernuncio si bloccò. E, con un’operazione di mercato piuttosto inusuale, il ragazzo si ritrovò in prestito, a soli 18 anni, al Daewoo Royals, in Corea del Sud. Era il primo calciatore argentino a militare da quelle parti ma, certamente, di quel record non gli interessava granché. L’avventura asiatica fu piuttosto breve e avara di soddisfazioni e servì ad allontanarlo ancora di più dal calcio, inteso come passione pura. Da quello che però sembrava essere il punto più basso della sua giovanissima carriera, per Bernuncio si aprirono le porte di un’esperienza indimenticabile. Tornato in Argentina nel 94, finì al Mandiyu, piccolo club che avrebbe lottato con le unghie e con i denti per la permanenza in Prima Divisione. Un’impresa da condividere col fratello Angel ma, soprattutto, con un allenatore d’eccezione!

IL SOGNO DI ESSERE ALLENATO DAL PIBE DE ORO

Già, perché dopo il Mondiale del 94 negli Stati Uniti, Diego Armando Maradona si ritrovò a scontare una squalifica per doping. Un colpo durissimo per il Pibe de Oro, che meditò addirittura l’addio, non riuscendo mai a capacitarsi di tale punizione. In ogni caso, la squalifica gli fu comminata soltanto come calciatore, pertanto El Diez potè riciclarsi nel ruolo di Direttore Tecnico. In pratica, un allenatore a tutti gli effetti ma sprovvisto di patentino! E la sua prima esperienza su una panchina fu, per l’appunto, al Mandiyu. Le cose non andarono benissimo e non durò nemmeno troppo ma per i ragazzi della sua rosa fu un periodo indimenticabile. Per il giovane Ruben Bernuncio era un vero e proprio sogno. Giocare assieme al fratello Angel ed essere guidati dall’idolo indiscusso di ogni calciatore argentino.

La successiva tappa lo portò all’Argentinos Juniors ma rimase soltanto pochi mesi. In questo breve periodo, ebbe modo di segnare un paio di gol e mostrò dei progressi incoraggianti che convinsero il San Lorenzo a riportarlo alla casa madre. Per il giovane attaccante era una grande occasione, dato che El Ciclon avrebbe disputato anche la Copa Libertadores. La nuova situazione che si era venuta a creare, stimolò oltremodo Bernuncio, che sembrò ritrovare lo smalto di inizio carriera. Tornò il calciatore grintoso e determinato che andava su ogni pallone e faceva innamorare la tifoseria con i suoi repentini dribbling. Conquistò un posto da titolare e andò in gol anche in Libertadores in occasione di una trasferta in Venezuela. Il 12 luglio siglò il gol vittoria contro il Belgrano. Non poteva immaginare che quello sarebbe stata la sua ultima rete in assoluto…

IL DRAMMATICO DESTINO DI RUBEN BERNUNCIO

Ruben, al di là della bravura col pallone tra i piedi, era un ragazzo come tutti gli altri. E per questo, aveva anche altre passioni, tra cui la moto. Nelle giornate libera, amava concedersi lunghi giri in sella e proprio uno di questi gli fu fatale. Il 29 novembre ’96 stava guidando a San Justo quando perse il controllo del veicolo. Cadde rovinosamente sull’asfalto e fu investito da un autobus. La situazione apparve immediatamente disperata. Bernuncio non sentiva più le gambe e fu trasportato d’urgenza all’ospedale. Progressivamente, sembrava perdere anche l’uso delle mani e delle braccia. Lo sottoposero a ben 16 operazioni e le cose parvero migliorare. A marzo, la stampa argentina lo intervistò. Era seduto su una sedia a rotelle ma sorridente.

Affermò di aver sentito che a Cuba facevano miracoli per quel tipo di problemi e che appena la salute glielo avrebbe consentito, si sarebbe recato lì. Mostrando una forza di volontà invidiabile, disse anche che nella sua testa aveva il solo obiettivo di tornare a camminare e che lo avrebbe raggiunto ad ogni costo. Purtroppo, trascorrevano gli anni e il suo sogno di tornare alla normalità sembrava sempre più utopistico. Ricevette la visita di molti suoi ex compagni e soprattutto di Veira, l’allenatore che più di tutti aveva creduto in lui. El Bimbo si accorse subito della sua salute ormai cagionevole e dichiarò che il ragazzo gli aveva confidato di avere un’infezione alle vie urinarie. Si trattava solo delle prime avvisaglie di una insufficienza renale terribile che il 18 luglio, a soli 23 anni, lo portò alla morte.

CURIOSITA’

  • Juan Manuel Pons, telecronista argentino, lo paragonò al “Bufalo” Funes. Curiosamente, anche l’ex attaccante del River morì prematuramente per un grave problema cardiaco. (clicca QUI per leggere la sua storia)
  • Da ragazzino, stanco dei rimproveri del padre dalla tribuna, fece interrompere la gara e disse all’arbitro che uno sconosciuto sugli spalti lo stava importunando. Il direttore di gara chiamò la sicurezza e fece portare fuori dalla struttura il papà di Ruben Bernuncio. L’uomo, allontanato di forza, gli urlò che avrebbero fatti i conti a casa, tra le risate generali!
  • Lo stesso papà raccontò che non riusciva mai a riposarsi dopo il lavoro poiché decine e decine di ragazzini, anche più grandi, suonavano alla loro porta per convincere Ruben a giocare con loro nelle infinite partite pomeridiane in strada!
  • La mamma era una sua grande sostenitrice e aveva l’abitudine di seguire ogni sua partita dalla tribuna. Con la donna, tra l’altro, Ruben condivideva la passione per il ballo.
  • Il fratello Angel, di fatto, ha lasciato il calcio dopo l’infortunio occorso a Ruben. Al tempo, l’esperto centrocampista militava nell’Olimpo de Bahia Blanca e, dopo una partita, avvertì una brutta sensazione. Telefonò a casa e fu avvisato dalla sorella del terribile incidente. Provò a tornare sui campi nel 1998, dopo la chiamata della Juventus Antoniana, ma si accorse di non avere più la testa sgombra per poter pensare al calcio e si ritirò ufficialmente.

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