Ramiro “El Chocolatin” Castillo e il sogno di una vita che divenne un incubo

Ramiro El Chocolatin Castillo

Ramiro “El Chocolatin” Castillo, una delle stelle della più forte nazionale boliviana di sempre, si suicidò il 18 ottobre 1997. Solo pochi mesi prima, a poche ore dalla finale di Copa America contro il Brasile, aveva perso l’adorato figlioletto. Un dolore immenso, dal quale il centrocampista non riuscì mai a riprendersi.

IL SOGNO INFRANTO DI  RAMIRO “EL CHOCOLATIN” CASTILLO

Immagina di essere ad un passo dal momento più alto di tutta la tua carriera, di aver realizzato il sogno che avevi fin da bambino. Immagina di averlo fatto con la maglia della tua Nazionale, quasi una seconda pelle. E diciamocelo, una Nazionale che non è tra le più prestigiose, che non ha una grossa storia alle spalle, che non è molto conosciuta nel mondo del calcio. E immagina che in quel momento ti scorrono davanti tutte le immagini della tua vita, che non è mai stata semplice. La povertà, i sacrifici dei tuoi genitori, tu e i tuoi fratelli che lasciate casa da piccoli per cercare di diventare calciatori. E ci riuscite, tutti e tre ma non solo perchè diventi uno dei più bravi e amati che il tuo Paese abbia mai avuto.

E’ la vigilia della partita di una vita, non solo per te ma per tutto il popolo boliviano. C’è da superare un ultimo ostacolo, anche se appare insormontabile. E’ il grande Brasile dei fuoriclasse, tra cui quel Ronaldo che fa davvero paura a tutti. Ma c’è tutta la Bolivia a spingervi alla grande impresa. E pensare che quella finale è stata raggiunta con un tuo gol decisivo, a ribaltare il vantaggio del Messico. Proprio tu che un goleador non lo sei mai stato, anche se qualche rete di gran classe qua e là l’hai realizzata. Poi, però, suona il telefono. Una di quelle chiamate che non vorresti sentire mai, che ti dilaniano il cuore, che ti fanno capire quanto tutto ciò è effimero, crudele, ingiusto. Ramiro “El Chocolatin” Castillo avrebbe dovuto giocare quella partita…non la giocò. Ramiro, di partita, ne giocò un’altra, ben più terribile, e finì per perderla…per sempre.

UNO DEI TALENTI DELLA GENERAZIONE D’ORO BOLIVIANA

Ramiro nasce a Coripata, piccolo paese di 12 mila anime della provincia di Nor Yungas. Da queste parti, c’è una numerosa comunità di afro-boliviani, altrimenti rara nel resto del Paese. Per questo, Ramiro Castillo è di colore e prenderà il soprannome di “El Chocolatin“. Viene da una famiglia povera e numerosa, conosce fin dall’inizio così significhi fare sacrifici e cosa sia la povertà. Ha un fratello più grande (Eloy) e uno più piccolo (Ivan). Giocano tutti e tre a pallone e sono anche piuttosto bravi, tanto che, appena adolescenti, partono alla volta di La Paz per cercare di fare carriera.

Ramiro, che di anni ne ha 15, è il più bravo e dotato. E’ piccolino fisicamente ma ha un grande temperamento. Lotta su ogni pallone, non tira mai indietro la gamba e sembra avere polmoni d’acciaio. Corre avanti e indietro, soprattutto sulla fascia ma non disdegna di giocare anche da centrocampista centrale o da fantasista. Nonostante la grande mole di gioco, ha anche una buona tecnica, con un destro educato e un sinistro più che dignitoso. Eloy, invece, è un portiere. Essendo il maggiore dei tre, è anche il primo a sfondare ma non otterrà enormi successi, tanto da diventare successivamente un allenatore di giovani talenti.

Ivan, invece, il più piccolo, è un difensore di buon livello, tremendamente tignoso e “cattivo”. Sia lui che Ramiro diventano presto tra i migliori calciatori di un Paese che sta coltivando una vera e propria generazione d’oro. Un gruppo di giocatori che cresce insieme, facendo tutta la trafila con le selezioni giovanili, fino a diventare il blocco della Seleccion. Ci sono due talenti straordinari come Etcheverry ed Erwin Sanchez, tra i più grandi che la Bolivia abbia mai avuto. E poi una folta schiera di buonissimi giocatori: i Castillo, Baldivieso, Moreno, Coimbra, Cristaldo, Pena e Melgar.

UNA CARRIERA DI SPESSORE

Di tutti i campioni che la Bolivia ha prodotto, Ramiro “El Chocolatin” Castillo è tra i primi a spiccare il volo verso l’estero. Si è messo in mostra a neanche 20 anni con la maglia del The Strongest, una delle società più blasonate del Paese. E’ un calciatore già pronto, nonostante la giovane età e, pur essendo un tipo piuttosto silenzioso, è un leader. Se lo aggiudica l’Instituto, club argentino di Cordoba. Inizia una lunga parentesi in questa terra, che lo porta a indossare maglie prestigiose come quelle di River Plate, Argentinos Juniors, Rosario Central e Platense. A 23 anni, forse un po’ tardi per quelle che erano le premesse, arriva anche la chiamata della Bolivia, di cui diventa rapidamente un assoluto fulcro.

La prima grande soddisfazione arriva nel 1994, con la storica qualificazione ai Mondiali. Le due precedenti edizioni a cui la Bolivia partecipò risalivano al 30 e al 50, una vita ormai. Erwin Sanchez e compagni finiscono in un girone durissimo che comprende Germania e Spagna. Fanno bella figura ma non riescono a vincere mai. Poco male, il grande obiettivo è un altro: quella Copa America che nel 1997 si disputerà proprio tra le mura amiche. Nei mesi di avvicinamento alla competizione, Ramiro, che nel mentre era tornato al The Strongest, fa nuovamente le valigie e si trasferisce in Cile. La Copa America inizia tra mille pressioni. Per il popolo boliviano è una ghiotta occasione di rivalsa e i protagonisti della rosa lo sanno.

AD UN PASSO DAL TITOLO

La Bolivia, per questa competizione ha un’arma ed è pure micidiale: l’altura! Un fattore che condiziona tremendamente le partite e che penalizza chi non è abituato. Si dice che in altura le gambe sembrino più pesanti, che l’ossigeno dia l’impressione di mancare, che la fatica si avverta prima. La Bolivia, in quegli stadi, ci ha sempre giocato e sul campo vola, le avversarie no. Nella fattispecie, la tana dei maggiori successi della Seleccion, nel corso di tutta la sua storia, è il mitico stadio Siles di La Paz. Sarà il teatro di tutte quante le sfide della Bolivia nella Copa America ’97 con un calendario creato ad hoc.

Il girone viene stravinto a punteggio pieno e non fa che aumentare l’entusiasmo attorno a La Verde. Si arriva ai quarti e anche la Colombia fa le spese. In semifinale è la volta del Messico, un avversario molto ostico che infatti passa in vantaggio con Ramirez. I boliviani, però, hanno una veemente reazione e ribaltano tutto prima dell’intervallo. Il pari è siglato da Erwin Sanchez, il Platini delle Ande. Poi, poco prima del 45° è proprio Ramiro “El Chocolatin” Castillo a siglare il 2-1. Un gol sporco, quasi fortuito ma pesantissimo. Nel finale di gara, il bomber Moreno sigla il definitivo 3-1.

A poche ore dalla finalissima col Brasile, però, Ramiro riceve quella maledetta telefonata. E’ una di quelle notizie che distruggono chiunque, soprattutto un padre. Il suo bambino, del quale è innamoratissimo, è in fin di vita. Un dramma terrificante. Colpa di un’epatite fulminante, aggressiva, improvvisa. Castillo non può far altro che salutare tutti i compagni e correre disperatamente al capezzale del piccolo Juan Manuel, di soli 7 anni. Quando arriva, purtroppo, non c’è più niente da fare. Il piccolo angelo se n’è appena andato, per sempre…

LA DIVORANTE DEPRESSIONE DI RAMIRO “EL CHOCOLATIN” CASTILLO

La tremenda notizia, ovviamente, giunge anche nel ritiro della Bolivia. Per i compagni è una mazzata tremenda, soprattutto per il fratello Ivan, che ha perso l’adorato nipotino. C’è una sensazione di morte nel cuore per tutti, anche perchè conoscono l’animo sensibile di Ramiro e immaginano come possa sentirsi. Un uomo generoso, capace di qualunque cosa per aiutare i suoi tre figli e ben noto in Bolivia anche per la tanta beneficienza e sostegno nei confronti dei bambini più sfortunati. Il capitano Soria chiama a raccolta tutti i componenti della squadra e chiede loro di lottare per il piccolo Juan Manuel e per il loro amico Ramiro. E La Verde, sul campo, darà davvero l’anima. Una partita tutta cuore e grinta contro lo strafavorito Brasile, tenuto inchiodato sull’1-1 fino a pochi minuti dalla fine.

Poi i campioni della Selecao, Ronaldo su tutti, decidono di vincerla e c’è ben poco da fare. Finisce 3-1 e alla delusione per il mancato successo si aggiunge il dolore immane per ciò che è successo poche ore prima. Intanto, quasi con effetto immediato, Ramiro “El Chocolatin” Castillo cade in un profondo stato di depressione, inevitabile. La vita sembra non avere più un significato. Passa intere giornate a letto, mangia a fatica. Di allenarsi neanche a parlarne. A nulla serve la vicinanza della moglie Carmen e degli altri due figli. Il dolore, se possibile, aumenta giorno dopo giorno. Poi, piano piano, sembra aprirsi uno spiraglio di luce. El Chocolatin, finalmente, reagisce, anche grazie all’affetto della famiglia e degli amici. Riprende ad allenarsi, torna a disposizione del Bolivar e ricomincia perfino a giocare, anche in Nazionale. Sembra tutto alle spalle, o forse no…

UN SUICIDIO INTINTO NEL MISTERO

E’ il 18 ottobre del 1997, il giorno dopo il compleanno di Juan Manuel, quando Ramiro “El Chocolatin” Castillo viene trovato impiccato in casa con una cravatta stretta al collo. Sembrava aver sconfitto il terribile male oscuro della depressione e invece, di colpo, si è suicidato. Un Paese intero, la Bolivia, è nella tragedia più assoluta. Una versione, quella del suicidio, a cui, però, il fratello maggiore Eloy non ha mai creduto. Passano pochi giorni e l’ex portiere esterna i suoi dubbi in un’intervista. Afferma che Ramiro si era totalmente ripreso e che aveva appena aperto una sua scuola calcio a Coripata, il suo paesino. Proprio assieme a Eloy, si sarebbe dovuto recare lì la settimana seguente per valutare l’avanzamento dei lavori. Inoltre, secondo lo stesso Eloy sono accadute cose molto strane. Il cadavere, all’arrivo della polizia, era stato già tirato giù e avvolto in una coperta.

Il pubblico ministero, poi, ha acconsentito alla richiesta della moglie di non praticare esami post mortem sul cadavere. Alla famiglia è stato impedito di vedere il corpo fino a che non è stato messo nella bara. Ma c’è di più: la sorella della moglie di Ramiro avrebbe proibito ai fratelli del defunto di entrare in casa dopo la notizia della morte. A gettar ancora più benzina sul fuoco arriva la notizia dell’intera eredità di Ramiro finita nelle tasche del suocero. Sempre in quei giorni, diversi ex compagni hanno confermato la versione di Eloy. L’intera rosa del Bolivar e il capitano Soria hanno spiegato che El Chocolatin era sorridente e che l’ultimo giorno aveva riso, scherzato e cantato assieme a loro. Anche i dirigenti della sua nuova scuola calcio affermano di aver avuto la stessa impressione.

Tuttavia, il caso non verrà mai più riaperto e verrà archiviato come un suicidio. Dopo la sua morte, il fratello minore Ivan ha rilevato la sua Scuola Calcio “El Alto” per portare avanti quello che ormai era un suo grande sogno. Successivamente, il comune di Coripata gli intitola nel 2007 il nuovo stadio. In Bolivia, al di là di questi riconoscimenti, nessuno lo ha mai dimenticato. La generosità e la bontà, nonchè il grande talento del piccolo Castillo continuano a far breccia nel cuore del Paese. Una figura di spicco della generazione d’oro del calcio locale ma anche un simbolo della lotta contro il razzismo, una piaga purtroppo presente nei confronti di molti afro-boliviani. Una piaga a cui Ramiro aveva sempre risposto a modo suo: sorridendo…

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