Por el sangre de Abdon: l’amore “letale” di Porte per il suo Nacional

Abdon Porte Nacional

Abdon Porte era il fato assoluto del Nacional, club storico di Montevideo. Un amore talmente viscerale da portarlo al suicidio nel bel mezzo del rettangolo di gioco del suo stadio.

ABDON PORTE, L’ANIMA DEL NACIONAL

E’ difficile immaginare che si possa amare così tanto una squadra di calcio e rappresentarsi così a fondo con dei colori sociali. Un amore talmente forte da risultare quasi “malato” e portare la persona ad una fine drammatica. Il Nacional è senz’altro uno dei cuori pulsanti di Montevideo. Un club nato addirittura nel 1899 su iniziativa di alcuni studenti universitari e che ha avuto una storia ricca di successi. Sono ben 47 i campionati uruguaiani nella bacheca, più svariati trofei anche a livello intercontinentale. Ma c’è un calciatore che ha amato questo club più di chiunque altro, nonchè una delle prime bandiere dei Tricolores: Abdon Porte. Costui era un mediano completo, dotato di un gran fisico, coraggioso, carismatico. Abbinava una imponente fase difensiva a una buona qualità.

Entrò a far parte della squadra nel 1911, all’età di 18 anni e dopo aver disputato una stagione precedente nel Colon, la sua prima società. In poco tempo, Abdon Porte divenne una bandiera del Nacional, ereditando anche la fascia di capitano. Era un combattente nato, un ragazzo capace di mettere a repentaglio la propria salute per quei colori bianco, rosso e azzurro che aveva radicato nel cuore. Tutti valori appresi durante la sua infanzia, trascorsa in strada e nella più assoluta povertà. C’era talmente tanto pregiudizio, che per anni il calcio gli fu vietato, poiché destinato solo ai più ricchi. Anche per questo, non appena riuscì a coronare il suo sogno, sentì la passione viscerale per quel club scorrergli nelle vene.

IL DRAMMATICO ADDIO AL TRICOLORES

Gia, una passione viscerale che, come detto, lo portava perfino a mettere a repentaglio il proprio fisico. Abdon Porte era uno che non si risparmiava mai, in barba alle conseguenze. Fu quello che accadde durante una sfida contro il Penarol, l’altra grande del calcio uruguaiano e rivale storica del Nacional. Uno come lui, a quella partita non poteva proprio mancare. Non era in condizioni di giocare per via di un ginocchio malmesso, che gli dava problemi da tempo. Ma non ci pensò su poi troppo e scese regolarmente in campo. Peggiorò le sue condizioni e, considerando che al tempo non c’erano sostituzioni, decise di rimanere in campo. Non avrebbe mai potuto tirarsi indietro. Lo sforzo compromise inevitabilmente l’articolazione.

In quegli anni, le cure non erano sufficienti a garantire una ripresa piena dell’attività. Abdon si recava spesso in spiaggia assieme al fratello e faceva degli impacchi di acqua salata e di sabbia, sperando aiutassero ad avvertire meno dolore. Ma chiaramente, il metodo non funzionò e di quel mediano strepitoso, che era anche nel giro della Celeste, si iniziò a vedere sempre meno. E la situazione, ad uno orgoglioso e innamorato del club come era Porte, non poteva proprio andar giù. Si iniziò a incupire sempre più, fino al drammatico epilogo. Una domenica, Abdon Porte disputò il suo ultimo match con la maglia dell’amato Nacional tra le mura amiche, contro il Charley. Al termine della partita, peraltro vinta, attesa che lo stadio di svuotasse e prese una pistola, si sedette al centro del campo e si sparò.

LE VERSIONI SUL TRAGICO GESTO

Il 5 marzo del 1918, al centro del suo campo da gioco, un 25enne diceva basta. Un colpo al cuore, proprio a quel cuore spezzato dal dolore per via del suo problema al ginocchio. Si ipotizzò che l’avesse fatta finita perchè finito fuori squadra e quindi si fosse fatto tradire dall’orgoglio. Ma furono i parenti e i dirigenti del club a spiegare diversamente il drammatico gesto. Abdon Porte era ormai giù di corsa da tempo, quel terribile infortunio lo aveva devastato. Il posto, pur non stando bene fisicamente, non l’aveva mai perso. Ciò che aveva perso, invece, era la capacità di poter dare tutto per quei colori e per quella gente che amava. Fare la comparsa, essere inutile per il suo Nacional era un dolore troppo forte, al quale Abdon non aveva retto.

Il fratello Juan avvalorò la tesi, raccontando gli ultimi attimi insieme a Abdon. Lo aveva visto al mattino prima della partita contro il Charley. Aveva il ginocchio sempre più dolorante ed era sfiduciato. Juan gli provò a dire che avrebbe comunque potuto essere un ottimo dirigente, amando così tanto quel club. Ma Abdon fu categorico. Lui, il Tricolores, lo avrebbe difeso solo sul campo, a costo della sua stessa vita. Probabilmente, in quel momento, aveva già in testa cosa fare. Riuscì ad assaporare il brivido di un’ultima vittoria, vide ancora una volta i volti festanti dei suoi compagni e della sua gente. Poi la chiuse lì, per sempre.

Fece recapitare due lettere di cui una al presidente del club, Josè Delgado. Gli chiese di poter essere sepolto affianco ai fratelli Cespedes, gli idoli indiscussi della città e della squadra. Da allora, ad oltre 100 anni dalla sua tragica morte, nessuno da quelle parti lo ha dimenticato. A lui è dedicato uno striscione (Por la sangre de Abdon) e una pittura sul muro del tunnel di ingresso dell’impianto. Ma, soprattutto, la sua immagine è stampata su un logo posizionato proprio all’altezza del cuore sulle divise della squadra. La gente continua a osannarlo perchè è stato un grande calciatore, un magnifico capitano ed è morto per ciò che amava. Perchè per Abdon Porte, il Nacional era qualcosa in più di una squadra. E non si dica che è solo un gioco…

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