Narciso Doval, El Loco argentino che fece innamorare Rio de Janeiro

Narciso Doval

Narciso Doval è stato uno dei pochi calciatori argentini che è riuscito a farsi davvero amare in Brasile. Idolo indiscusso delle tifoserie di Flamengo e Fluminense, si immedesimò totalmente nella vita (e nella movida) Carioca da arrivare a chiedere e ottenere la cittadinanza. Tanti eccessi che lo portarono a guadagnarsi un soprannome molto popolare in Sudamerica, El Loco. Ebbe poi, una morte prematura a soli 47 anni.

NARCISO DOVAL, EL LOCO ARGENTINO

Narciso Doval era un ribelle, fin da bambino. Una ribellione che, paradossalmente, lo ha portato a diventare un calciatore. Cresciuto nel quartiere Palermo a Buenos Aires, all’età di 8 anni perse drammaticamente il padre e finì sotto il controllo degli assistenti sociali. Questi lo confinarono in una scuola cattolica a Benavídez. In poco tempo, iniziò letteralmente a detestare la ferrea disciplina imposta dai preti, finendo per scappare spesso e volentieri dall’edificio. Si avvicinò ad alcuni ragazzi della zona, che erano soliti trascorrere i pomeriggi giocando a pallone. Incuriosito, il piccolo Narciso provò a giocare e mostrò da subito doti nettamente superiori alla media.

Durante una partita a livello amatoriale, a 13 anni, fu notato dagli osservatori del San Lorenzo, che lo tesserarono. Nei primi anni al Ciclon fece disperare gli allenatori, visto che non riuscivano minimamente a inquadrarlo tatticamente. Doval non amava fare gol, preferendo perdersi in continui ed umilianti giochi da circo nei confronti degli avversari. Inoltre, detestava passare il pallone all’indietro, un gesto che, secondo il suo punto di vista, era completamente inutile. Capitava di vederlo partire da solo, sfidando numerosi avversari e ignorando del tutto le indicazioni dei compagni di ricominciare con un giro palla e dar modo loro di accorciare in avanti. Alle osservazioni a tal riguardo, rispondeva “Non posso sapere cosa ci sia dietro di me, io vado avanti”.

L’INCREDIBILE SQUALIFICA DI UN ANNO

Nel corso del suo breve trascorso nelle giovanili, Doval sperimentò diversi ruoli. Si ritrovò perfino a giocare da portiere nei primi mesi al San Lorenzo. Tra i pali era piuttosto bravo ma aveva l’abitudine di mettere palla a terra e partire in dribbling verso la porta avversaria. Per evitare che i propri compagni e allenatori morissero di infarto, lo avanzarono a centrocampo. In mediana, però, si perdeva in inutili giochetti con la sfera, rallentando troppo il gioco. Dopo aver provato anche da esterno, dove non manteneva mai la posizione, fu avanzato in attacco. Proprio in questo ruolo, esordì nel 1962, a 17 anni, in prima squadra, contro il River Plate. L’impatto con i grandi non fu buono. Narciso Doval, per niente intimorito dalla situazione, si ostinò per tutto il tempo a tenere palla, ignorando totalmente i richiami delle persone attorno a lui.

Tornò immediatamente nella squadra riserva ma era decisamente troppo bravo e quindi l’occasione per riprovare a imporsi con i titolari si presentò presto. Dal 1964 in poi divenne un punto fermo, mostrando un’intesa di grande qualità con Telch, Areán, Hector Veira e Casa. Una rosa importante ma, soprattutto mentalmente, non ancora pronta per vincere, come accadrà invece più avanti. Con la crescita e l’impiego sempre più frequente da prima punta, Doval trovò anche una certa confidenza col gol. Nel 1964 fece parlare di sé durante un ritiro in un hotel in Guatemala. Stanco dei garriti di un pappagallo che continuava a disturbarne il riposo, pensò bene (assieme a Vieira) di affogarlo in piscina. Debuttò in Nazionale nel 1967 durante un’amichevole con il Cile ma poche settimane dopo accadde un episodio che, in patria, ne macchiò definitivamente l’immagine.

Durante il ritorno da una trasferta in aereo da Mendoza, alcuni calciatori del San Lorenzo palparono e molestarono una hostess. Per loro sfortuna, oltre all’ignobile gesto in sé, sul mezzo c’era anche l’arbitro che aveva diretto la partita persa 2-1 contro il San Martin. Lo scandalo sarebbe uscito presto fuori, anche perché il direttore di gara aveva riportato tutto sul suo referto. El Loco, sapendo che quasi tutti i suoi compagni erano sposati, pensò bene di prendersi tutte le colpe. Ammise di aver agito da solo, pensando di cavarsela con una multa. Invece, arrivò un’esemplare squalifica di un anno. Sembrerebbe che alla base ci fosse anche una forte discussione avvenuta in campo con l’arbitro Nimo, che Doval aveva pesantemente insultato.

IL TRASFERIMENTO DEL LOCO NARCISO DOVAL IN BRASILE

Lo scandalo e le polemiche che ne seguirono furono durissime. Il caso venne denominato “I tre applausi” e scatenò le ire dei tifosi del San Lorenzo. Privati del loro idolo, pensarono bene di metter su un coro goliardico che accusava la hostess di fare anche il mestiere più antico del mondo. Intanto, dopo aver ricevuto la lunga squalifica, Doval ebbe l’opportunità di farsela ridurre. Il dittatore argentino Juan Carlos Onganía, che faceva della disciplina la sua ferrea regola, gli propose un periodo di ritiro spirituale in cambio dell’assoluzione. Memore dei tempi trascorsi nella scuola cattolica, tra la severità dei preti e tra le folli regole e punizioni, rifiutò, preferendo scontare tutto lo stop. Quando rientrò in campo, aiutò i suoi a vincere il campionato nel 1968.

Poco prima di essere ceduto, Narciso Doval si rese protagonista di un altro episodio esilarante. Mentre era intento a rientrare furtivamente in hotel dopo una notte brava, incrociò alcuni suoi compagni di squadra. Quest’ultimi erano in compagnia di un paio di donne molto anziane. Doval, dopo averle squadrate, iniziò ad urlare come un pazzo, definendole “bruttissime” e rischiando di farle morire di crepacuore per lo spavento. Nel 1969, il tecnico brasiliano Tim, che aveva guidato anche il San Lorenzo, tornò al Flamengo e pretese l’acquisto del Loco. Lo definì il calciatore più forte tra quelli visti in Argentina, seppur reduce dalla squalifica. Al suo arrivo, Narciso fu accolto come una vera star, firmando subito tre contratti per altrettanti spot pubblicitari. Divenne una presenza abituale sulle spiagge di Rio, dove era solito farsi vedere in costume e accompagnato da avvenenti donne brasiliane.

L’ARGENTINO CHE AMAVA IL BRASILE

L’impatto, soprattutto come ambientamento, fu incredibile. Passato dall’Argentina delle rigide regole dittatoriali, dove i calciatori erano controllati sempre, in Brasile trovò una situazione totalmente opposta. La spensieratezza e la filosofia di vita dei brasiliani lo conquistarono. Gli allenatori e i dirigenti, addirittura, incoraggiavano i calciatori ad andare in spiaggia per rilassarsi e farsi un bagno. Anche le pressioni erano decisamente minori e in campo, Narciso Doval si riusciva a esaltare. Sentiva di doverlo fare per i sostenitori del Mengao, che lo adoravano letteralmente.

In un’intervista, dichiarò: “Giocare per il Flamengo è semplicemente affascinante. Questa storia che la maglia del Flamengo corre da sola, dribbla e segna gol è più di una storia, è vera! Sono i tifosi che vincono le partite in tribuna. Il loro è un grido di battaglia, che spinge il giocatore in avanti. La folla rossonera è un miracolo”. Dopo le prime due stagioni, disputate sempre da titolare e con un ottimo rendimento, non si prese affatto col nuovo allenatore Yustrich. Quest’ultimo, a differenza della mentalità generale che c’era nel calcio brasiliano, era un autentico sergente di ferro. Impose gli orari dei suoi durissimi allenamenti nel primo mattino, controllava la vita privata dei suoi atleti, li costringeva ad un’alimentazione sana e regolava perfino la fila nelle docce.

Inoltre, aveva la pretesa che tutti i componenti della squadra tagliassero i capelli, proprio come se fosse un reggimento militare. El Loco, che dei suoi folti capelli biondi andava fiero, si rifiutò e ne scaturì una violenta discussione. Essendo anche l’idolo della tifoseria e ritenuto un calciatore su cui puntare in futuro dalla dirigenza, gli fu concesso di tornare in Argentina solo in prestito. Fu l’Huracan ad accoglierlo tra le proprie fila. Curiosamente, ritrovò ancora Hector Vieira come compagno d’attacco, così come al San Lorenzo. Le cose, però, stavolta non funzionarono e il rendimento di Doval fu inferiore alle aspettative. Dopo una stagione con sole 5 reti, l’attaccante fece ritorno al Flamengo.

LA DUPLA DEL PUEBLO CON IL GRANDE ZICO

Il ritorno in Brasile fu la scelta più azzeccata. Sulla panchina del Mengao non c’era più Yustrich, durato poco anche per via dei suoi metodi. Al suo posto, era arrivato una vera leggenda come Mario Zagallo, che puntò da subito forte sull’argentino. In squadra, inoltre, era esploso anche il talento di un certo Zico. L’intesa con Doval fu immediata e i due divennero gli idoli assoluti della tifoseria, formando la famosa Dupla del pueblo. Zico, in futuro, lo annovererà spesso tra i suoi miti, un personaggio fondamentale per i suoi inizi di carriera.

Rispetto alla sua precedente avventura, El Loco si dimostrò ancor più concreto e micidiale sotto porta, imponendosi stagione dopo stagione come il miglior marcatore della squadra.  Di pari passo, iniziarono ad arrivare anche i successi di squadra. Nella finale di stato del ’72 contro i rivali storici della Fluminense, in un Maracanà strapieno, segnò il gol della vittoria e tutta la tifoseria intonò il suo nome: da brividi! Il suo talento, così “folle” e spensierato, fatto di irridenti finte e di devastanti giocate in profondità, entrò nel cuore dei brasiliani.

Per lui venivano spesi paragoni importanti, tanto che qualcuno, dalle parti del Flamengo, iniziò a chiamarlo il “Pelè Bianco“, oppure “El Gringo“.  Allo stesso modo, Narciso Doval continuò a imporsi anche come personaggio di grande carisma e fascino fuori dal campo. Era una figura di spicco anche per le varie campagne pubblicitarie, veniva seguito dai paparazzi e ammirato dai giovani per la sua aria sbarazzina. Capello biondo, sorriso smagliante, abbronzatura impeccabile, El Loco era una vera divinità nelle spiagge di Rio. Dopo aver vinto 4 trofei in 3 stagioni, però, il suo rendimento al Flamengo scese drasticamente. L’epilogo più amaro fu l’eliminazione, nel 75, al terzo turno del campionato brasiliano contro il Santa Cruz.

IL CLAMOROSO PASSAGGIO ALLA FLUMINENSE

Dalle parti del Mengao, forse con troppa fretta, qualcuno pensò che quel 31enne fosse ormai in fase calante. Narciso Doval finì sul mercato e manifestò, da subito, l’intenzione di restare in Brasile. Aveva, tra l’altro, appena preso la cittadinanza e si sentiva in piena sintonia con la città di Rio de Janeiro. Inizialmente sembrò vicino al trasferimento al Vasco da Gama. L’argentino, però, rifiutò l’accordo con una motivazione alquanto particolare: il centro sportivo della società era troppo lontano dalla spiaggia. Così, in maniera assolutamente incredibile, si concretizzò il suo passaggio alla Fluminense, la rivale storica del Flamengo. Per poterlo acquistare la Tricolor mandò al Mengao addirittura tre calciatori come pedine di scambio: Toninho Baiano, Roberto e Zé Roberto.

A farsi amare anche dai nuovo tifosi, El Loco impiegò un battito di ali. In una rosa fortissima, che comprendeva calciatori come Rivellino , Marco Antônio , Carlos Alberto Pintinho , Carlos Alberto Torres, l’argentino si integrò perfettamente. Il presidente Horta era letteralmente pazzo di lui. Dichiarò alla stampa che acquistarlo era il suo sogno da anni e che solo Zico era più famoso in Brasile in quel periodo. Il rendimento di Doval, inoltre, portò aspre critiche alla dirigenza del Flamengo, che si era disfatta dell’argentino con troppa fretta. Alla Fluminense, al fianco di Rivelino, Doval vinse il campionato statale 1976, in cui fu capocannoniere. Nella finalissima contro il Vasco, fu decisivo con un gol di testa. Riuscì a guadagnarsi una bella vetrina internazionale anche durante il Torneo di Parigi, risultando decisivo nel 3-1 al Bayern Monaco al Maracanà!

IL RITORNO IN ARGENTINA

Al termine delle tre stagioni vissute alla Fluminense, Doval era riuscito a raggiungere un traguardo incredibile: farsi amare, indistintamente, da entrambe le tifoserie rivali della zona. Quando il suo ciclo giunse al termine, ormai 34enne, decise di tornare al San Lorenzo, in patria. Poche settimane dopo il suo ritorno a Buenos Aires, si accorse di aver fatto un errore. Ormai, era lontano anni luce dallo stile di vita e calcistico argentino. Non nascondeva il suo disappunto, dichiarando più volte che il vero calcio era quello brasiliano, mentre quello albiceleste era retrogrado e noioso. Il rendimento sul campo non fu neanche minimamente paragonabile a quello del passato. El Loco Doval, però, si rese protagonista di un altro episodio incredibile.

In uno dei ritiri in albergo con  la squadra, si ritrovò in ascensore con una signora di classe, vestita con abiti di alta moda e contornata da gioielli di valore. Pensando di regalare uno dei suoi simpatici sketch ai compagni presenti, si posizionò alle spalle della donna e le puntò un dito alla schiena, fingendo fosse una pistola. “Mani in alto, questa è una rapina!” urlò, terrorizzando la signora che, nonostante le risate dei presenti, non capì lo scherzo e corse in reception a lamentarsi. La bravata costò a Narciso Doval una salata multa di 10 mila pesos, comminatagli dall’allenatore Juan Carlos Lorenzo. A cena, la sera stessa, El Loco notò la donna seduta qualche tavolo più avanti e che non smetteva di fissarlo. Si alzò di scatto e indicandola, urlò “Non ti azzardare a guardarmi, mi sei già costata 10 sacchi!”.

LA PREMATURA MORTE DEL LOCO NARCISO DOVAL

Pur avendo siglato 10 gol in 22 partite, il suo ritorno al San Lorenzo fu etichettato come un’operazione fallimentare. Al termine della stagione, decise di lasciare un calcio che ormai non sentiva più suo e andò a svernare in USA, alla caccia degli ultimi stipendi di rilievo. Firmò per il Cleveland Cobras e, nel campionato seguente, per il New York United, due club militanti nella NASL americana. A 37 anni, ormai senza stimoli, decise di lasciare il calcio e si stabilì a Rio de Janeiro, la città che più di tutte sentiva sua. Furono anni di perdizione, in cui Narciso Doval sperperò gran parte del denaro che aveva e compromise il suo fisico. Amava bere, atteggiarsi da playboy e trascorrere intere nottate a divertirsi per locali e nightclub.

Successivamente, decise di fare ritorno a Buenos Aires dove, inaspettatamente, incontrò la morte il 12 ottobre del 1991. Accadde durante una delle sue innumerevoli notti di perdizione, trascorsa tra locali a luci rosse e sale giochi. Proprio mentre usciva da una pista da bowling (o un nightclub secondo altre fonti), scendendo la scalinata, fu colto da un infarto. A nulla servirono i soccorsi, la stella del Loco si spense troppo presto, a soli 47 anni. A Rio de Janeiro, le tifoserie di Flamengo e Fluminense, che di solito non si guardavano neanche in faccia, piangevano insieme per lui. Chiunque l’avesse conosciuto e apprezzato non poteva crederci. Lo spensierato Doval non era più lì, a farli ridere e a prendere la vita con quella leggerezza che solo lui aveva, tipica di un Loco

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