Max Merkel, il granitico allenatore austriaco soprannominato “Mr.Latigo”

Soprannominato Mister Latigo (frusta in spagnolo), divenne un allenatore rinomato per i metodi di allenamento durissimi e sfiancanti

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MAX MERKEL, IL DURISSIMO ALLENATORE AUSTRIACO

Max Merkel è stato un giocatore prima e allenatore poi di nazionalità austriaca. Figlio di una donna mezza prussiana e mezza viennese, inizialmente si contraddistinse come attaccante, salvo poi specializzarsi come difensore per tutta la sua lunga carriera. Poiché non fu più utilizzato dopo il suo debutto nel 1937 nella squadra di combattimento dell’Hutteldorfer, si trasferì a Dornbach per giocare con il Wiener Sport-Club. La sua vita da calciatore venne interrotta dalla seconda guerra mondiale. Durante questo periodo, Merkel fu utilizzato il 27 agosto 1939 come uno degli otto austriaci nella partita della nazionale di calcio “Greater German” contro la Slovacchia.

La guerra significava che Max Merkel poteva a volte giocare solo a LSV Markersdorf an der Pielach, una base aerea che fungeva da “campo di accoglienza” per i giocatori di calcio invasi. Dopo la fine del conflitto, Merkel tornò finalmente a Hütteldorf nel 1946, diventando campione di Austria per un totale di quattro volte con il Rapid Vienna. Appese gli scarpini al chiodo nel 1954, con l’idea già in testa di perseguire la carriera da allenatore. Caratterialmente Max era uno molto burbero, intransigente e scontroso. Insomma, la classica persona con cui non parleresti mai. Grande leader da calciatore, sfruttò questo suo aspetto di autorità per “comandare” anche i suoi compagni durante le sessioni di allenamento.

I PRIMI PASSI DI CARRIERA

Cominciò la sua carriera da “mister” nel 1954 nei Paesi Bassi, dove allenò l’HBS Craeyenhout per sei mesi, per uno stipendio mensile di 700 marchi. Dal 1955 al 1956 assunse la carica di allenatore della nazionale olandese, con la quale raggiunse dieci partite tra l’aprile 1955 e il giugno 1956 con solo due sconfitte, sette vittorie e un pareggio. A quel tempo, l’allenamento fisico nel calcio europeo era qualcosa di esotico. Alla fine degli anni ’60 i club avevano un programma settimanale rilassato, e la parola “fatica” era un concetto che non esisteva. Di conseguenza, i risultati scadenti si videro sia nel fatto che la media dei marcatori crollò in campionato – difese forti e attaccanti incapaci di rompere le linee – sia nel fatto che in Europa la nazionale e i club erano praticamente irrilevanti.

LE RIGIDE SESSIONI DI ALLENAMENTO

Merkel celebrò i suoi più grandi successi come allenatore in Germania e Spagna. La sua prima tappa tedesca fu alla guida del Borussia Dortmund. Max ringiovanì la squadra, raggiungendo la finale del campionato tedesco nel 1961, persa 3-0 contro il Norimberga. Poi passò sulla panchina del TSV 1860 Monaco, dove si dice che sia stato remunerato con 3000 marchi al mese. Stette sei anni, dal 1961 al 1966, vincendo svariati trofei tra cui una Coppa di Germania. Come allenatore Merkel dimostrò fin da subito una certa rigidità nei metodi di allenamento: tanta corsa, flessioni, plank, ripetute di scatti a tutto campo. Insomma, per lui lo stereotipo del calciatore perfetto era quello che sputava sangue in allenamento per poi essere un soldato da battaglia indistruttibile in campo.

Curò anche l’alimentazione dei ragazzi di ogni squadra, in modo da mantenere il fisico tonico e forte. Nei primi anni ’70 si affacciò al calcio spagnolo. Nella stagione 1969-70, il Siviglia tornò in prima divisione dopo due anni di assenza e si pensava che assumere un allenatore “moderno” potesse essere positivo. Max Merkel arrivava dalla Germania, sebbene fosse austriaco. In terra andalusa Max raggiunse l’apice di creazione di allenamenti pesantissimi; gare, flessioni, sit-up, salti, sacchi di sabbia, ripetizioni e così via. Gli stessi giocatori del Siviglia non sopportarono inizialmente questi allenamenti distruttivi, che alla fine si rivelarono decisivi. Infatti, da neopromosso in Primera Division, il Siviglia arrivò terzo in campionato, stupendo tifosi e società.

Merkel venne soprannominato ‘Mister Whip’, anche per via del suo “frustino” che utilizzava durante le sue sessioni di allenamento per mantenere alta l’attenzione. Il secondo anno sulla panchina del Siviglia non andò bene, e complice qualche battibecco con il presidente, Merkel fu costretto ad andarsene.

LA CHIAMATA DELL’ATLETICO MADRID

A metà del 1971, l’Atlético Madrid era senza allenatore e Merkel senza una squadra. Poiché il blasone dell’Atlético era maggiore di quello del Siviglia, fu allora che i metodi di Mister Látigo (ovvero frusta in spagnolo) vennero considerati ideali per instaurare un ciclo vincente. Le corse su e giù per le tribune, a volte con sacchi di sabbia addosso; le piste, le flessioni, le ripetizioni, le gare. Questo era il credo calcistico dell’austriaco, cioè soffrire in allenamento per godersi le partite al meglio. Alcuni giocatori approvarono i suoi metodi, altri invece si ribellarono. Alla guida dei Colchoneros, Merkel vinse un campionato spagnolo (1973) e una Coppa del Re (1972).

Nell’estate del 1973 giunsero in Spagna (su invito della stampa tedesca) alcune dichiarazioni di Merkel in cui affermava di essere “sfinito” per via della disorganizzazione generale e delle difficoltà nell’imporre disciplina al club che aveva fatto campione. Di motivi per rimanerci, infatti, non ce ne furono. Dal 1974 al 1983 continuò ad allenare, senza riuscire ad ottenere consensi sui suoi allenamenti molto rigidi. Max Merkel verrà sempre ricordato come l’uomo di ferro, o meglio, Mister Latigo.

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