La triste fine di Joachim Fernandez, l’ex calciatore morto assiderato

Grande promessa del Bordeaux, si perse in solitudine e malinconia che lo portarono ad una morte atroce

LA TRISTE STORIA DI JOACHIM FERNANDEZ

E’ una storia triste, una parabola di vita che dalla gloria è sfociata nella mediocrità, in cui c’è stato poco di razionale e tanto di illogico. Essere un giovane talento prestato al calcio per poi scomparire in un vuoto senza via d’uscita. Paragonato a Marcel Desailly per struttura fisica e valori difensivi, quell’etichetta si rivelò un grande bluff, perchè ad oggi di Joachim Fernandez ci rimane soltanto un lontano ricordo, fatto di lacrime e malinconia. Il nome, alla maggior parte, dirà poco o nulla, ma la sua storia è così toccante che in molti ne avranno sentito parlare. Fernandez è stato un calciatore senegalese, ma naturalizzato francese, degli anni ’90: di mestiere faceva il difensore, uno di quelli bravi nelle letture e abili ad impostare l’azione coi piedi. Talvolta venne schierato come centrocampista centrale, a fare da diga davanti alla difesa.

Per via di questa sua duttilità nel ricoprire ambedue i ruoli venne accostato a quel Desailly che fece le fortune con il Milan. Classe 1972, nacque da una famiglia relativamente povera, che però riuscì a mandarlo in Francia non appena possibile, a Bordeaux a casa degli zii. Arrivò appena 20enne, costretto ad abituarsi a una realtà totalmente differente dal normale: tra i ritmi forsennati della grande città, usi e costumi, clima (che si rivelerà un fattore determinante nella sua vita) e abitudini, Fernandez doveva farsi scivolare di dosso quel suo comportamento deviante per conformarsi alle regole della “metropoli”, per usare un eufemismo. In Francia, il giovane scoprì una grande passione per il calcio giocando per un oratorio della città: magrolino ma dalle gambe tentacolari, venne visionato da alcuni osservatori, rimasti affascinati dal modo con cui toccava il pallone per districarsi dagli avversari.

Longilineo e alto 180cm, entrò quasi subito nel settore giovanile del Bordeaux, venendo impiegato come difensore centrale. Aveva tutte le caratteristiche per svolgere quel ruolo; mancava solo mettere un po’ più di corporatura muscolosa e poi sì che poteva diventare ancora più forte di quello che già era.

LE PRIME ESPERIENZE IN PRESTITO

La prima esperienza per Joachim arrivò nel 1993, quando venne spedito in prestito al Sedan, nella Serie B francese. Il ragazzo mostrò fin da subito una certa facilità nell’esprimersi, dunque il problema nel comunicare non si poneva. Ciò che, invece, soffrì terribilmente era il clima freddo, rigido, con temperature che di inverno raggiungevano gradi insostenibili dal corpo del giovane senegalese. Coi compagni instaurò subito un buon rapporto, anche se quando giocavano a palle di neve ebbe qualche battibecco con i suoi coetanei. Il freddo stava diventando insopportabile per uno abituato al clima torrido africano. Ma era solo l’inizio. Nell’unica stagione al Sedan, Fernandez giocò 37 partite realizzando un gol. Ad annata terminata, si trasferì all’Angers sempre in prestito, collezionando 27 partite condite ancora da una rete.

Il Bordeaux lo riportò a casa nel 1995 dopo avergli fatto fare le ossa altrove. Il club francese crebbe molto in lui, che non vedeva l’ora di confrontarsi coi più grandi per diventare un pilastro difensivo del club. A metà anni ’90, il Bordeaux era indubbiamente una delle squadre più interessanti d’Europa, visto che dalla squadra uscirono talenti del calibro di Zidane, Dugarry e Lizarazu, che troveranno successo col passare del tempo. Inizialmente Fernandez venne aggregato alla squadra delle riserve su richiesta di Slavo Muslin, allenatore della prima. Il tecnico ci andò piano con il giovane, con l’intento di fargli fare un po’ di apprendistato dalla panchina per poi buttarlo nella mischia al momento opportuno. “Arriverà il tuo momento”, gli disse Muslin dopo le diverse seccature di Fernandez.

Quel Bordeaux di ritocchi non ne necessitava. Tra le prodezze di Zidane, le attenzioni era soltanto su di lui. A novembre, però, Muslin dovette fare i conti con una serie di infortuni nel pacchetto difensivo, dunque non restava altro che chiamare coi grandi Joachim, sempre imbottito di giaccone e sciarpa per difendersi anche dalle temperature autunnali.

IL GRANDE CAMMINO IN COPPA UEFA

Il debutto per Fernandez arrivò l’8 novembre 1995 nella partita contro il Lens. Il senegalese sfoggiò una prestazione autoritaria, imperando in difesa come se avesse giocato 40 partite. E invece era soltanto la prima. La sicurezza con cui guidava la linea era ciò che balzava subito all’occhio. La gara finì 0-0, con poche occasioni da rete da una parte e dall’altra. Arrivarono subito i complimenti per Fernandez, considerato l’ennesimo talento individuato dal Bordeaux. Il campionato si rivelerà fallimentare, con una salvezza striminzita raggiunta nelle ultime giornate. I francesi stupirono in Coppa UEFA: Joachim debuttò nel ritorno degli ottavi di finale contro il Betis Siviglia; l’andata era finita 2-0 per i transalpini.

Il giovane fece una prestazione sontuosa, non sentendo neanche una minima pressione addosso. Pulito, ruvido quando serviva e battagliero in ogni situazione che gli valse anche un cartellino giallo. Alla fine il Bordeaux perse 2-1 ma strappò lo stesso il pass per la qualificazione ai quarti di finale. L’avversario era il Milan di Fabio Capello, una delle squadre più temibili e forti di quel periodo che stava dominando ovunque. L’andata a San Siro finì 2-0 per i rossoneri, che ipotecarono il passaggio del turno. Nessuno si aspettava una rimonta al ritorno, quantomeno una prestazione degna. Il Bordeaux si spinse oltre: forte del cambio allenatore (Rohr al posto di Muslin), i francesi dominarono il Milan vincendo 3-0 e arrivando in semifinale.

Fernandez entrò a 5 minuti dalla fine con un solo compito: stanare George Weah, letteralmente un animale da gol. Joachim non si lasciò intimidire dal centravanti rossonero e combatté a più non posso sradicandogli tutti i palloni, come per dire “Qui tu non passi”. Ogniqualvolta veniva chiamato in causa, il classe 1972 rispondeva presente. Il sogno del Bordeaux si spense solamente in finale contro il Bayern Monaco, con Fernandez che collezionò 8 presenze tra campionato e coppa.

JOACHIM FERNANDEZ ALL’UDINESE

L’estate 1996 sarà di grande rivoluzione per il club transalpino che, quasi inspiegabilmente, decise di cedere tutti i suoi talenti. Zidane alla Juventus, Dugarry al Milan, Lizarazu all’Athletic Bilbao e Fernandez al Caen. Il senegalese si spostò in una realtà piccola, che lottava per salvarsi nel campionato dei grandi. Fece coppia in difesa con Gallas, ma nelle 29 presenze totali venne impiegato molto spesso come centrocampista difensivo. A fine anno, nel 1997, il Caen retrocedette nella Serie B francese e Joachim dovette affrontare una serie di problemi amorosi con la moglie. Il calciatore si dimostrò bipolare caratterialmente: fuori dal campo era timido, avaro di emozioni e quasi depresso; sul rettangolo verde sprigionava tutta la sua personalità, urlando a squarciagola per richiamare i compagni.

Nel 1997 l’ex Bordeaux si accasò all’Udinese, squadra che fiutava talenti in giro per l’Europa: da Bierhoff a Helveg, da Amoroso a Jorgensen. Il difensore sbarcò a Udine nell’anno dei 27 gol di Bierhoff, valevoli per il raggiungimento del terzo posto in campionato alle spalle di Juventus e Inter. Fernandez ci mise un po’ di tempo ad entrare nelle rotazioni di Zaccheroni, un purista della zona con il suo 3-4-3 arrembante e offensivo. Il 25enne imparò in fretta l’italiano, si adattò ai canoni tattici della Serie A ma alla fine ebbe un debutto da incubo. Il suo ingresso in un Udinese-Fiorentina del 31 agosto 1997 si rivelò un disastro unico: i friulani conducevano 2-1 a pochi minuti dalla fine.

Al minuto 82 Zaccheroni levò uno stremato Paolo Poggi per inserire Fernandez, con il compito di ingabbiare Gabriel Omar Batistuta. Se con Weah pochi anni prima la prova era stata superata a pieni voti, quel giorno Batigol fece venire il mal di testa al senegalese nel giro di un minuto. Fernandez apparì completamente spaesato, fuori ritmo e incapace di contenere la furia argentina, che segnò una doppietta ribaltando il risultato. La Fiorentina vinse 3-2 e la prestazione di Joachim fu da matita blu, che di fatto gli costò la considerazione di Zaccheroni per il resto della stagione.

TANTA SOLITUDINE

Joachim passò nell’autunno del ’97 al Monza in Serie B. Nonostante il cambio di tre allenatori (Radice, Bolchi e Frosio), il senegalese non riuscì a ritagliarsi spazio per giocare e mettersi in evidenza, facendo un altro buco nell’acqua per la sua definitiva consacrazione. Sua moglie decise di lasciarlo, scappando via assieme al figlio e lasciando così Joachim nella solitudine. La depressione incominciò a farsi sentire nel giocatore: abbandonato, senza nessuno affianco e stando in una squadra in cui non giocava neanche, era inevitabile avvallarsi. La stagione 97-98 si rivelò dunque una perdita di tempo per Joachim, che fece pochissime panchine e tantissime tribune, non giocando mai.

Più soddisfacente l’annata successiva, quando Frosio gli diede fiducia per sole 5 partite tra campionato e Coppa Italia. A gennaio 1999 il Monza rispedì il senegalese al Milan, che a sua volta lo girò in prestito al Tolosa, squadra con la quale scenderà in campo una volta sola. Il ragazzo era sempre più triste, malinconico e abbattuto: di motivazioni per continuare a giocare a calcio ce n’erano veramente poche. Nell’estate 1999 andò in Scozia per giocare con il Dundee, che decise di regalargli una possibilità di redimersi. Invece niente. Quel broncio non se ne andava. Solo 6 presenze raccolte con gli scozzesi senza lasciare il segno.

Nel 2000 Fernandez si regalò un’esperienza esotica in Indonesia, per giocare con il Persema Malang. Le difficoltà di ambientamento furono dietro l’angolo e Joachim le colse in pieno. L’unica cosa buona per lui era il clima, per il resto discreto stipendio, nessun conoscente/amico e tanta solitudine. Si sentiva come un morto vivente, in parole povere.

UNA MORTE ATROCE

Giusto il tempo di due partite e un gol che il difensore lasciò il paese indonesiano per tornare in Europa a farsi curare un ginocchio malconcio. Da quel momento, di lui, non si seppe più nulla. Fernandez si ritrovò senza niente: senza famiglia, soldi, conoscenti, senza qualcuno a cui aggrapparsi. Era in preda alla povertà, che lo stava avvolgendo nella vita da senzatetto. Ciò che successe dal 2001 al 2015 rimane ancora oggi un mistero, un enigma da risolvere ma che probabilmente non avrà soluzione. L’unica cosa risaputa è che ritornò in Francia, a Domont, nella banlieue parigina in cui vivevano i barboni. Provò a rimettere in sesto la propria vita chiedendo di fare dei lavoretti qua e là in modo da mettere su qualcosa, ma niente.

Neanche l’appeal di essere stato un calciatore che ha affrontato il Milan di Weah e la Fiorentina di Batistuta bastò per salvarlo. Fece amicizia con altri senzatetto, dimostrandogli con delle cartacce che sapeva farci coi piedi. Il quartiere lo prese in simpatia, e gli offrì dei pasti caldi che lui stesso rifiutò perché voleva pagarli. La vita di Fernandez proseguì nello squallore, con un senso di infelicità irreparabile. Gli inverni freddi e gelati diventarono trucidi per il suo corpo, come se avesse preso una coltellata. Di notte cercò riparo nei vecchi magazzini, avvolto in coperte che in realtà erano cartoni sporchi e rotti. La sua vita stava andando in quella direzione; il suo corpo non ce la faceva più a reggere.

Così, il 19 gennaio 2016 dei vecchi amici lo ritrovarono morto assiderato. Fernandez era lì, disteso, avvolto in un manto di coperte per tenerlo in vita da un freddo aberrante che alla fine ebbe la meglio. A soli 43 anni, la giovane promessa del Bordeaux dalle tante aspettative morì in preda ad una malinconia troppo grande per ripotarlo sulla retta via. I suoi ultimi amici di Domont pagarono le spese per il rimpatrio della salma in Senegal, dove è stato sepolto nella sua città, Ziguinchor.

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