La drammatica fine di Alberto Vivalda, il portiere argentino idolo di Higuita

Alberto Vivalda

Alberto Vivalda, detto El Loco o El Beto, era un portiere argentino davvero caratteristico. Amava dribblare gli avversari, uscire fino al centrocampo e interpretare il ruolo in modo molto soggettivo. Militò in numerose squadre argentine e nel Millonarios, compagine colombiana dove diede il meglio di sé, svezzando anche un giovane Higuita. Poi, si ammalò di depressione e, dopo aver visto la sua vita andare a rotoli, si suicidò a soli 37 anni.

ALBERTO VIVALDA E QUEL MALEDETTO ULTIMO GIRO IN MOTO

E’ una giornata apparentemente normale a San Isidro, città ad ovest di Buenos Aires. Alberto Pedro Vivalda, ex portiere professionista con una lunga carriera tra Argentina e Colombia, esce di casa con la sua moto di grossa cilindrata. Giunge nei pressi della stazione ferroviaria, parcheggia il veicolo e cammina fino ai binari. Pochi istanti dopo, un treno in corsa lo porta via per sempre. Era un uomo solo, disperato, tormentato dalla tristezza e dalla nostalgia, separato dalla moglie, lontano dai 3 figli, con due precedenti ricoveri in un ospedale neuropsichiatrico. Era depresso da tempo e senza più obiettivi e prospettive di vita. Nonostante la sua lunga esperienza da portiere, nei giorni seguenti nessun giornale darà la tragica notizia. Se ne parlerà solo un paio di settimane dopo, in maniera fugace.

Quando giocava, volando tra un palo e l’altro della porta, lo chiamano El Loco. Un soprannome quanto mai comune ai portieri sudamericani, spesso conseguenza della loro estrosità e della loro interpretazione pittoresca del ruolo. Anche Vivalda era un numero 1 appariscente, moderno, “pazzo”, lui che portiere neanche avrebbe dovuto esserlo. Ai tempi delle giovanili del River Plate, infatti, giocava come attaccante ma per sua stessa ammissione era un disastro. Nelle partitelle tra amici, lungo le strade della città, era invece solito schierarsi come difensore centrale. Un giorno, in allenamento, mancava un portiere e il mister spedì in porta proprio Vivalda, il calciatore di movimento meno dotato della rosa. Rimasero tutti a bocca aperta, quel ragazzino parava di tutto e di più e in poco tempo divenne l’estremo difensore più promettente di tutto il settore giovanile.

UN CUORE CHE BATTEVA PER IL RIVER PLATE

El Beto, altro soprannome di Vivalda, aveva qualità fisiche impressionanti, soprattutto per via dell’innata agilità. Era un vero gatto che affinò rapidamente anche la tecnica individuale. Inoltre, complice anche il suo passato da giocatore di movimento, risultava particolarmente abile, a volte fin troppo, nel gioco con i piedi. Il suo modello di riferimento era Amadeo Carrizo, uno dei più grandi portieri nella storia del River Plate e del calcio sudamericano. Tuttavia, la scalata alla titolarità della prima squadra rimase sempre un sogno per Alberto Vivalda. Sulla sua strada trovò una leggenda del club come Ubaldo Matildo Fillol ma questo non gli impedì di riuscire comunque a vivere un momento di gloria. Dopo aver esordito contro l’Atlanta per via dell’infortunio del titolare, in Argentina scoppiò uno sciopero dei calciatori che mise a rischio le ultime giornate di campionato.

La Federazione impose alle società di schierare la formazione giovanile e Vivalda si ritrovò titolare per le ultime gare, col River in testa alla classifica. Qualcuno dei veterani tentò di dissuaderlo dallo scendere in campo,  al fine di farlo unire alla protesta. Vivalda rispose che lui aveva i colori del River nel sangue e non si sarebbe mai tirato indietro. Il 14 agosto del ’75, vincendo per 1-0 sul campo del Velez, i Millonarios si laurearono campioni d’Argentina dopo ben 18 anni. Il tetto più alto raggiunto con la squadra, però, rappresentò anche il passo d’addio per il Loco. Desideroso di giocare come titolare, si trasferì al Chacarita, restandovi due anni e mezzo, e poi al Racing. Poi, nel 1982, a causa della concorrenza, si ritrovò nuovamente sul mercato. Progettava un nuovo cambio di maglia in Argentina, quando ricevette un’inaspettata chiamata dalla Colombia.

L’IDOLO DEI TIFOSI DEL MILLONARIOS, IN COLOMBIA

In quei giorni, infatti, il tecnico argentino Josè Pastoriza era stato appena nominato nuovo allenatore del Millonarios, glorioso club colombiano. Una delle prime richieste del mister fu proprio un nuovo portiere e il prescelto era Vivalda. Divenne immediatamente un idolo assoluto della tifoseria, consacrandosi come uno dei migliori estremi difensori del campionato. Il suo rendimento fornì una grande sicurezza alla squadra, che da tempo aveva un chiaro problema tra i pali. El Loco, inoltre, si fece apprezzare come uno strepitoso para-rigori, arrivando a sventarne anche due in una stessa partita contro il Pereira. Sempre in seguito ad un rigore parato contro il Santa Fè, si rese protagonista di un simpatico aneddoto. Quel pomeriggio, Alberto Vivalda indossava un cappello. Nel tentativo di respingere il tiro, perse il berretto e per un istante rimase indeciso se raccoglierlo prima del pallone che vagava in area. Con estrema rapidità, prese prima il cappello e poi si avventò sul pallone!

Nel suo periodo di attività in Colombia, sfiorò ripetutamente il titolo, giungendo spesso secondo. Inoltre, è proprio grazie a lui che un certo Renè Higuita divenne portiere. Il giovane, infatti, al tempo era ancora un attaccante che si affacciava alla prima squadra del Millonarios. Improvvisamente, il secondo portiere della squadra, Jimenez, fu messo fuori rosa per motivi disciplinari e il club non riuscì a reperire un sostituto sul mercato. Higuita, che da tempo guardava con occhi di ammirazione Vivalda, decise di provare a giocare tra i pali e disputò ben 6 partite. I due avevano in comune anche la caratteristiche di uscire dall’area di rigore e dribblare incautamente gli avversari. Così come il folle gesto costò carissimo a Higuita durante Italia ’90, anche Vivalda pagò le conseguenze nel suo periodo colombiano. In una gara contro il Santa Fè si spinse fino a centrocampo, salvo poi perdere ingenuamente palla e subire gol. Fu multato per 50 mila dollari.

ALBERTO VIVALDA E LA DEPRESSIONE

Nel 1985 il portiere argentino diede l’addio alla Colombia. Una scelta quasi obbligata dalle condizioni di salute del padre, da tempo malato di tumore. L’uomo, da lì a poco, morì e fu solo il primo passo che portò Vivalda sull’orlo di una forte depressione. Da quel momento, infatti, El Loco fu travolto da numerosi problemi personali che fecero scivolare il calcio sempre più in secondo piano. Ormai scosso emotivamente, ben lontano da quell’uomo spavaldo e sicuro che tutti conoscevano, Alberto perse rapidamente anche la sua famiglia. La moglie, infatti, chiese il divorzio e portò via anche i suoi figli, ai quali il portiere era molto legato. Le successive esperienze calcistiche con Union, Platense, il ritorno al River, il Ferro e il Racing furono tutte piuttosto brevi. Molti dei colleghi che divisero con lui lo spogliatoio in quegli anni affermarono che era irriconoscibile. Incoerente, stravolto, sempre preoccupato e alla perenne ricerca di soldi.

Tentava di vendere loro appartamenti, auto e qualsiasi altra sua proprietà. Talvolta, nei casi più disperati, si spingeva perfino a chiedere prestiti di denaro o proporre investimenti di dubbia riuscita. Dopo aver appeso i guanti al chiodo, nonostante il fisico ancora integro, la situazione precipitò ancora di più. Nel 1992 prese un biglietto aereo e volò a Madrid, presentandosi al campo di allenamento dell’Atletico, dove era arrivato da poco il suo ex coach Pastoriza. Lo prese da parte e gli raccontò una delirante storia di un furto di soldi subito in Svizzera e gli chiese del denaro per tornare a casa. Il tecnico, pur capendo che quella versione dei fatti faceva acqua da tutte le parti, lo aiutò. Alcuni ex compagni affermarono che viveva ormai senza luce, nel disordine più totale, con la barba lunga e l’aria afflitta. Subì due ricoveri psichiatrici che, purtroppo, non servirono a molto. Il 4 febbraio del 1994, infatti, Alberto Vivalda decise di togliersi la vita ma di questo, purtroppo, abbiamo già parlato…

CURIOSITA’

  • Alberto Vivalda era considerato decisamente “tirchio” dai suoi compagni di squadra. Si narra che ai tempi del Racing fosse solito andare ad allenarsi in bicicletta pur di non utilizzare la sua auto o la moto. Il problema stava nel fatto che il centro sportivo si trovasse a circa 100 isolati dalla sua abitazione!
  • Era un grande professionista e amava il suo lavoro. Spesso restava sul terreno di gioco ben oltre l’orario di allenamento, permettendo anche a diversi suoi compagni di battere dei calci di rigore. Allo stesso tempo, però, aveva anche un carattere fumantino e non si tirava indietro se c’era da dire qualcosa in faccia o litigare con qualcuno.
  • Ai tempi del Racing ruppe i legamenti del ginocchio al centravanti Giachello dell’Union in seguito ad un’uscita a kamikaze delle sue. Lo stesso attaccante, che per un periodo fu anche suo compagno di squadra, raccontò che quando El Loco usciva dai pali, non calcolava nessun pericolo ed era capace di travolgere chiunque senza timore.
  • Oltre che per le sue spericolate uscite e per l’abitudine di dribblare gli avversari fuori area, Vivalda parava spesso i tiri avversari con il petto, quasi a voler sminuire il loro tentativo. Spesso, dopo lo stop, partiva poi in dribbling!

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