Juan Gilberto Funes, il centravanti argentino che fu tradito dal suo cuore

Juan Gilberto Funes

Il centravanti argentino Juan Gilberto Funes ebbe una carriera purtroppo breve. Affermatosi principalmente in Colombia, era sul punto di diventare una stella anche in patria. Prima il cuore lo costrinse ad un prematuro ritiro, poi, un paio di anni dopo alla morte.

JUAN GILBERTO FUNES, IL TORO DAL CUORE DEBOLE

E’ l’11 gennaio del 1992 e ben 40 mila persone prendono d’assedio la Chiesa di San Luis per un ultimo, caloroso bagno di folla per Juan Gilberto Funes. Tra loro, c’è anche il suo amico Diego Armando Maradona, che lo ha poi definito “un orso buono” nella sua autobiografia “Yo soy el Diego”. Non ce l’ha fatta, tradito definitamente da quello stesso cuore che lo aveva costretto al ritiro a soli 27 anni. Ma chi era Funes? Un centravanti potente, capace di farsi amare per la grinta e l’attaccamento verso maglia e tifosi che aveva sempre messo in campo.

La sua arma migliore era quel sinistro micidiale, che quando riusciva a liberare era capace di far male a chiunque. Ma, nel complesso, era un attaccante completo, che sapeva calciare anche col piede debole, colpire bene di testa e, soprattutto, difficile da contenere quando partiva con le sue progressioni. Per fare un paragone, una sorta di Bobo Vieri, meno alto ma ugualmente potente. Si mise in mostra a 20 anni, con la squadra della sua città, l’Huracan di San Luis. Inizialmente, nei primi periodi dopo il debutto, le cose non sembravano andare particolarmente bene.

Funes sembrava ancora acerbo e sgraziato e la piazza rimpiangeva l’ormai ceduto Wilmar Cabrera, finito al Valencia. Dopo le esperienze con lo stesso Huracan e con Sarmiento e Newbery, Funes si impose con la maglia del Gimnasia. Segnò a raffica, tanto da guadagnarsi la chiamata del Millonarios, una delle società più prestigiose della Colombia. Una scelta più azzeccata che mi, visto che il centravanti iniziò a timbrare il cartellino con una regolarità disarmante. In 6 mesi di militanza col nuovo club, la buttò dentro 32 volte. Sempre a lui, si deve la rete numero 3000 nella storia della squadra, siglata di testa contro il Junior di Barranquilla. Dopo aver raggiunto quota 47 gol, divenne un vero e proprio uomo mercato.

IL RITORNO IN ARGENTINA

Per i tifosi colombiani era ormai diventato “The Buffalo Bar” e mai avrebbero voluto vederlo partire. Per il Millonarios, però, trattenerlo era ormai impossibile, viste le offerte miliardarie giunte in sede. Lo stesso Funes ci pensò bene, salvo poi accettare la corte del River Plate, guidato da “El Bimbo” Hector Vieira. Il trasferimento in uno dei club più prestigiosi d’Argentina, portò Juan Gilberto Funes a confrontarsi per la vittoria della Libertadores. Nella cammino continentale, il centravanti fu decisivo, soprattutto nella doppia sfida della finale. Timbrò il cartellino sia all’andata che al ritorno contro, guarda caso, una formazione colombiana: l’America de Calì. Davanti al proprio pubblico, al Monumental, realizzò una splendida rete con un sinistro dei suoi da fuori area, che fu determinante. Per il River si trattò del primo titolo Libertadores della propria storia.

Una festa impressionante, che coinvolse squadra e tifosi per tutta la notte nelle strade della città. Juan, però, decise di non parteciparvi e questo è un altro elemento che fa capire quanti valori avesse il ragazzo. Terminata la partita, il centravanti chiese a Vieira di potersi esentare dai festeggiamenti per poter raggiungere la famiglia a San Luis e gioire assieme a loro. “La mia famiglia e la mia gente sono quanto di più importante possiedo” aggiunse. Il successo, permise al River Plate di disputare, nel seguente Dicembre, anche la finale di Intercontinentale contro i rumeni della Steaua Bucarest, reduce dal clamoroso successo in Coppa dei Campioni. I “Millonarios” di Buenos Aires si imposero per 1-0, con una rete di Alzamendi. Un successo che chiuse un ciclo splendido e del quale Funes fu grandissimo protagonista, tanto da guadagnarsi la convocazione in Nazionale.

LA PARENTESI IN NAZIONALE E LA GRECIA

Un periodo splendido quello al River, che oltre che a permettergli di mettere in bacheca trofei prestigiosi, fece ricredere gran parte del Paese. Il Funes che era partito alla volta della Colombia, era un centravanti che aveva fatto vedere solo sprazzi delle sue enormi doti. L’avventura al Millonarios lo aveva invece completato, soprattutto dal punto di vista mentale. Il calciatore tornato in Argentina mise d’accordo proprio tutti, tanto che il suo nome iniziò a circolare con veemenza anche in chiave Seleccion. Il CT Bilardo, che lo aveva escluso dal Mondiale del 1986 nonostante le pressioni di parte della stampa, lo fece debuttare un anno dopo. Era il 10 giugno del 1987 e l’Argentina, a Zurigo, sfidava l’Italia. Juan Gilberto Funes giocò da titolare, senza destare grandissima impressione, e venne sostituito dopo un’ora di gara. L’incontro terminò 3-1 a favore degli Azzurri.

Successivamente, nello stesso periodo, fu convocato per la Copa America che si sarebbe svolta proprio in Argentina. Dopo aver vinto il proprio gironcino con Perù ed Ecuador, Maradona e compagni furono puniti dall’Uruguay e da un gol proprio di Alzamendi, compagno di Funes nel River. La Seleccion finì per perdere anche la finale per il 3° posto, dopo il 2-1 a favore della Colombia. Un’avventura fallimentare quella di Bilardo e dei suoi uomini. Il centravanti del River disputò 3 gare nella competizione, poi vinta dall’Uruguay. Furono le ultime in Nazionale, fondamentalmente per due motivi. Il primo fu il trasferimento in Grecia, in un campionato non di primissimo piano e che lo fece scavalcare da diversi attaccanti nelle gerarchie. Il secondo, come vedremo tra poco, dettato dalle sue condizioni di salute.

IL CUORE CHE LO TRADI’ DUE VOLTE

La scelta di trasferirsi all’Olympiakos, in Grecia, non fu del tutto fortunata. Juan Gilberto Funes fu costretto a passare sopra a notevoli problemi di ambientamento nel primo periodo. Ciò nonostante, pur essendo arrivato nel mercato invernale, riuscì a segnare 6 gol in 11 partite. Mise a segno anche una doppietta in finale di Coppa di Grecia ma non permise ai suoi di battere il Panathinaikos. Rimase all’Olympiakos nei primi 6 mesi del seguente campionato, ma mise a segno un solo gol e chiese la cessione a Dicembre. I greci si accordarono con il Nizza e Funes si trasferì in Francia per svolgere le rituali visite mediche prima di firmare il contratto. D

agli esami, emersero seri problemi cardiaci, misteriosamente mai riscontrati prima. Funes apparve scettico, decise di tornare in Argentina e fu sul punto di accordarsi con il Boca Juniors.  Tuttavia, anche il club di Buenos Aires riscontrò i medesimi difetti al cuore e si tirò indietro. Stranamente, invece, il Velez si fece avanti e lo tesserò, con molta superficialità. Disputò un’ultima stagione da calciatore, peraltro ottima, siglando 12 gol e rimanendo a lungo in corsa per una convocazione a Italia ’90. Le condizioni di salute, però, iniziarono a peggiorare e da ulteriori controlli, Funes decise di ritirarsi a soli 27 anni.

Aprì una scuola calcio, a cui diede il suo nome, provando a rimanere nel mondo dello sport che amava. Ma il suo cuore iniziò a fare sempre più le bizza e lo costrinse a numerosi ricoveri ospedalieri, fino a quel maledetto 11 gennaio del 1992, quando smise di battere definitivamente. La breve vita di Funes giunse al termine. Un ragazzo dai modi semplici, felice di rincorrere un pallone. Nel suo piccolo e in poco tempo seppe scrivere pagine d’oro e accendere l’inconfondibile fuoco dei suoi sostenitori. Quell’ultimo addio, testimoniò il loro immenso affetto nei suoi confronti…

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