Francisco Marinho, il terzino sinistro del Brasile che sapeva solo attaccare

Francisco Marinho Brasile

Francisco Marinho si fece conoscere al mondo intero durante i Mondiali del ’74, impressionando con la maglia del suo Brasile. Le sue doti offensive, però, non erano ricompensate da altrettante qualità difensive. Nelle vita privata, poi, era un vero trasgressore: un incallito playboy col brutto vizio della bottiglia.

“O DIABLO LOURO” DEL BRASILE, FRANCISCO MARINHO

Il mondo intero si accorse di lui durante una calda estate del 1974. Si stavano disputando i Mondiali di calcio, per l’occasione in Germania Ovest. I tanti appassionati, come accadeva sempre in quei casi, focalizzarono molte delle loro attenzioni sul Brasile. La Selecao rappresentava sempre una ghiotta chance di ammirare talenti incredibili. La curiosità dei molti andò verso il terzino sinistro di quella squadra, già dalla prima inquadratura. Era biondo e dalla carnagione chiara, un’anomalia per l’idea naturale che l’europeo medio aveva dei brasiliani al tempo. Capelli lunghi, aria sbarazzina da rockstar, un vero playboy.

E poi quel modo di giocare, accattivante.  Francisco Marinho era un terzino sinistro davvero tipicamente from Brasile. Amava sfrecciare sulla sua fascia, attaccava senza sosta con un vasto repertorio di finte, dribbling e traversoni al bacio, nonchè un notevole tiro in porta. Ogni tanto, anzi, quasi sempre, si dimenticava di difendere. Molto poco incline al lavoro in fase di non possesso, era solito accompagnare l’azione perfino quando non era richiesto. Poi, una volta persa la palla, difficilmente si prodigava per rientrare, lasciando autentiche voragini sulla sua fascia. Ciò nonostante, pur in un Brasile che in quel Mondiale non incantò, riuscì a farsi eleggere miglior terzino sinistro dell’edizione ’74.

Pur rappresentando una vera arma in fase offensiva per la Nazionale del CT Zagallo, ebbe sulla coscienza il mancato terzo posto.  Nella finalina, infatti, gli toccò un cliente a dir poco scomodo, come il polacco Lato, ala velocissima e col vizio del gol. Marinho non lo prese mai nel corso dei 90′, spesso “fregandosene” altamente e continuando imperterrito nella sua anarchia tattica. Proprio il diretto avversario, in una delle sue tante iniziative sulla fascia, trovò il gol decisivo che consegnò il terzo posto alla Polonia. Per tutta risposta, negli spogliatoi Marinho si beccò un bel pugno in faccia dal portiere Emerson Leao, stanco della sua non curanza. A soli 22 anni, lentamente, il terzino si avviava verso un rapidissimo declino, giunto poche stagioni dopo.

I MILLE VIZI DELLA “BRUXA”

Originario di Natal, Francisco das Chagas Marinho era destinato, fin da ragazzino, ad una luminosa carriera. Le sue qualità tecniche e fisiche lo portavano a essere considerato il prototipo del terzino fludificante moderno. Divenne presto una vera icona per la sua generazione, con quell’aria da rockstar e quello spirito sbarazzino che lo contraddistinse sempre. Alle sue doti, però, abbinò sempre un carattere difficilissimo, sin dalla tenera età, che gli valse anche il soprannome di Bruxa, ossia Strega. Entrato nella scuola calcio del Riachuelo, faceva letteralmente disperare i suoi allenatori. Voleva giocare in attacco e loro, per tutta risposta, lo schieravano terzino.

Lui, maledettamente bravo e quindi sempre e comunque titolare, interpretava il ruolo a modo suo, ossia pensando solo alla fase offensiva. Quando lo chiamò il Nautico, un club ben più prestigioso della zona, fu costretto a scontrarsi con l’opposizione dei genitori. Bisognosi di nuove entrate economiche, avrebbero voluto che Marinho si cercasse un vero lavoro, anzichè correre dietro al sogno utopistico di milioni di bambini brasiliani. Vedendo che la famiglia si rifiutava di firmargli il tesseramento, lo fece fare al fratello con una firma falsa. Il passaggio chiave della sua carriera fu quello del 72, quando fu prelevato dal Botafogo. Con i bianconeri conobbe il grande calcio e mise in mostra tutto il suo repertorio. Segnava tanto, tantissimo per essere un difensore e fece innamorare tantissimi connazionali col suo gioco.

Nel ’73 Francisco Marinho fece il suo esordio nel Brasile. Sembrava sul punto di sbarcare in Europa ma, dopo il mondiale tedesco fu travolto sempre più dai suoi vizi. In primis, divenne un alcolizzato cronico, una dipendenza che lo attanagliava fin da ragazzino ma che col passare degli anni divenne incontrollabile. Poi, Marinho aveva una passione sfrenata per la bella vita, per le serate, per i locali e, soprattutto, per le donne. Nelle sue interminabili serate in discoteca, dopo aver bevuto e fumato senza sosta, era solito sedurre numerose ragazze e spendere cifra astronomiche. Proprio la sua totale non curanza per l’aspetto economico, con la sua esistenza lussuriosa e fatta anche di auto di lusso e vacanze, lo portò presto a sperperare tutti i suoi guadagni.

DOPO L’AMERICA, IL NULLA

Lasciato il Botafogo, dopo 4 stagioni ad alto livello, Marinho passò alla Fluminense. In questa sua avventura, accentuò ancor di più le doti che tutti gli riconoscevano. Segnò ben 10 gol in un campionato ma si macchiò di ancor più errori in fase difensiva. Proprio la sua totale anarchia tattica lo fece lentamente uscire fuori dal giro della Selecao. Francisco Marinho, a soli 25 anni, disputò la sua ultima partita con il Brasile prima di essere bollato come un calciatore totalmente incapace di difendere dal nuovo CT Coutinho. Poco male, Marinho si consolò in fretta cavalcaldo l’onda della sua popolarità. In un periodo in cui in Patria era una vera e propria star, girò ben 2 film, fu testimonial di una pubblicità e produsse perfino un disco musicale, che vendette oltre 100 mila copie.

Il calcio, in tanto lusso e popolarità, scivolò sempre più in secondo piano. A soli 27 anni, si fece attrarre dei soldi della NASL statunitense e firmò con i Cosmos delle grandi star. Al fianco di calciatori come Chinaglia o Beckenbauer ebbe modo di strappare un ottimo contratto e di disputare anche i play off del campionato. Decise di rimanere negli USA ed ebbe un’altra esperienza indossando la maglia del Lauderdale Strikers. Messo in banca quanto più possibile dall’avventura americana, Marinho optò per un ritorno in Brasile a 29 anni. In breve tempo, dilapidò tutti i guadagni ottenuti e, soprattutto, apparve come l’ombra di se stesso. Pur vincendo un Paulista con il San Paolo, non convinse mai, disputando 31 partite senza gol.

IL DECLINO DELL’EX STELLA DEL BRASILE FRANCISCO MARINHO

Appesantito e sempre più dipendente dagli alcolici e dal fumo, Marinho trascinò la sua carriera per qualche altra stagione. Firmò contratti con club minori come Bangu, Fortaleza e Natal. Tentò perfino un inglorioso ritorno in America ma ormai il suo destino era segnato. A 35 anni, non si sa bene come, riuscì a regalarsi una piccola esperienza europea in Germania, col piccolo Harlekin di Augusta. Una parentesi brevissima e che lo indusse al ritiro. Da quel momento in poi, fu solo autodistruzione. Marinho sperperò tutti i soldi con una vita assolutamente scellerata. Noleggiava auto di lusso con cui sfrecciava per le spiagge di Natal.

Passava da una donna all’altra, tra alberghi e ristoranti di prima classe. Praticamente ogni giorno, lo si vedeva nei vari bar sul lungomare, ubriaco a vantarsi di quando, da ragazzino, fece un sombrero al grande Pelè, umiliandolo. Ma, in poco tempo, anche la gloria, l’affetto dei suoi tifosi, i numerosi autografi firmati ogni giorno, scomparvero. Ormai ridotto in povertà e con la salute compromessa, l’ex stella del Brasile, Francisco Marinho, provò a riciclarsi come noleggiatore di auto. Poi la scoperta, drammatica, di aver contratto l’epatite C e di avere un fegato a pezzi.

Un ricovero, un tentativo di disintossicazione e anche un’intervista in cui espresse i suoi buoni propositi per gli ultimi anni di vita.  Un periodo che, purtroppo, non riuscì a regalarsi, visto che a 62 anni, il suo corpo martoriato dall’alcol e dal fumo lo abbandonò. A Natal gli dedicarono una grande statua di 7 metri. Lasciò ben 13 figli, avuti da donne diverse nella sua sfrenata ricerca di piacere. Perchè O Diablo Louro (il diavolo biondo) amava attaccare sempre e comunque, e non solo su un campo di calcio. Se solo avesse imparato a difendere e a difendersi…

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