Fëdor Cherenkov, il genio russo che lottava contro i suoi oscuri demoni

Fëdor Cherenkov

Fëdor Cherenkov è stato un calciatore sovietico dotato di grande tecnica. Era uno dei pochi “russi” che il colonnello Lobanovsky convocava saltuariamente nella Nazionale, affiancandolo al blocco ucraino. Nel suo periodo migliore di carriera, nella prima metà degli anni ’80, fu colpito da una brutta forma di depressione. Un male oscuro che lo perseguitò fino alla morte.

FEDOR CHERENKOV, IL GENIO TRISTE

E’ il 20 marzo del 1984, vigilia dell’importante sfida di ritorno dei quarti di finale tra lo Spartak Mosca e l’Anderlecht di Coppa UEFA. I sovietici sono chiamati alla grande impresa, poiché devono ribaltare il 4-2 subito in Belgio un paio di settimane prima. Già ai sedicesimi, la squadra del popolo ha fatto un piccolo miracolo, andando a vincere contro ogni pronostico in Inghilterra contro l’Aston Villa. A complicare, però, la difficile rimonta c’è l’impraticabilità del proprio campo, per via dell’ondata di gelo che ha travolto Mosca. La sfida si giocherà a Tbilisi, in Georgia, con prevedibile invasione di sostenitori dello Spartak.

Durante il pranzo del giorno prima, però, accade qualcosa di strano. La squadra è a tavola, c’è tensione nell’aria e la maggior parte dei calciatori si limita a qualche chiacchiera con i compagni più vicini. Improvvisamente, il giocatore più talentuoso della rosa, Fëdor Cherenkov, balza in piedi e con una manata allontana la ciotola di zuppa che ha davanti a sè. Inizia a urlare che contiene del veleno e che è tutto un complotto per farli fuori. E’ completamente fuori di senno e tutti i presenti lo guardano sconvolti. E’ solo l’inizio di una giornata totalmente folle.

Il fortissimo centrocampista, nel giro anche della Nazionale e miglior calciatore sovietico del 1983, trascorre l’intero pomeriggio in preda a forti allucinazioni. Vede ombre, sente voci, intravede complotti e pericoli ovunque. La sera, ormai nel più completo delirio, decide di suicidarsi, tentando di buttarsi giù dalla finestra della sua camera. I compagni, terrorizzati, assistono all’intero giorno di ordinaria follia del loro campione, riuscendo a salvarlo da quell’ultimo gesto estremo. L’indomani, in un clima di poca serenità e senza Cherenkov in campo, lo Spartak non va oltre un 1-0 che sancisce l’eliminazione della squadra del popolo.

IL RITRATTO DI UN CAMPIONE

Nessuno dei compagni presenti quel maledetto giorno ha mai voluto raccontare realmente cosa sia successo. Attimi concitati di paura, di tensione, di incredulità. Cherenkov, dal suo canto, non ha mai capito il motivo per cui non gli abbiano permesso di lanciarsi dalla finestra. Da quel momento, non è stato più lo stesso. Tornati a Mosca, i dirigenti lo hanno immediatamente portato in ospedale, dove è rimasto ricoverato per oltre due mesi. Si è parlato di depressione, probabilmente c’è stato anche dell’altro, qualcosa di più grave che ha macchiato per sempre la vita del calciatore russo. Uno che, finché è stato davvero bene, ha saputo farsi apprezzare dentro e fuori le mura sovietiche.

Un centrocampista di grande tecnica, specializzato nell’ultimo passaggio e in grado di accendersi e illuminare la propria squadra. In un calcio fisico e agonistico come quello sovietico, Fëdor Cherenkov è sempre stato colui in grado di spostare gli equilibri. Nel contesto degli anni ’80, da quelle parti, è stato probabilmente il calciatore qualitativamente più dotato. Non è un caso, infatti, che a più riprese è stato cercato anche all’estero. Più di ogni altro club, l’Aston Villa ha fatto carte false per averlo, specialmente dopo quello scontro diretto nell’edizione 83-84 della Coppa UEFA. Il regime sovietico, però non poteva permettere che un calciatore di quel rango potesse trasferirsi ad occidente e la trattativa è naufragata.

Il suo gioco è pura arte, è un genio capace di giocate da ben altri lidi. Uno talmente bravo da riuscire a convincere perfino il CT, che in quegli anni è il Colonello Valerij Lobanovsky. Uomo simbolo della Dinamo Kiev, durante la sua lunga gestione sulla panchina della Nazionale (in contemporanea al lavoro nel club) si è sempre affidato al blocco ucraino che meglio conosceva. Per i calciatori russi, durante il suo regno, la maglia dell’URSS è spesso stata un tabù. Non è il caso di Cherenkov, che al CT piace e che quando può lo mette in campo molto volentieri. Proprio poco prima di quel maledetto giorno a Tbilisi, Fëdor è stato protagonista di una meravigliosa doppietta in un bellissimo 5-0 al Portogallo.

IL VORTICE DI DEPRESSIONE DI FEDOR CHERENKOV

Paradossalmente, però, più aumentano i consensi, i complimenti, gli attestati di stima e più cresce il disagio di Cherenkov. Il ragazzo odia stare al centro dei riflettori, non riesce a capire perché la gente sia così affezionata a lui e alle sue gesta. E’ solo un calciatore, non fa niente di più che scendere in campo e fare il suo mestiere, eppure viene osannato. Allo stesso tempo, è di una semplicità e di una umiltà più uniche che rare nel mondo del calcio. Non rifiuta mai un autografo, una foto, una chiacchierata con i suoi fans, anche se di altre squadre. E’ talmente identificato con la gente e con gli appassionati da venir chiamato il calciatore del popolo.

Fëdor Cherenkov è di animo gentile e sensibile. Si preoccupa per le persone che sono attorno a lui, non sopporto di vedere qualcuno star male. Tutto ciò, unita alle enormi pressioni che la sua figura di calciatore comporta, lo rendono sempre più infelice. Dopo il periodo in clinica, torna a giocare e cerca di dare il suo meglio, anche se psicologicamente non è più quello di prima. Prova a non far pesare il suo disagio ai compagni e torna a illuminare la scena e deliziare i tifosi dello Spartak. Purtroppo, però, le porte della Nazionale iniziano a chiudersi sempre più. Viene escluso da tutte le seguenti competizioni, nonostante un rendimento piuttosto alto con il suo club.

Emblematico, sicuramente, è il caso del Mondiale ’86. Cherenkov sembra certo di potervi prendere parte. E’ spesso schierato in campo dal nuovo CT Malofeev ma, a pochi mesi dalla competizione iridata, ha un altro crollo mentale. Nel mentre è di nuovo ricoverato, sulla panchina dell’URSS c’è un nuovo avvicendamento, con l’ennesimo ritorno di Lobanovsky. Il Colonnello, come sua abitudine, stravolge i piani del predecessore e si riaffida al suo blocco della Dinamo Kiev. Cherenkov, con la scusa del nuovo ricovero, viene escluso dalle convocazioni. Lo stesso Colonnello, ha poi spiegato che la Coppa del Mondo in Messico sarebbe stata una competizione breve e giocata con caldo e altura e quindi aveva bisogno di giocatori pronti fisicamente e mentalmente.

L’ADDIO ALLO SPARTAK E LE VARIE RICADUTE

Ripresosi anche da questo secondo crollo, Cherenkov torna a disputare partite di alto livello. Incredibilmente, però, il suo rendimento tende a impennarsi negli anni dispari, ossia in quelli che non si concludono con una competizione per Nazionali. Inconsciamente, probabilmente, è una sua reazione alle ovvie pressioni che una sua convocazione comporterebbe. Così, dopo aver giocato una grande stagione 86-87, ha un calo nella seguente che gli costa un’esclusione dall’Europeo ’88, in cui i suoi compagni arrivano in finale contro l’Olanda di Van Basten. Nel campionato 88-89 è nuovamente eccellente, tanto da meritarsi, alla soglia dei 30 anni, un altro riconoscimento come miglior calciatore sovietico della stagione. L’anno dopo, invece, ricominciano i problemi.

E’ in lizza per un’ovvia convocazione a Italia ’90, probabilmente l’ultima vera occasione personale di imporsi a livello internazionale. Nel frattempo, però, con la caduta della Cortina di Ferro, si aprono anche le possibilità per i calciatori sovietici di trasferirsi all’estero. Per lui, è l’ultima vera chance di strappare un buon contratto e di tentare l’avventura fuori dai confini russi. La prospettiva di lasciare la sua Mosca, però, lo turba e lo porta ad un nuovo crollo mentale che si ripercuote sulle sue prestazioni. Come al solito, Lobanovsky finisce per escluderlo dalle convocazioni e la mancata vetrina Mondiale incide anche sulle trattative di mercato. Delle grandi squadre di cui si parlava all’inizio, non si vede neanche l’ombra.  Alla fine, Fëdor Cherenkov finisce nella seconda divisione francese, firmando con il Red Star Parigi.

LA MORTE A 55 ANNI IN SEGUITO AD UNA MALATTIA

E’ una scelta completamente sbagliata, poiché il centrocampista si ritrova in una squadra modesta e in un contesto che non sente suo. Non si ambienta mai allo stile di vita parigino e il suo stato mentale peggiora. Torna allo Spartak per un altro biennio ma il trend, ormai è di quelli negativi. Si ferma spesso per l’aggravarsi della malattia e, di pari passo, continua a ricevere un amore sproporzionato dai tifosi, del quale non riesce a capacitarsi. Dopo il ritiro, tenta più volte il suicidio e si ricovera in numerose occasioni. Il 4 ottobre del 2014, mentre è appena fuori dalla porta della sua abitazione, cade in terra. Muore durante il trasporto in ospedale, con i medici che diagnosticano tardivamente un tumore al cervello.

Al suo funerale ci sono migliaia e migliaia di persone e non solo di fede Spartak. Fëdor Cherenkov è stato uno dei calciatori sovietici più amati di sempre. Non solo per le sue importanti gesta nel rettangolo verde, che pure hanno esaltato tanti sostenitori, quanto per il suo modo di essere. Quella sua semplicità e bontà d’animo che l’hanno portato a impersonificare realmente il ruolo di calciatore del popolo. Un fuoriclasse che univa e non divideva, come solo i più grandi sanno fare. Un fuoriclasse, però, gravemente malato che avrebbe voluto guarire semplicemente giocando a calcio ma che si è trovato a convivere con una grandezza nella quale non ha mai saputo davvero trovarsi…

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