Fausto Dos Santos, “A Maravilha Negra do Brasil” scomparsa troppo presto

Fausto Dos Santos

Fausto Dos Santos fu uno dei primi calciatori brasiliani di colore ad indossare la maglia della Nazionale. L’iniziale mix di scetticismo e razzismo, lasciò spazio ad autentiche ovazioni. Il pubblico impazziva per quel mediano, che venne denominato “A Maravilha Negra”.

FAUSTO DOS SANTOS

Il Brasile è sempre stato terra di grandi campioni. Pelè, Garrincha, Rivelino, Zico, Ronaldo, Romario e via discorrendo. Non sono moltissimi i giocatori non offensivi ad essersi guadagnati un ruolo di rilevo nel cuore dei brasiliani. Uno di questi è senz’altro Fausto Dos Santos, anche se occorre fare un bel salto indietro nel tempo per poter parlare di lui. Siamo a metà degli anni ’20 e il Brasile ha, per usare un eufemismo, qualche piccolo problema di razzismo. Basti pensare che, rimanendo in un tema prettamente calcistico, ai giocatori di colore era quasi del tutto proibito anche solo giocare. Addirittura, dal 1921, era stata inserita una vera e propria legge che impediva ai calciatori neri di poter vestire la maglia della Nazionale, se non per rare eccezioni.

Una di queste, nonché una delle prime, rispondeva al nome di Fausto Dos Santos. Un centrocampista semplicemente delizioso, dotato di una tecnica individuale puramente brasiliana. Capace di fantasmagorici giochi con la palla, con un controllo di palla spaziale ma anche maledettamente innamorato del possesso. In campo, talvolta, Fausto era un po’ anarchico. Era capace di avventurarsi, palla al piede (ovviamente incollata) contro tutta la mediana avversaria. Ma toglierli la sfera era quasi sempre un’impresa utopistica. Fin dai tempi del Bangu, la società per cui iniziò la carriera, i tifosi si innamorarono di lui e di quel modo molto brasiliano di interpretare il ruolo.

L’ARRIVO AL VASCO DA GAMA

Fausto aveva avuto un’infanzia molto difficile. Di famiglia poverissima, nacque in una zona economicamente molto disagiata a nord-est del Paese. Assieme ai genitori, si trasferì in tenera età a Rio de Janeiro, in cerca di migliori opportunità. Per lui ci fu bisogno di attendere qualche anno e fu il calcio a dargli l’occasione della svolta. Si formò, come milioni di connazionali, tra le strade e le spiagge della sua città. Già ad un primo impatto visivo, quel ragazzino di colore era chiaramente un talento purissimo. Nei primi anni di carriera, al Bangu, veniva impiegato prettamente nel ruolo di trequartista. Vederlo giocare era un vero incanto. Un repertorio vastissimo di skills, con un dribbling secco e reiterato e un tocco di palla vellutato.

Tra i tanti che si innamorarono di lui, ci fu anche Henry Welfare, un allenatore inglese che da qualche tempo si era trasferito a Rio e aveva preso la direzione tecnica del glorioso Vasco da Gama. A lui, di mentalità europea e poco interessato alle dinamiche sociali del posto, che quel ragazzo fosse di colore interessava davvero poco. Era invece attirato notevolmente dalle sue immense qualità, ritenendolo l’elemento in grado di innalzare il livello della squadra. Tuttavia, Welfare inizialmente dovette scontrarsi con i reiterati rifiuti di Fausto Dos Santos. Il talentuoso centrocampista era molto legato ai suoi compagni e ai tifosi del Bangu e non se la sentiva di lasciare il club. L’insistenza del Vasco, però, alla lunga lo convinsero e nel ’28 cambiò casacca.

Il ragazzo che arrivò nel Vasco era noto per la sua umiltà. Conduceva una vita povera e appariva un po’ trasandato e disordinato nell’aspetto. Non ebbe però difficoltà di inserimento, visto che la rivoluzione di Welfare, oltre che tecnica, era stata anche culturale. Il Vasco fu una delle prime società blasonate del Brasile a combattere contro le differenze razziali. Perciò, Fausto si adattò subito al nuovo gruppo e divenne un perno fondamentale nell’11 titolare. Il tecnico inglese portò avanti un’idea che aveva in testa da quando lo vide giocare la prima volta: arretrarlo a centrocampo. Nel suo 2-3-5, Fausto avrebbe composto la mediana insieme a Tinoco e Mola. Ancora oggi, per i brasiliani, il terzetto è uno dei più forti di sempre della storia.

L’ARRIVO IN NAZIONALE

La formula tattica di Henry Welfare funzionava alla grande. Retta da un portiere molto forte come Jaguaré, una mediana da sogno e due campioni esperti come Brilhante e Paschoal, la squadra vinse il Campionato di Rio de Janeiro. Dopo aver perso una sola partita in tutto il cammino, il Vasco fu costretto ad uno spareggio al meglio delle 3 sfide contro l’America. Nella terza e decisiva gara giunse un clamoroso 5-0 con 3 gol dell’attaccante Russinho, uno di Mário Mattos e un altro di Santana. Fausto Dos Santos giocò una partita praticamente perfetta. Proprio prima di quella partita, divenne famoso un aneddoto. Il mediano, che era un ragazzo di poche parole e molto riservato, ebbe una veemente reazione nello spogliatoio.

Notando che i compagni erano tesi e, in alcuni casi anche spauriti, iniziò a urlare e lanciare per aria oggetti. Vedendo quel comportamento grintoso, Welfare capì che non c’era bisogno di alcuna indicazione. Fausto sarebbe uscito fuori anche da solo a far la guerra contro tutti. I compagni scesero in campo col sangue agli occhi. Del formidabile centrocampista si racconta anche che non volesse mai saltare una partita e scendesse in campo anche da infortunato, senza dire niente a nessuno e senza che nessuno se ne accorgesse. Un talento così puro, anche se maledettamente innamorato di quel pallone, non poteva certo non attirare l’attenzione della Nazionale. Ecco, Fausto era la classica eccezione al divieto dei calciatori di colore di giocare con la Selecao.

Fu convocato, quasi a furor di popolo, per il Mondiale del 1930, da esordiente assoluto. Il cammino dei brasiliani, in Uruguay, durò pochissimo e fu accompagnato da enormi polemiche e critiche. Fatale fu la sconfitta contro la Jugoslavia per 2-1 al primo incontro, che rese vana la successiva vittoria per 4-1 con la Bolivia. La Selecao tornava a casa travolta dalle critiche. Uno dei pochissimi a salvarsi, se non l’unico, fu proprio Fausto. Il suo modo di giocare, così armonioso ma allo stesso tempo grintoso, fece innamorare i tifosi dell’intero Paese. Proprio in questa occasione, prese il soprannome di “A Maravilha Negra”, essendo anche l’unico calciatore di colore dell’11 titolare.

FAUSTO DOS SANTOS E LA TOURNEE EUROPEA

Nei mesi successivi all’eliminazione mondiale, Fausto divenne un punto fermo del Brasile. Giocò le successive due gare, poi il 5 settembre del 1931, alla vigilia di un match contro l’Uruguay, fu colto da un malore. Difficoltà respiratorie e una forte influenza allarmarono lo staff medico del Brasile. Il responso non fu dei migliori: tubercolosi. Costretto ad un lungo periodo di riposo nel dormitorio del club, era seguito dalle costanti cure mediche. Anche dopo la guarigione, soffriva spesso di frequenti raffreddori, talvolta piuttosto violenti, che lo costrinsero a saltare diverse partite nei mesi successivi. Poco dopo essersi ripreso, partì con il suo Vasco da Gama alla volta dell’Europa per una tournée.

Il viaggio, tra Spagna e Portogallo, consisteva in 8 partite, impreziosite da 6 vittorie, un pareggio e una sola sconfitta. Lo stop avvenne proprio nella gara di esordio, disputata a Barcellona e terminata 3-2 in favore dei padroni di casa. Fausto giocò una partita sensazionale e fece stralunare gli occhi a tutti i presenti. Era, forse, il mediano più forte che da quelle parti avevano visto giocare fino a quel momento. Pochi giorni dopo, il Vasco ottenne un rematch contro i Blaugrana e stavolta vinse 2-1. La prestazione di Fausto Dos Santos fu ancora migliore delle precedente. Anche un suo compagno, il portierone Jaguarè, impressionò al punto tale la dirigenza catalana, che i due non ripartirono per niente in direzione Sud America.

IL PASSAGGIO AL BARCELLONA

Sia Fausto che il numero 1 carioca firmarono un contratto col Barcellona. Per i due era l’occasione di poter vivere finalmente in modo dignitoso, visto che in Brasile il calciatore non godeva ancora dello status di professionista. Inizialmente, i due vennero accolti molto male della stampa locale, particolarmente nazionalista. I loro acquisti vennero letteralmente smontati e definiti inutili. Orde di giornalisti erano pronti, col dito puntato, a segnalare ogni errore in campo e fuori dei due brasiliani. Ma Fausto e Jaguarè impiegarono davvero poco a far cambiare idea a tutti, inanellando prestazioni eccezionali in serie.

Alla base della loro avventura, però, ci fu subito un importante inghippo burocratico. Il governo spagnolo, che voleva privilegiare unicamente l’affermazione dei talenti locali, rifiutava l’impiego dei calciatori stranieri nel campionato locale. L’unica via possibile era quella di ottenere una cittadinanza spagnola ma la cosa avrebbe richiesto tempi decisamente lunghi. Jaguarè e Fausto Dos Santos riuscirono a disputare una decina di partite con la casacca gloriosa del Barcellona. Furono per lo più amichevoli e gare di Coppa di Catalogna, manifestazione nella quale era permesso l’impiego degli stranieri. Grazie anche alle loro eccezionali esibizioni, il Barca si aggiudicò il trofeo ma poi, a malincuore,si vide costretta a mandar via i due assi.

LA BREVE AVVENTURA SVIZZERA E IL RITORNO IN PATRIA

Jaguarè partì alla volta della Francia, accordandosi con il Marsiglia e diventandone un vero e proprio idolo. Fausto, invece, trovò un ingaggio meno di clamore in Svizzera, con la Juventus di Zurigo. La sua avventura fu molto meno proficua rispetto a quella transalpina del portiere. Non si ambientò mai del tutto e, inoltre, iniziò ad avvertire un preoccupante calo del peso. Era ormai in condizioni fisiche piuttosto precarie, disputò 9 partite in terra elvetica, siglando un gol. Poi decise di tornare in Brasile. Il Vasco da Gama lo riaccolse a braccia aperte, versando 7 mila reis nelle casse svizzere.

Da quelle parti, Fausto Dos Santos era ancora un mito senza precedenti. Si trovò a far parte di una squadra fortissima con calciatori come Rei, Domingos da Guia, Itália, Gringo, Mola, Orlando, Almir , Gradim , Nena e D’Alessandro. Il Vasco era già in vetta alla classifica e nelle giornate conclusive riuscì a contare anche sull’apporto della “Maravilha Negra”. Arrivò, così, un secondo titolo di Campioni di Rio de Janeiro. Quelle ultime partita con la casacca dei suo Vasco, furono una sorta di canto del cigno per Fausto. Le condizioni fisiche, infatti, peggioravano sempre più. Durante le partite, correva molto meno rispetto a prima e cercava di sopperire alla carenza di fiato con la sua esperienza e le sue fantastiche doti tecniche.

I PROBLEMI DI SALUTE E LA VOGLIA DI CONTINUARE A GIOCARE

Dopo l’addio al suo Vasco da Gama, Fausto si ritrovò senza squadra. In Uruguay, però, dai tempi del Mondiale di 5 anni prima, godeva ancora di una stima neanche lontanamente scalfita. Accettò di trasferirsi a Montevideo, firmando un contratto con il Nacional. Anche in questo caso, però, si accorse immediatamente che le condizioni fisiche non lo rendevano utile alle dinamiche della squadra. La gente uruguaiana dovette constatare che, purtroppo, di quel formidabile centrocampista ammirato tempo addietro, restava ben poco. Con umiltà, Fausto Dos Santos chiese la rescissione del contratto e tornò in patria.

La voglia di smettere era ancora lontana e pensò di tesserarsi col Flamengo e di mettersi a disposizione per aiutare il club nella crescita. Suo malgrado, però, alla guida della squadra trovò Dori Kruschner, un tecnico ungherese visionario e dai metodi del tutto innovativi. I suoi allenamenti erano un qualcosa di mai visto prima in Brasile. Delle vere e proprie sedute militari, con carichi di lavoro terribili anche per i più giovani e in forza, figurarsi per uno con la salute compromessa come Fausto. Ben presto, il rapporto tra i due divenne molto teso e le panchine una spiacevole abitudine. Provò a chiedere la rescissione del contratto ma i dirigenti si rifiutarono, sostenendo che l’accordo era stato firmato da poco.

GLI ULTIMI SPRAZZI DELLA SUA CLASSE E IL SOGNO SVANITO DELLA SELECAO

Fausto tentò addirittura la via del tribunale, chiedendo lo svincolo ma vedendosi rigettare la domanda. Dopo un anno e mezzo ai margini della squadra, ormai disperato, mise da parte l’orgoglio e scrisse una lunga lettera alla società. Oltre a scusarsi del suo comportamento, spiegava di aver compreso i punti di vista del tecnico ungherese Kruschner e lo riteneva un innovatore. Fu perdonato e tornò a giocare. A sprazzi, si rivide il formidabile mediano che tutto il Brasile conosceva. Addirittura, il suo nome tornò di moda anche in un discorso di Selecao, che intanto si stava preparando al Mondiale del 38. Per molti, il suo inserimento in rosa poteva portare la giusta dose di esperienza al gruppo in vista della competizione iridata.

Improvvisamente, però, le condizioni di salute di Fausto Dos Santos tornarono pericolosamente a peggiorare. Il ragazzo aveva una tosse sempre più forte e un pomeriggio, durante un allenamento del Flamengo, fu colto da un malore. Aveva forti problemi respiratori e dagli accertamenti emerse la presenza di un’emissione di sangue, denominata emottisi. Diversi mesi dopo, ormai nel 1939, pensando di essere guarito, chiese di potersi tornare ad allenare. Fu mandato in ospedale per una sorta di via libera medica alla ripresa dell’attività ed immediatamente stoppato. I dottori che lo visitarono riscontrarono una nuova forma, ormai incurabile, di tubercolosi.  Fausto si ricoverò in un ospedale di periferia, senza alcuna speranza di potercela fare.

LA PREMATURA MORTE DI FAUSTO DOS SANTOS

Trascorse i suoi ultimi momenti di vita assieme ad una suora caritatevole, che si prese cura di lui e pregò per la sua anima. Il 28 marzo, durante la notte, con la febbre ormai altissima e le crisi respiratorio sempre più gravi per via dei polmoni corrosi, esalò il suo ultimo respiro. Fausto dos Santos venne sepolto senza grande sfarzo in una fossa poco profonda, inchiodato da una rozza croce di legno, senza nome né data. A soli 34 anni morì solo e in miseria, dopo aver vinto 2 titoli carioca per il Vasco, nel 1929 e 1934. Legò per sempre il suo nome a quello di uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi. Una triste fine per un giocatore che, meno di un decennio prima, aveva incantato il mondo.

Da un libro, a lui dedicato (O Negro no Futebol Brasileiro), si legge quanto segue: “Con il suo stile elegante, il petto all’infuori, un eccellente controllo di palla e lunghi passaggi, questo mulatto, alto e forte, è stato il primo di una scuola brasiliana di centrocampisti classici. Aveva anche il coraggio di un leone e non ha mai giocato al risparmio, essendo sempre vigoroso nel guidare i suoi compagni di squadra.” Da quelle parti, in Brasile, nessuno lo ha dimenticato. Sono in tanti , inoltre, a riconoscergli anche un ruolo fondamentale nella lunga battaglia che, proprio in quegli anni, portò al riconoscimento nel Paese dello status di professionista per i calciatori.

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