Enrico Cucchi e la sua misteriosa morte per colpa di un neo!

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ENRICO CUCCHI E LA SUA MORTE PREMATURA

Il calcio, lo sappiamo, è fatto di gioie e dolori. E’ un filo conduttore che non lascia trasparire niente, e a volte sa essere troppo crudele. Chiamateli “segni del destino”, se preferite, ma se da una parte esiste il lato più gioioso e autentico del gioco, dall’altra esistono anche pagine tristi, o meglio, tragedie vere e proprie. A cadere nella trappola dell’incomprensibile fu Enrico Cucchi, storico centrocampista italiano degli anni ’80 e ’90 che ebbe una morte prematura e misteriosa. La passione per il calcio, Cucchi, dovette fronteggiarla con i diversi problemi alle gambe che incominciò a patire già da giovane. Sì perchè nonostante il suo dinamismo, la sua forza di volontà e i suoi impeccabili polmoni, gli adduttori furono la causa di tutto. Ma andiamo con ordine.

Nato a Savona il 2 giugno 1965, Cucchi ebbe una passione sfrenata per il calcio già da piccolino per via del padre Piero, calciatore di Lazio e Ternana degli anni ’70 e successivamente allenatore. Dal fisico mingherlino e dai capelli scurissimi, Enrico imparò dalla figura paterna diversi trucchi su come diventare un atleta professionista. In estate i due si svegliavano presto al mattino, consumavano la colazione e poi andavano a correre in riva al mare. “Devi cercare di correre più degli altri”, disse Piero al figlio ogni santo giorno. Il giovane Cucchi era intelligente e sveglio, non a caso seguiva tutti i consigli del padre.

Non ci volle molto a capire che il ragazzino aveva tutti i mezzi per fare strada nel calcio, tanto è vero che Piero disse in sottovoce ad amici e moglie: “Mio figlio è assai più dotato di me, se tiene la testa sulle spalle arriverà presto in Serie A”. Insomma, aveva già capito tutto. Per la stagione 1980-81 il papà divenne allenatore del Savona in Serie C2 e in rosa ci fu anche il 16enne Enrico. Già a quell’età si poterono intravedere tutte le caratteristiche del Cucchi calciatore: centrocampista difensivo bravo nel ripiegare e ragionare una volta in possesso palla. La tecnica era quella che era: né ottima, né scarsa, discreta ecco. Diciamo che non era lui che doveva occuparsi di mandare in porta i compagni, a quello ci pensavano altri. Comunque, la sua presenza fu impeccabile in ogni partita.

LA CHIAMATA DELL’INTER

Il padre Piero tentò in tutti i modi di tutelare Cucchi da quell’etichetta di “raccomandato” che la stampa stava per mettere in prima pagina. L’ascesa, in compenso, fu dirompente: 25 presenze e una rete gli valsero le attenzioni di club più blasonati. Non poteva essere altrimenti d’altronde, anche perchè un ragazzino che a quell’età aveva già quei numeri era tanta roba. In un mondo in cui le notizie giravano in fretta, vari osservatori incominciarono a visionarlo nell’anonimato più totale. Nell’estate del 1982 la Sampdoria di Paolo Mantovani tentò in tutti modi di acquistare Cucchi senza riuscirci. A irrompere nella trattativa fu l’Inter, guidata dal direttore sportivo Giancarlo Beltrami nonché grande amico ed ex compagno di squadra di Piero.

I nerazzurri furono più determinati e volenterosi rispetto ai blucerchiati, e in quella calda estate del Mundial spagnolo Enrico venne accolto come una mascotte nello spogliatoio dell’Inter. Il capitano Beppe Bergomi prese immediatamente in simpatia il ragazzo, silenzioso, educato e rispettoso, oltre che essere un grande lavoratore in campo. Cucchi si rivelò un centrocampista instancabile; uno di quelli che correva per tre nelle partite. Una sorta di Massimo Bonini se volessimo fare un paragone sul tipo di giocatore. Stupì anche la sua buona condotta: mai un vizio, mai un’esagerazione o bravata fuori dal campo. Insomma, era il prototipo di calciatore perfetto che tutti gli allenatori avrebbero voluto in squadra. Purtroppo per lui, però, gli spazi che trovò con l’Inter furono pochissimi.

La squadra guidata da Rino Marchesi era forte e soprattutto dotata di un organico molto ricco. Nei 4 anni di mandato (1982/87), Cucchi giocò poco o nulla, ma in compenso mise a referto tappe fondamentali nella sua carriera, come l’esordio in Serie A ad Ascoli il 13 gennaio 1985, il primo gol contro il Lecce, e la sontuosa partita disputata a San Siro nella semifinale di Coppa Uefa contro il Real Madrid. Collegandoci sempre alla partita coi Galacticos, Enrico si rivelò il migliore in campo venendo applaudito dall’intero stadio per la sua grande generosità.

I DUE PRESTITI A EMPOLI E FIORENTINA

Nel 1987 l’Inter capì che Cucchi doveva mettere benzina nelle gambe per fare un salto di qualità definitivo. La società lo mandò in prestito all’Empoli, che stava andando a caccia della seconda salvezza consecutiva in Serie A. Enrico si dimostrò il punto cardine della compagine toscana e, nonostante la retrocessione, fece una stagione sublime: 26 presenze e 8 reti i numeri che racimolò. Il premio fu un altro prestito, sempre in Toscana, ma stavolta alla Fiorentina. La stagione 88-89 sarà quella “dei record” per l’Inter di Trapattoni, che vincerà lo scudetto infrangendo diversi primati e sbaragliando la concorrenza del Milan di Sacchi e del Napoli di Maradona.

Per Enrico Cucchi fu un peccato non far parte di quel gruppo, ma in compenso sfornò un’altra stagione grandiosa coi viola con 4 reti in 32 presenze, importanti per il settimo posto raggiunto in campionato e per la qualificazione in Coppa Uefa dopo lo spareggio di Perugia contro la Roma. Nell’89 Cucchi era pronto per prendersi il centrocampo della Beneamata; le esperienze precedenti lo aiutarono a migliorare nella tecnica individuale, facendolo diventare anche un giocatore di visione e pericoloso in zona gol. Per sua sfortuna, la stagione 89-90 dell’Inter non ripeté i fasti della precedente, ma in compenso Cucchi si inserì benissimo nelle dinamiche di gruppo, venendo protetto e stimato da due leader come Bergomi e Baresi. Anche il Trap lodò pubblicamente il giocatore, facendolo sentire una parte integrante e importante di squadra.

Segnò un solo gol nella finale di Supercoppa Italiana contro la Sampdoria a San Siro il 29 novembre 1989. I nerazzurri dovettero fare i conti con i rivali cittadini del Milan, i quali vinsero la Coppa Campioni contendendo fino all’ultimo lo scudetto al Napoli. A fine stagione Trapattoni disse questo al centrocampista italiano: “Non posso garantirti un posto da titolare, c’è Berti, c’è Matthaus”. Cucchi apprezzò l’onestà del suo allenatore e chiese consiglio al papà su dove andare a giocare con continuità.

L’ARRIVO AL BARI, L’INIZIO DI UNA FINE PER ENRICO CUCCHI

Nel luglio del 1990, dopo una valanga di telefonate da parte di Vincenzo Matarrese, Cucchi si trasferì al Bari. La città lo accolse come un eroe, ma l’esperienza si rivelò l’inizio di una triste ed inesorabile fine. L’allenatore Gaetano Salvemini apprezzò fin da subito il nuovo acquisto e insieme all’ex Milan Angelo Colombo lo fece diventare il punto fermo del centrocampo barese. Per Cucchi, però, più i giorni passavano e più il suo corpo incominciava a farsi debole. Il calciatore ligure si accorse che quello che poteva sembrare un semplice neo, in realtà divenne la causa del suo calvario. La chiazza nera si ingrandì pericolosamente su tutta la coscia diventando marrone. Una volta operato, i medici dissero: “Abbiamo fatto bene ad intervenire, era davvero pericoloso, ma ora faccia controlli regolari e tanta attenzione, perchè potrebbe non essere finita qui”.

E infatti non finì un bel niente. Cucchi giocò 20 partite coi Galletti segnando anche due gol, in particolare da ricordare quello di Marassi contro la Sampdoria futura campione d’Italia. Nella stagione 1991/1992, il Bari guidato da Boniek finì in Serie B ed Enrico, a 27 anni, decise di rimanere in puglia per cercare di riportare la squadra nella massima categoria. Purtroppo non sarà così, visto che il Bari finì fuori dalla lotta promozione dando l’addio ai sogni di gloria. Ad annata terminata, Cucchi si accasò al Ravenna, neopromosso in B. Dopo diversi acciacchi nelle stagioni passate, il giocatore si sentì bene fisicamente in Romagna ma quelli a cui andrà incontro saranno gli ultimi mesi della sua carriera e vita.

La squadra lottò fermamente per salvarsi ma l’apporto di Cucchi fu pressochè nullo. I dolori alla coscia aumentarono giorno dopo giorno e in diverse occasioni l’ex Inter fu costretto a fermarsi durante le sessioni di allenamento. Per far capire quanto era grave la situazione, a malapena riusciva a farsi la doccia. Le gambe incominciarono a cedere ed Enrico faticò a stare in piedi. Da diverso tempo si era anche iscritto all’università, facoltà di Giurisprudenza, per intraprendere dopo il calcio il mestiere di avvocato o procuratore per difendere i diritti dei calciatori. I medici del Ravenna si preoccuparono delle sue condizioni ad ogni seduta di squadra e, non essendo degli specialisti, gli dissero: “Enrico, devi farti vedere, qui c’è qualcosa che non va”.

LA MORTE MISTERIOSA

Il neo sorto nel 1990 era scomparso, ma nessuno poteva sapere che sarebbe stato l’apripista di tutti i suoi dolori. La visita specialistica fu un colpo al cuore per Cucchi: linfonodi ovunque e ghiandole maligne di cui quasi nessuno sapeva l’esistenza, sparse in tutto il corpo. Tutta la famiglia si chiuse in cerchio per combattere la battaglia. Il calciatore venne sottoposto ad un intervento chirurgico d’urgenza a Milano e a un doppio ciclo di chemioterapia per evitare l’invasione di metastasi. L’addio al calcio giocato era scontato, ma in quel momento rimaneva l’ultimo dei problemi. Quel ragazzo di grande corsa, dinamismo, duttilità e disciplina stava lottando con la propria vita. Tutte le cure furono inutili: la metastasi aveva occupato tutto il corpo. La malattia procedette rapida e spedita e l’ex corridore si fece sempre più debole.

Tra la fine del 1995 e l’inizio del 1996 i medici lo rimandarono a casa, sconsolati e desolati. La moglie Sabrina andò su tutte le furie, temendo che in passato il marito possa essere stato gestito male dalle società in cui ha giocato. Informò anche il PM Guariniello, il quale aprì un’inchiesta. Ma il tempo per arrabbiarsi non c’era. Enrico Cucchi stava affrontando gli ultimi scorci di vita e all’alba del 4 marzo 1996, all’età di 30 anni, nella casa di famiglia a Tortona, morì definitivamente. Rimangono tante incognite sulla gestione di salute del giocatore nel corso degli anni: si parlò di cure sbagliate e doping, ma nulla di tutto ciò venne a galla. La sua carriera venne stroncata da un semplice neo, che si rivelò atroce per il suo fisico. Rimane una delle morti più misteriose della storia.

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