Didi, il fenomeno brasiliano precursore della “paradinha”

didi paradinha

DIDI, IL FENOMENO BRASILIANO CHE INVENTO’ LA “PARADINHA”

Il Brasile annovera nella sua storia una miriade di fenomeni, alcuni magari passati troppo inosservati. Non è il caso di Valdir Pereira, conosciuto come Didi, giocatore dotato di un talento più unico che raro e che sapeva mischiare un po’ di tutto: la classe, l’intelligenza e una buonissima dose di gol. Rappresentava quel tipo di centrocampista che tutti avremmo voluto ammirare in un periodo più contemporaneo rispetto a quello in cui ha incantato realmente; ovvero quegli anni ’50 e 60′ che, calcisticamente parlando, sono stati dominati dalla nazionale verdeoro con due mondiali. Le testimonianze di chi l’ha visto giocare sono a dir poco sbalorditive, oltre che frutto di invidia per chi, al contrario, non ha potuto. Non bastano neanche i filmati per apprendere quanto Didi sia stato uno dei calciatori più forti di tutta la sua generazione e della storia del Brasile.

Tra tutti i pregi che ha avuto nella sua carriera, il brasiliano pagò un pizzico di pigrizia nel suo carattere, e una difficoltà nell’adattarsi a nuovi contesti. L’esempio lampante fu l’esperienza al Real Madrid, rivelatasi deludente per via di un modo di giocare totalmente differente rispetto a quello a cui era abituato. “Il pubblico spagnolo ama i calciatori che vanno in tackle ed abbattono gli avversari; io non ho mai fatto un tackle: perchè dovrei farlo quando posso smarcare e mettere a rete i nostri attaccanti”?. Insomma, l’eleganza del Principe Etiope non poteva essere messa in discussione. Probabilmente per livello di stile, è stato uno dei migliori interpreti. E pensare che la sua infanzia non è stata rose e fiori.

A 14 anni Didi rimediò una brutta ferita al ginocchio durante una partita di calcio in strada (tipico da brasiliano), che fece così infezione da fargli rischiare l’amputazione della gamba. Fortunatamente per Mr.Football (secondo soprannome), quest’ultima scelta venne scartata. Passò, però, i successivi 6 mesi su una sedia a rotelle prima di riprendersi completamente. Questa sua esperienza portò il brasiliano ad odiare l’idea di praticare un calcio fisico e aggressivo. Due ingredienti che gli stavano per costare la gamba, e di conseguenza un’intera carriera spumeggiante.

UN PRECURSORE

Per certi versi Didi è stata anche una figura innovativa per il fùtbol brasiliano. Ai tempi del Fluminense, club in cui esplose del tutto vincendo il Campionato Carioca, sviluppò un modo di calciare la palla tutto suo, e che poi avrebbe fatto la storia: la “fohla seca” si chiamava il gesto. Si trattava di un tiro diretto, all’apparenza normalissimo, ma carico d’effetto, in modo da garantire una fluttuazione in aria della palla. Per i portieri rappresentava il classico incubo di giornata. Ma la rivoluzione più grande che Didi fece fu la cosiddetta “paradinha”, termine portoghese che tradotto significa “fermatina”. Quello che vediamo fare oggi a Sergio Ramos quando batte dagli 11 metri. Ecco, il suo movimento prima del tiro prende questo nome, “paradinha”. Precursore di tutto ciò, come sopra elencato, fu il Principe Etiope Didi.

E’ uno dei gesti più controversi, forse addirittura provocatori, della storia del calcio. Scenograficamente, però, è una bellezza. Ecco, Didi ha fuso tutto questo in un semplice tiro al pallone, preceduto da un momento di sospensione su una gamba, in maniera tale da ingannare il portiere. Pensate, il brasiliano questa “paradinha” la praticò soltanto in allenamento, mai in partita. Un giorno suggerì al suo compagno Pelè di provare a battere i rigori in quel modo, ovvero partendo, fermandosi sul più bello, facendo muovere il portiere e poi appoggiando il pallone dalla parte opposta. La Perla Nera, nonostante non abbia mai amato i tiri dal dischetto, definendoli “un modo meschino di segnare”, introdusse il movimento in un Santos-Vasco da Gama del novembre 1969. Al minuto 58 l’arbitro assegnò un calcio di rigore ai padroni di casa. Il rigorista designato era Carlos Alberto, ma il difensore lasciò volentieri l’incarico a Pelè.

L’attaccante era in attesa del gol numero 1000 in carriera, record assoluto nella storia. Dopo aver appoggiato con cura il pallone sul dischetto, prese la rincorsa. Poco prima di calciare, O’Rey si fermò per una manciata di secondi, notando un leggero spostamento del portiere Fernando alla sua sinistra. Tutto facile allora per depositare nell’angolo destro. Quella “paradinha” diventò storica, venendo immortalata da innumerevoli fotografi, che invasero il Maracana celebrando l’astro brasiliano.

I RIPENSAMENTI DELLA FIFA AL FINE DI CONVALIDARE IL MOVIMENTO

La seconda volta che Pelè ripropose la “paradinha” (Mondiale di Messico ’70), l’arbitro gli annullò la rete, fischiando addirittura una punizione contro il suo Brasile. La FIFA, di conseguenza, sconfessò il direttore di gara di quella partita, dichiarando il gesto legale. Poi ci ripensò, e proibì in maniera scritta la “paradinha”. Ci ripensò poi una terza volta, arrivando alla definizione attuale in cui il battitore può interrompere la propria rincorsa, ma non dopo aver fatto l’ultimo passo. Il che ha modificato un po’ l’origine della “paradinha” in sè inventata da Didi, ma in compenso ci permette di vedere ancora oggi questo momento che aggiunge ulteriore suspense ad una situazione già carica di pathos. Sergio Ramos non è il solo che ha portato avanti il gesto, se ne possono citare altri: Bruno Fernandes, Jorginho, Neymar, Pogba etc.

Tutti vittime della cervellotica intelligenza che ebbe Didi, un rivoluzionario sotto questo punto di vista. “L’ha inventato lui, io l’ho solo imitato”, dirà Pelè al termine del terzo mondiale vinto. Al di là di tutto, per forza, talento, palmares, impatto sulla nazionale (che a quei tempi era molto più complicato), il Principe Etiope merita di stare e rimanere negli annali del grande calcio.

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