Carlos José Castilho, il portiere che si fece amputare un dito per vincere

Carlos Josè Castliho

Il portiere brasiliano Carlos José Castilho fu una bandiera della Fluminense, disputando quasi 700 partite col club. Dopo l’ennesimo infortunio al mignolo della mano, decise di farselo amputare a 7 giornate dal termine del campionato. La sua squadra era in corsa per il titolo e non voleva cedere il suo posto!

CARLOS JOSÉ CASTILHO, UN PORTIERE FOLLE

Si dice sempre che, in fondo, i portieri siano un po’ matti. Una sana follia indispensabile per ricoprire un ruolo delicatissimo e carico di responsabilità. Molti numeri 1, nella storia del calcio, hanno fatto parlare di loro stessi anche per la stravaganza con cui interpretavano il ruolo. Elementi come Higuita, Campos o l’italianissimo Franco Mancini, autentici innovatori e “amanti” del rischio. Ma forse nessuno è arrivato a fare ciò che decise il brasiliano Carlos José Castilho. Uno dei migliori estremi difensori del suo Paese, una vera bandiera della Fluminense e a lungo anche nel giro della Selecao. In Nazionale ebbe modo di far parte della generazione magica del grande Pelè, venendo convocato per ben 4 Mondiali (2 vinti), di cui uno disputato da titolare.

Con la maglia della Fluminense visse i momenti più belli della sua carriera. Arrivò nel club giovanissimo, dopo un po’ di gavetta in squadre di categorie minori. Da quel giorno, difese i pali dalla Flu per ben 20 anni. Qualcosa come 697 partite di campionato che ne fanno tutt’oggi il record man di presenze della società tricolor. Un portiere di ottimo livello, con una dota particolare nel neutralizzare i calci di rigore e un’etichetta che si portò addosso per tutta la carriera, quella del “fortunato”. Spesso e volentieri, infatti, Castilho compieva interventi casuali, riuscendo comunque a respingere la palla. In diverse occasioni, quando non era in grado di sventare il pericolo, veniva aiutato dai pali della porta o da incredibili deviazioni dei compagni.

L’INFORTUNIO AL MIGNOLO DELLA MANO

La nomea del fortunato fece il giro dell’intero Brasile. Per i tifosi avversari, spesso costretti a frenare l’urlo di gioia in gola in seguito ai suoi interventi, era semplicemente Leiteria. Per i suoi, invece, era un vero e proprio “Sao Castilho“, capace di salvarli in modo miracoloso in svariate circostanze. Inoltre, lo stesso Carlos José Castilho aveva un’altra peculiarità: era daltonico. Un particolare che lo metteva in leggera difficoltà quando il pallone scelto per le partite era bianco. All’epoca, però, in Brasile si tendeva a giocare con palloni colorati, per lo più gialli. Lui, che il giallo lo vedeva rosso, riusciva pertanto a focalizzare meglio l’attenzione: fortunato anche in quello!

Carlos José Castilho
Le condizioni del dito di Carlos Josè Castilho prima dell’amputazione

L’episodio più strano della sua lunga carriera, però, avvenne durante il campionato di Rio-San Paolo del 1957. L’ormai 30enne portiere difendeva, come al solito, i pali della sua Fluminense, prima in classifica e lanciata verso il titolo. Pur militando in una squadra molto forte, Castilho non stava vivendo, stranamente, una stagione fortunata. Colpa di una brutta distorsione al mignolo della mano destra, che lo aveva già costretto ad alcuni stop. Un infortunio piuttosto frequente per un portiere, specialmente in un’epoca in cui non si usavano ancora i guanti. Da irrimediabile “pazzo”, il numero 1 non voleva proprio saperne di fermarsi e peggiorò inevitabilmente la situazione della sua mano.

L’AMPUTAZIONE, IL RITIRO E LA SUCCESSIVA MORTE

Alla quinta distorsione, il dito era ormai compromesso e completamente storto. I medici gli comunicarono che, di fatto, la sua stagione sarebbe terminata lì, poichè occorrevano almeno due mesi per provare a guarire. Il che avrebbe significato cedere il suo posto al fido vice Veludo, uno scaricatore di porto dalle doti piuttosto modeste. Avrebbe saltato le ultime 7 partite, rischiando anche di penalizzare la squadra. Così, con la follia che contraddistingue un portiere, pretese che gli fosse amputato il dito, nonostante il dissenso dei medici e della moglie. Si sottopose, l’indomani, ad un intervento chirurgico con cui si fece letteralmente mozzare il mignolo a metà. Dopo un paio di settimane di riposo, fu di nuovo pronto per riprendere il suo posto e guidare il rush finale della sua Fluminense.

L’impresa andò in porto e la Tricolor riuscì a vincere quel tanto agognato titolo! Pur con nove dita e mezzo, Carlos José Castilho continuò ancora a lungo la sua carriera. L’anno seguente si tolse la soddisfazione di parare ben 6 rigori in campionato. Rimase nel giro della Nazionale, seppur scavalcato nelle gerarchie da Gilmar. Da riserva, vinse due Mondiali. Con la Flu, invece, giocò fino al 1965, per poi trasferirsi a 38 anni al piccolo Paysandu. Dopo il ritiro, divenne un allenatore piuttosto stimato in Brasile, sedendo su diverse panchine e vincendo un Paulista alla guida del Santos. Nel 1987, purtroppo, divorato dalla depressione, decise di suicidarsi lanciandosi dalla finestra dell’appartamento dell’ex moglie. A 59 anni se ne andava uno dei più iconici portieri brasiliani, uno capace di rinunciare ad un dito pur di vincere un campionato. La sana follia di un numero 1…

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