Viv Anderson, il simbolo di Nottingham e primo nero d’Inghilterra

VIV ANDERSON, LA BANDIERA STORICA DEL NOTTINGHAM FOREST

In Inghilterra è passato alla storia come primo calciatore di colore a giocare per la Nazionale inglese. Simbolo della popolazione nera del paese d’Oltremanica, Viv Anderson ha saputo combattere contro quelle forme di odio che venivano a crearsi contro gli uomini non di pelle bianca. In più, si è preso sulle spalle per 10 anni una delle squadre inglesi più illustri dell’epoca che seppe dominare anche in Europa, il Nottingham Forest. Classe 1956, Viv era un ragazzo sveglio, intraprendente e portato per fare qualsiasi tipo di sport. A livello fisico era un gigante se paragonato ai suoi coetanei, con due gambe lunghissime che lo rendevano dirompente nella corsa. Ma soprattutto, Anderson scoprì una vocazione particolare per il calcio, anche se inizialmente le sue qualità non si abbinavano troppo allo stile di gioco britannico di quel tempo.

La sua crescita fu sotto gli occhi di tutti e lo sviluppo fisico risultò evidente. La sua carriera iniziò nelle giovanili del Manchester United, che lo volle con grande veemenza. Per il ragazzo di colore era un sogno che si avverava, visto che i Red Devils erano la sua squadra del cuore. Finita l’unica stagione prevista da contratto, lo United non gli prolungò la permanenza, facendolo tornare a Nottingham per finire la scuola. Passa poco tempo e a coccolarselo fu proprio il Nottingham Forest, che non si fece scrupoli ad inserirlo a 18 anni in prima squadra. Viv era un difensore, anche elegante per certi versi, sicuramente non scorbutico e impacciato visto che il fisico poteva trarre in inganno. Dominante nei duelli aerei, aveva la capacità di sradicare ogni singolo pallone agli avversari grazie ai suoi immensi tentacoli.

Londra fu la prima città ad accogliere flussi migratori, ma l’Inghilterra degli anni ’60 e ’70 difficilmente “integrava” altre etnie. Anderson visse momenti difficili, venendo etichettato come una “scimmia con le gambe lunghe”. Non doveva essere facile convivere con tutte quelle offese, anche perché a livello politico l’Inghilterra disponeva di personaggi orribili quali Enoch Powell, che sosteneva conflitti di sangue in difesa della razza bianca. “Non ho mai fatto caso agli insulti e alle offese del pubblico. Prima ero un ragazzino di Nottingham che sognava di giocare nella squadra della sua città e in seguito un calciatore che sognava di giocare per la nazionale del suo paese”, disse Viv.

L’ARRIVO DI CLOUGH

Nel 1975 l’arrivo di Brian Clough sulla panchina del Forest cambiò letteralmente la vita a Viv Anderson. Descritto un po’ da tutti come arrogante, permaloso e intrattabile per via del suo periodo al Derby Country, il tecnico inglese fu il portatore di idee geniali che fece prendere la scena nazionale ed europea ai Tricky Trees. Clough, al di là del suo carattere, era un personaggio abbastanza malato, che curava ogni tipo di dettaglio nelle sue squadre. A partire dalla difesa, Viv e Brian instaurarono subito un ottimo rapporto, con l’allenatore che fece migliorare in termini di personalità il gigante nero. Da difensore centrale, Anderson venne reinventato terzino destro, senza troppi compiti tattici ma con la predisposizione a sfruttare velocità e cross.

Cosa che, per esempio, Frank Clarke sulla fascia opposta non poteva fare. A sinistra la fantasia della squadra passava dai piedi di John Robertson, il “Van Gogh” del Forest, dunque Clarke doveva pensare più a dargli una copertura preventiva anziché spingere in avanti. Clough mise in chiaro anche il problema del razzismo assieme a Viv: “Figliolo, se lascerai che le urla e le offese di quegli idioti condizionino il tuo gioco, vorrà dire che al tuo posto farò giocare un altro”. Questo non succederà mai. La grande scalata iniziò nella stagione 76-77, con il Nottingham che conquistò la promozione in First Division con grande merito. Era una squadra dal grande potenziale, con quel mix giusto tra gioventù ed esperienza. Quello che però successe nelle tre stagioni seguenti fu un qualcosa di irripetibile e che, di fatto, fece la storia del calcio.

Annata 77-78 e la squadra di Clough salì sul tetto d’Inghilterra vincendo il campionato. Annata 78-79 e 79-80, due Coppe dei Campioni. I Tricky Trees stavano vivendo il loro momento di massimo splendore e non vollero fermarsi. La disciplina che aveva quel gruppo fu la chiave di tutto. Viv Anderson emerse come uno dei terzini più completi d’Inghilterra, tanto da sognare una convocazione in Nazionale.

LA CHIAMATA IN NAZIONALE

Peter Shilton, Kenny Burns, Mc Govern, Woodcock e Robertson furono alcuni dei maggiori protagonisti del successo ottenuto. La chiamata della Nazionale dei Tre Leoni, per Anderson, arrivò in occasione di un’amichevole contro la Cecoslovacchia a Wembley. Il CT Ron Greenwood mise l’uomo di colore nella distinta dei titolari, diventando ufficialmente il primo “colored” (così venivano chiamati) a rappresentare la casacca inglese. “Non c’è niente di politico in questo. E’ solo un altro calciatore che merita di giocare per la Nazionale del suo paese”. Il debutto non venne preso bene dall’opinione pubblica, con tanto di minaccia a federazione, CT e giocatore. Insomma, gli atti xenofobi non vennero a mancare nei confronti di Viv. Ma era solo questione di tempo affinché venisse accettato l’uomo di colore nella società.

Se non fosse stato per il coraggio di Anderson, sarebbero stati o Cyrille Regis o Laurie Cunningham a diventare i primi giocatori neri di Inghilterra. Il nativo di Nottingham racimolò 30 presenze in Nazionale, un buon numero considerando che doveva competere con mostri sacri del calibro di Phil Neal, Mick Mills e Gary Stevens. Dopo 328 partite e 15 gol coi Forest, nel 1984 il difensore passò all’Arsenal per 220.000 sterline, restandoci fino al 1987. Poi la chiamata del Manchester United di Sir Alex Ferguson, con lo scozzese che volle a tutti i costi Anderson in squadra. Dopo due stagioni disputate a grande livello, Viv imboccò la via del tramonto di carriera. A 35 anni lo United se ne liberò, ma più che zavorra Anderson era un giovane vecchio.

Nel ’91 lo Sheffield Wednesday di Ron Atkinson gli offrì un ruolo di leader di una squadra che stava lottando per tornare nel massimo campionato inglese. Chiuse nel 1995 dopo una stagione con la maglia del Middlesbrough.

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