Uwe Bein, il “timido” trequartista tedesco Campione del Mondo nel ’90

Uwe Bein

Uwe Bein è considerato uno dei centrocampisti più dotati tecnicamente nella storia del calcio tedesco. Una carriera importante, con sprazzi da vero campione ma anche una timidezza che, spesso, non gli ha permesso di diventare quel fuoriclasse che tutti si auspicavano. Campione del Mondo a Italia ’90, non riuscì a giocare la finale per via di un infortunio.

UWE BEIN, IL PIEDINO CHIRURGICO DI GERMANIA

Uno dei tanti “miti a metà” della storia del calcio. Qualità tecniche rare che lo distinguevano dalla massa in un calcio notoriamente duro e fisico come quello tedesco. Uwe Bein aveva i mezzi del grande campione, i colpi per poter entrare nella storia e rimanervi in eterno. Non ci è mai riuscito del tutto. Perché il grande trequartista, il 10 che esalta le platee e fa innamorare i tifosi è anche un calciatore sfrontato, a tratti egocentrico. Uwe, invece, ha sempre avuto un carattere introverso, timido, riservato. Caratteristiche che poi si rispecchiavano nella sua interpretazione del ruolo.

Era agile e anche piuttosto veloce e potente, un buon controllo di palla, un sinistro vellutato e capace di mettere la palla in qualunque punto. Allo stesso tempo, però, era anche capace di calciare in porta con rara violenza. Era uno di quelli che piacciono agli allenatori ma anche un ragazzo a cui mancava un po’ di ambizione. Anche a livello di club, avrebbe potuto cercare il grande salto e invece ha preferito dedicarsi soprattutto all’Eintracht Francoforte. In riva al Meno è rimasto più a lungo di qualunque altra piazza e, forse, si è anche un po’ seduto sugli allori.

TODLICHER PASS

Fin da ragazzino, Uwe Bein mostrava qualità eccelse. La dote che più di tutte faceva impazzire i suoi allenatori era quel meraviglioso passaggio filtrante. Corridoi che, spesso, vedeva solo lui e capaci di scatenare l’istinto offensivo dei suoi attaccanti. Per questo, venne denominato Tödlicher Pass, ossia passaggio mortale. Crebbe nelle giovanili TSV Langers per poi avere un percorso graduale di crescita. Venne notato dal vicino club del VfB Heringen e, successivamente, dal più blasonato Kickers Offenbach. Con questa maglia, si mise in mostra nel torneo di seconda divisione, come una piacevolissima sorpresa.

In quel torneo, apparve da subito sprecato. Pur giocando da centrocampista offensivo, segnava più dei vari attaccanti di categoria. Aiutò l’Offenbach per due anni di fila ad arrivare ai play off, senza riuscirvi. Il terzo anno, invece, raggiunsero il traguardo. Le società più importanti di Bundesliga si misero in fila per accaparrarselo, ma il Kickers tenne duro e volle tenerlo in rosa. Lui, per nulla sfiduciato dal treno perso, ripagò con 14 gol che purtroppo non evitarono l’immediata retrocessione. Una delusione per la piazza ma un toccasana per la carriera di Bein, perchè finalmente gli fu permesso di partire.

L’asta fu vinta dal Colonia, una società ambiziosa che aveva obiettivi importanti già dal primo anno. Bein vi trascorse tre stagioni, che furono però altalenanti. Terzo posto il primo anno, una grande finale di UEFA persa col Real il secondo e un campionato molto mediocre al terzo tentativo. La brutta ultima annata convinse i dirigenti a rinnovare la squadra e ne fece le spese anche il Tödlicher Pass, che si accasò all’Amburgo. Qui, però, non legò mai con l’allenatore croato Skoblar e, nonostante un ottimo rendimento, chiese e ottenne la cessione dopo due anni.

L’ESPERIENZA ALL’EINTRACHT

Il passaggio successivo fu il più importante della carriera. Uwe Bein si trasferì all’Eintracht Francoforte, la piazza dove restò più a lungo. Il club, reduce da una salvezza striminzita, per convincerlo usò due armi. La prima fu la voglia di Uwe si riavvicinarsi a casa, la seconda un ricchissimo ingaggio, quasi raddoppiato rispetto a quello di Amburgo. In squadra trovò calciatori offensivi di grandissimo livello come Moller e Yeboah. Bein divenne un vero idolo della folla, con le sue qualità tecniche elevate e i suoi grandi assist vincenti. Proprio questa dote porta i tifosi dell’Eintracht tutt’oggi a chiamare un passaggio vincente “un Bein”.

Per far capire quanto amore ci sia stato tra la piazza e il calciatore, basta recarsi all’interno della metropolitana centrale, dove c’è una raffigurazione di Bein. Proprio la sua esperienza al Francoforte fu il trampolino di lancio per l’approdo in Nazionale. Uwe non era più giovanissimo, ma a 29 anni si stava esprimendo con una continuità mai mostrata prima. Dopo anni da talento inesploso, finalmente dava ragione a chi era pronto a scommettere su di lui. Franz Beckenbauer, CT della Germania Ovest, aveva intenzione di costruire una corazzata pronta a vincere il Mondiale e decise di testarne le qualità nel 1989.

UWE BEIN E IL MONDIALE DEL ’90

Il Kaiser aveva due grandi obiettivi nel plasmare la rosa per Italia ’90: svecchiarla e renderla più qualitativa. Come capita spesso nella storia del calcio tedesco, infatti, anche in quel caso c’era stata la tendenza a dar troppo spezio al blocco storico dei veterani. Calciatori ormai a fine corso e con pochi stimoli. Inoltre, si trattava di una rosa molto fisica ma con poco estro e che difficilmente avrebbe potuto fornire un gioco convincente. Notando che in Bundesliga stavano imponendosi i calciatori di fantasia, Beckenbauer pensò di cambiare mentalità. Nelle amichevoli di avvicinamento iniziò a testare elementi come Hassler, Bein e Moller.

In barba a chi li definiva incapaci di difendere e discontinui, tutti e tre convinsero il CT. La marcia di avvicinamento al Mondiale fu esaltante. Uwe Bein sentiva la fiducia e ripagò con grandi prestazioni. Segnò un meraviglioso gol alla Cecoslovacchia e sembrava destinato a diventare il fulcro di quella squadra. Si parlò di lui anche in ottica mercato, con la Fiorentina che ci fece più di un pensiero per sostituire Baggio ma alla fine non si fece nulla. Al Mondiale, il Tödlicher Pass arrivò in condizioni fisiche eccezionali. Disputò un grandissimo girone di qualificazione, esordendo con una prestazione robusta contro la Jugoslavia.

La vittoria per 4-1 all’esordio diede slancio ai tedeschi, che nel secondo match regolarono gli Emirati. Tra i marcatori del 5-1 finale c’era anche lui, che a suon di prestazioni stava facendo ricredere anche i più critici. Purtroppo, però, negli ultimi minuti della sfida ebbe un problema fisico che ne rovinò il proseguo. Giocò un tempo della gara con la Colombia e poi fu costretto a chiedere il campo. Tentò un recupero record nel quarto di finale contro la Cecoslovacchia ma nel finale di gara ebbe una nuova ricaduta. Beckenbauer decise così di escluderlo dai titolari negli ultimi due match, che permisero alla Germania Ovest di laurearsi Campione del Mondo.

L’AMORE PER LA CULTURA GIAPPONESE

La sua esperienza in Nazionale, di fatto, si concluse qui, con una manciata di amichevoli e una prima parte di Mondiale da titolare. Durante la kermesse iridata, inoltre, fu vittima di uno scherzo di Littbarski, che gli tirò una secchiata d’acqua, inizialmente indirizzata a Moller. Il nuovo CT Berti Vogts non lo prese mai in considerazione e lo stesso Uwe Bein non fece neanche moltissimo per fargli cambiare idea. Si accontentò di essere un idolo a Francoforte, senza cercare nulla di più nella sua carriera. Rimase in riva al Meno fino al 1994, sfiorando anche un incredibile scudetto nel ’92.

Poi, a 34 anni, si trovò in scadenza di contratto. La dirigenza, notando il suo buono stato di forma, avrebbe voluto anche tenerlo. Bein, tuttavia, declinò la proposta, perchè dal Giappone gli arrivò un’offerta irrinunciabile. Con tutta la schiettezza che lo contraddistingueva, ammise subito che il motivo erano i soldi. Firmò, appoggiato da una sponsorizzazione della Mitsubishi, un ricco accordo con l’Urawa Red Diamonds. Non poteva immaginare che una scelta presa per denaro potesse trasformarsi in un’esperienza indimenticabile. Bein trascorse tre anni in Giappone, innamorandosi perdutamente della loro cultura.

Pur non riuscendo ad ottenere grandissimo risultati, rimase talmente legato alla città di Saitama e al Paese nipponico in generale, da ritornarvi ogni anno anche dopo l’addio. Tornato in patria, disputò una stagione con il VfB di Giessen, nelle categorie minori. Il binomio non andò come sperato e Uwe decise di continuare a giocare con squadre di dilettanti fino a 46 anni. Iniziò ad allenare giovani promesse, divenne ambasciatore dell’Eintracht e si dedicò anche al beach soccer. Chissà se, a distanza di anni, non sia consapevole che con un pizzico di sfrontatezza in più, forse avrebbe potuto avere ben più soddisfazioni!

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