Stuart Pearce, l’icona “psycho” del calcio inglese che incuteva timore

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STUART PEARCE, IL SIMBOLO “PSYCHO” DEL CALCIO INGLESE

Se doveste stilare una classifica dei giocatori più duri e cattivi della storia del calcio, la maggior parte di questi proverrebbero dal Regno Unito. Tra irlandesi, scozzesi, inglesi e chi più ne ha, più ne metta, il football inglese ha avuto il “privilegio” di ospitare dei calciatori che si sono rivelati più come dei killer da campo. Roy Keane, Duncan Ferguson, Joey Barton, Roy McDonough, sono alcuni di questi assassini del pallone. Tutta gente che ha accantonato l’idea di perseguire una carriera di successi, o comunque di gioia, per mettere in risalto il proprio temperamento burbero e sanguigno. Insomma, tutti soggetti fuori dalle righe, in campo e fuori. In Inghilterra, per identificare questi calciatori squilibrati è stato utilizzato l’appellativo di “Psycho”, e Mark Dennis fu il primo britannico a guadagnarselo per le sue pazze entrate in scivolata sugli avversari.

Un altro difensore, stavolta terzino, che ha avuto il “prestigio” di assumersi l’identità di Psycho è stato Stuart Pearce. Personaggio unico e inimitabile del calcio inglese, ha rappresentato il prototipo perfetto del difensore da Premier League, diventando un’icona vera e propria. Al Nottingham Forest scriverà una delle pagine più importanti di carriera dopo che divenne capitano e allenatore-giocatore per 12 lunghissimi anni (1985-1997). Pearce era uno di quelli che a vederlo in campo ti incuteva timore, ma che se lo incontravi per strada ti poteva sembrare la persona più buona e calma del mondo. Il suo carattere timido, riservato e schivo fuori dal campo, si riversava in maniera sanguinosa sul terreno di gioco, con interventi sugli avversari fuori dal comune.

L’etichetta di Psycho calzava a pennello con ciò che era Pearce: uno di quei difensori che seguiva la cara vecchia legge non scritta sui manuali di storia del calcio, ovvero “palla o gambe”. Da sottolineare anche il suo anno di nascita, il 1962. Un momento storico che ha visto la morte di Marylin Monroe, il primo singolo registrato dai Beatles (Love me do), l’arresto di Nelson Mandela, il famosissimo discorso di John Kennedy, il primo film di James Bond

L’INIZIO COME ELETTRICISTA

Pearce nacque in una famiglia non troppo benestante e che per mantenersi doveva lavorare sodo. Già da giovane iniziò a fare l’elettricista, ma nel frattempo continuò a coltivare la passione per il calcio. Dopo un provino, poi fallito, al QPR, l’inglesotto venne chiamato all’Hull City, ma lui stesso rifiutò di trasferirsi. Iniziò così la sua carriera nel 1978, al Wealdstone, dove fece intravedere le sue doti da terzino sinistro veloce, discreto tecnicamente e con una certa propensione aggressiva nel recuperare palla. La prima scelta importante della sua vita fu quella di scegliere cosa fare, o continuare a mettere insieme fili elettrici, o continuare a seguire il sogno di diventare calciatore a tutti gli effetti. La svolta arrivò nel 1983, quando il Coventry City sborsò 30mila sterline per Stuart.

Con la maglia degli Sky Blues, Pearce giocò 52 partite segnando 4 reti. Un bottino niente male per uno così giovane e che giocava come difensore. Appena due anni più tardi gli si presentò l’occasione della vita, quella da sliding doors. Il Nottingham Forest che appena pochi anni prima vinse due Coppe Campioni consecutivamente (78-79, 79-80), guidato da un allenatore come Brian Clough, bussò alle porte di Stuart Pearce. Fu un amore incondizionato e duraturo, fatto di 401 presenze e 63 gol. Numeri da capogiro considerando il suo passato. “Perché ho fatto così tanti gol? Forse è stato grazie alla mia immensa determinazione”. Due coppe di Lega inglesi e due Full Members Cup furono i trofei vinti in 12 anni, riempiti da comportamenti meschini e depravati ma allo stesso tempo eccitanti per i tifosi del Forest.

La stampa inglese lo nominerà Psycho per tanti motivi: dal viso folle e maniacale alla poca dose di limite che si dava durante i match, fino alla ruvidità degli interventi. Un eccesso di tutto, in pratica. Spingeva con la palla tra i piedi, rincorreva e interveniva con qualsiasi parte del corpo quando occorreva. Due compiti che a Pearce riuscivano perfettamente. E anche con le successive maglie di Newcastle, West Ham e Manchester City, il suo animo spropositato non si placò.

L’URLO LIBERATORIO AGLI EUROPEI DEL ’96

L’immagine Psycho per eccellenza di Pearce la troviamo agli Europei inglesi del 1996. Nei quarti di finale, a Wembley, Inghilterra e Spagna se la dovettero vedere ai calci di rigore. Stuart si presentò a battere dagli 11 metri e con un sinistro forte all’angolino batté Zubizarreta. Appena dopo, Psycho Pearce si fermò guardandosi attorno, lasciandosi andare con un’esultanza che sarà immortalata in una fotografia simbolo del calcio inglese anni ’90. Un urlo liberatorio a tutta voce. Un “come ooooonnn” che sembrava uno di quelli disperati e infiniti. Così come il successivo “fuuuuuckkk“, che lo fece diventare viola in faccia. Gli si gonfiarono le vene e gli occhi sembravano quelli da persona impossessata di qualche spirito.

L’Inghilterra uscirà poi dagli Europei perdendo in semifinale contro la solita Germania. “I will do whatever it takes to win a football match”, farò di tutto per vincere una partita di calcio. Un motto che nella testa di Pearce frullava in ogni partita che giocava. Come quella del 17 novembre 1993, quando l’icona Psycho fece una delle peggiori partite della sua carriera. A Bologna si giocava San Marino-Inghilterra, valevole per le qualificazioni ai Mondiali del 1994. Appena dopo il calcio d’inizio, Pearce entrò in possesso della palla facendo un retropassaggio a Seaman, che si rivelò troppo corto e ad approfittarne fu Davide Gualtieri, che fece 1-0. 8 secondi e 33 centesimi, era il gol più veloce della storia delle qualificazioni mondiali. Pearce quell’errore non lo digerì mai, nonostante la vittoria finale per 7-1. La Nazionale dei Tre Leoni, alla fine, non riuscì a qualificarsi alla Coppa del Mondo.

I suoi primi anni di carriera vennero descritti dalla stampa britannica come “full blooded days”, giorni pieni di sangue. Giorni in cui Pearce non conosceva il significato di essere regolari in campo, in cui gambe e piedi erano delle lame affilate, in cui chi passava dalle sue parti difficilmente ne usciva integro. D’altronde se ti chiamavi Psycho, un motivo c’era.

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