Roberto Tricella, l’elegante libero scudettato del Verona ed ex Juventus

Roberto Tricella

Roberto Tricella è stato un difensore italiano, abile nel disimpegnarsi come libero. Dotato di buona tecnica e di notevole lettura delle situazioni, era però molto lento. Riuscì a vincere uno storico scudetto a Verona per poi guadagnarsi il passaggio alla Juventus come sostituto del grande Scirea. Vanta anche 11 presenze in Nazionale.

ROBERTO TRICELLA, IL LIBERO DALLE UMILI RADICI

Era un leader buono e rispettoso Roberto Tricella. Qualità umane notevoli, plasmate da un’infanzia non facilissima. Cresciuto in una famiglia umile, il piccolo Roberto capì ben presto cosa significasse il sacrificio. Merito degli insegnamenti del padre, un operaio di Cernusco sul Naviglio, che fece di tutto per permettere al figlio di studiare e costruirsi una posizione. E il ragazzino colse a pieno il concetto, distinguendosi come il primo della classe nonostante gli enormi disagi per raggiungere la scuola. Iscritto al Conti di Milano, era costretto ad un lungo viaggio per giungere a destinazione. Un problema che si ampliò ancora di più quando Tricella, che col pallone sapeva decisamente farci, entrò nelle giovanili dell’Inter. Terminate le lezioni, l’adolescente correva a Rogoredo per allenarsi, tornando a casa solo la sera e studiando fino a notte fonda.

Era elegante, sapeva uscire dalla zona difensiva palla al piede e impostare l’azione. Insomma, fin dalle prime battute, era un libero moderno. Non la concezione passata del ruolo, che voleva un calciatore alle spalle della linea a chiudere i varchi e spazzare il più lontano possibile, quanto una concezione molto più innovativa. Tricella, all’occasione, sapeva trasformarsi quasi in un centrocampista aggiunto. In fase difensiva, invece, aveva fondamentalmente due qualità importanti: era un discreto colpitore di testa e aveva grande lettura delle situazioni. Questo gli permetteva di colmare, in parte, quello che era il suo più grande gap, la velocità. Preso a campo aperto, quando magari saltava la copertura dei marcatori, Tricella palesava degli evidenti imbarazzi. Probabilmente, da un punto di vista prettamente tecnico, fu proprio questo il suo più grande limite.

LO STORICO SCUDETTO A VERONA

Il ragazzo, sin dagli inizi, si fece apprezzare come un instancabile lavoratore. Come già accaduto ai tempi della scuola, Roberto era in grado di produrre sforzi davvero incredibili per andare oltre i propri limiti. Era fermamente convinto che con l’allenamento e l’applicazione si potessero raggiungere grandi traguardi. Per sua stessa ammissione, in tutta la carriera non saltò mai un allenamento. Una cura quasi maniacale del suo corpo e della sua condizione atletica che riuscirono a fargli prevenire ogni forma di infortunio. Per lui, sudare, lottare, sgomitare, farsi trovare pronto erano tutte caratteristiche che rendevano speciale il giocare a calcio. Queste doti furono ovviamente notate dai dirigenti dell’Inter, che lo portarono fino alla prima squadra ma, evidentemente, non furono abbastanza costanti da crederci fino in fondo. Trascorsi due anni con il club nerazzurro, con sole 5 presenze, Tricella ebbe l’occasione di andare a Verona.

Fu una scelta che, col senno del poi, gli regalò i momenti più belli della sua carriera. Nell’ambiente scaligero si fece apprezzare come un vero e proprio leader. Talvolta silenzioso, non necessariamente duro negli approcci, sempre gentile ma presente, costante, maniacale nel suo lavoro. Tutte qualità che non sfuggirono e gli valsero la fascia di capitano ad appena 21 anni. Perfino il Papa, durante una visita della rosa del Verona nei suoi confronti, gli domandò come facesse ad avere la fascia nonostante la giovanissima età. Con l’Hellas, inoltre, si rese protagonista di una meravigliosa scalata. Partiti dalla B, i gialloblù arrivarono a vincere uno storico scudetto nella stagione 84-85 con Bagnoli in panchina. Un’impresa epica che vide Roberto Tricella tra i grandi protagonisti. Il libero, capitano di quella squadra, è considerato tutt’oggi il miglior interprete del ruolo nella storia scaligera.

IL PASSAGGIO DI ROBERTO TRICELLA ALLA JUVENTUS

Il periodo d’oro lo pose, ovviamente, all’attenzione della Nazionale italiana. La formazione di Bearzot, reduce dalla vittoria del Mondiale, era in una fase di lieve stallo. Il CT era combattuto tra il continuare a dare fiducia ad un blocco storico verso il quale aveva grande riconoscenza o provare nuove leve. Proprio nel ruolo di libero, inoltre, la squadra azzurra stava vivendo un vero e proprio passaggio di consegne. Il grande e immenso Scirea era ancora il leader di quella formazione ma vedeva crescere alle sue spalle il promettentissimo e fortissimo Franco Baresi. Nella storia del calcio nostrano, probabilmente, i due sono considerati i più grandi interpreti del ruolo. Roberto Tricella, in questa fase di stallo e di passaggio di consegne, si trovò un po’ nel limbo. Le sue ottime prestazioni convinsero Bearzot a dargli una chance.

Il libero veronese esordì nel 1984 in una gara amichevole contro la Polonia. In quel biennio, dato che gli Azzurri non dovevano qualificarsi al Mondiale essendone i detentori, Roberto fu chiamato in causa in diversi test. Totalizzò, in tutto, 11 presenze con la Nazionale, di cui solo una in gare di qualificazioni. Questo avvenne nel 1987, quando il CT Vicini lo impiegò in luogo dell’infortunato Baresi, diventato ormai a tutti gli effetti l’erede di Scirea. A livello di club, invece, la Juventus puntò proprio su Tricella per sostituire il proprio leader. Il difensore lombardo fu acquistato per 4 miliardi e mezzo di lire dal Verona. Nella prima stagione, con Scirea ancora in rosa, apprese i segreti del ruolo da quello che lui stesso considera tutt’oggi il miglior libero della storia. Successivamente, guadagnò i gradi del titolare inamovibile.

GLI ULTIMI ANNI E IL RITIRO

L’avventura bianconera di Roberto Tricella fu tutto sommato positiva. Ovviamente, per poter analizzare il suo rendimento, bisogna distaccarsi dal confronto con Scirea, che sarebbe alquanto impietoso. Rispetto al suo illustre predecessore, infatti, l’ex veronese non aveva nè la classe e nè il carisma. Inoltre, occorre necessariamente specificare che la Juventus in cui approdò, così come già avvenuto con la sua storia Azzurra, era una squadra che viveva un fisiologico periodo di transito. I grandi successi della prima metà degli anni ’80 erano ormai alle spalle. La compagine bianconera trascorse della stagioni in chiaroscuro, che la portarono fino all’epoca d’oro di Marcello Lippi. Di questi anni non particolarmente brillanti, Tricella ne trascorse ben 3 a Torino. Dopo un 6° e un 4° posto in campionato, Roberto riuscì comunque ad alzare dei trofei in bianconero.

Nell’ultima stagione juventina, la 89-90, la squadra di Dino Zoff, giunta nuovamente 4° in Serie A, seppe vincere la Coppa Italia e la Coppa Uefa. Fu il modo migliore per salutare la piazza e trasferirsi a Bologna. Quella emiliana, tra l’altro, fu anche l’ultima annata da calciatore di Tricella. Un brutto infortunio muscolare, al tempo difficile da curare, lo portò alla sofferta decisione di ritirarsi. I primi tempi senza calcio furono duri con Roberto che fu ad un passo dalla depressione. Gli mancavano spogliatoio, allenamenti, compagni e quelle emozioni che solo la partita sapeva dare. Da quel momento, anche per colmare i vuoti emotivi, si buttò a capofitto nel settore immobiliare, facendo ingenti investimenti e costruendosi un’altra posizione. Perchè Tricella, d’altronde, nella vita, aveva sempre imparato a sapersi arrangiare e lo avrebbe fatto anche senza un pallone!

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