Risse, insulti e intemperanza: l’incredibile storia di Salvatore Soviero

Sanguigno portiere italiano degli anni ’90 e 2000, passò alla storia per i suoi tanti momenti di follia

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LA STORIA DI SALVATORE SOVIERO: UN PORTIERE SANGUIGNO

Nel calcio come nella vita, la personalità è tutto. Dice chi sei, come sei, perché ti atteggi in quel modo. Ecco a volte, però, ti porta completamente fuori dagli schemi, in una realtà fantasticata che in un mondo vissuto costantemente sotto i riflettori diventa deleteria, spesso facendoti segnare in negativo per alcuni comportamenti folli. D’altronde la storia del calcio è piena zeppa di meri individui che si sono fatti apprezzare più per le loro aberrazioni che per le giocate vere e proprie. In Italia abbiamo un esempio eclatante come Pasquale Bruno, passato alla storia come O Animale proprio per la sua furia agonistica che la maggior parte delle volte si tramutava in violenza fisica. Insomma, uno che viveva più fuori dal campo per squalifica che all’interno del rettangolo verde. Di casi ce ne sono altri e tra questi rientra Salvatore Soviero.

Portiere campano classe 1973 che in teoria doveva stare sempre fermo a difendere i pali, ma in realtà correva più dei suoi compagni in movimento. Specifichiamo, corse che non erano propedeutiche al gioco ma al voler arrecare danno con chiunque ce l’avesse: avversari, arbitri, guardalinee soprattutto. Macinava chilometri su chilometri per esternare tutto ciò che di folle gli passava per la testa. Ma andiamo a scoprire la sua metamorfosi da “buono a cattivo”. La sua ascesa al calcio partì nel 1990 all’Acerrana, squadra campana che faceva l’Interregionale. Le categorie inferiori erano il suo habitat e da lì si spostò a Nola, dove vi rimase fino al 1993, salvo poi fare uno step importante di carriera tra Perugia, Carpi, Fermana e Avellino.

Fuori dal campo sembrava un tipo normale: vita tranquilla, voglia solo di parare la domenica. Una sorta di prode, insomma. La realtà, in compenso, dirà tutto il contrario, visto che quello che sembrava essere un ragazzo umile e distinto oggettivamente era un’ira di Dio, incontenibile al salire della pressione sanguigna.

TUTTE LE CONTROVERSIE

Col Perugia vinse un campionato di Serie C1 da secondo portiere, mentre a Cosenza con Giuliano Sonzogni in panchina si rivelò un protagonista assoluto della vittoria finale. A 23 anni Soviero ci diede un assaggio di quella furia agonistica che aveva dentro. Nel 1996, durante una partita tra Fermana e Giulianova, Sasà (nomignolo) scatenò un’accesa parapiglia intervenendo con rabbia contro l’allenatore del Giulianova. Un dirigente cercò di placare la sua ira incontrollabile ma senza successo: il portiere campano, con una mossa di karate se lo scrollò dalla schiena facendolo cadere a terra. Risultato? Espulsione diretta. Quello fu l’inizio di una carriera spericolata. Nel ’98 sbarcò a Genova, sponda Grifone, e anche lì nel giro di un anno diede un assaggio della sua personalità dirompente. 

Il 13 dicembre 1999 il Genoa andò a giocare al Rigamonti di Brescia. Ad un certo punto della partita, Soviero fece piovere una marea di insulti (cheste mammete, cheste fa, aiza ‘a bandierina!) nei confronti del guardalinee per aver assegnato un calcio d’angolo ai lombardi a seguito di una deviazione del portiere campano, il quale riteneva di non aver mai toccato per ultimo il pallone. Una scena ignobile, durata ben 30 secondi, e che dimostrò tutta la sua intemperanza, anche perché non si trattava neanche di un calcio di rigore ma di un calcio d’angolo normalissimo. Le telecamere di Tele+ ripresero in toto tutti gli epiteti espressi da Sasà. Soviero continuò comunque ad alternare Serie C e B, sognando un giorno di debuttare in A.

Dopo un biennio al Venezia tra il 2002 e il 2004, a 31 anni arrivò finalmente l’occasione di calcare i campi più prestigiosi d’Italia con la maglia della Reggina. Sulla panchina amaranto arrivò quell’anno Walter Mazzarri, fautore di quella salvezza incredibile che avverrà tre anni più tardi.

LA FOLLIA A MESSINA

Prima di sbarcare a Reggio Calabria, Soviero si rese protagonista dell’ennesimo atto folle in una delle ultime partite con la maglia lagunare. Il 18 aprile 2004 Sasà raggiunse, probabilmente, l’apoteosi della sua carriera. Il Venezia si presentò a Messina per cercare punti salvezza. I siciliani, invece, lottavano per rimaner in zona playoff. La partita era una di quelle sentitissime, in cui bastava poco per essere trasformata in un far-west. Per il Venezia la serata si fece complicatissima dopo l’espulsione comminata prima a Liendo e poi a Maldonado, che protestò a dismisura con l’arbitro salvo poi essere placato incredibilmente da Soviero, a cui evidentemente la vena non era stata ancora chiusa. Nella ripresa ci fu un altro rosso, stavolta all’allenatore veneziano Gregucci.

All’appello non poteva mancare il portiere sanguigno. Salvatore entrò nel suo mood rabbioso, scagliandosi prepotentemente contro la panchina del Messina tirando calci e pugni a chiunque gli si presentasse davanti. Ciò che spinse a farlo trasformare in un wrestler fu la mancanza di imparzialità da parte dell’arbitro, reo di aver mandato sotto la doccia quattro suoi compagni. Alla quarta espulsione, Soviero alzò il numero a cinque dopo aver detto di tutto al direttore di gara. A quel punto Sasà non ci vide più e cominciò a correre come un toro verso la panchina avversaria creando un tumulto incontrollabile. 

La partita terminò 2-1 a favore del Messina e soprattutto con tre minuti d’anticipo. Soviero verrà poi squalificato per 5 mesi. “Mi sono diretto verso Mutti, ma ce l’avevo con tutti. Ho esagerato, l’hanno visto tutti. Mi dispiace ma chi sotto questo cielo non fa errori? Non mi voglio discolpare del tutto, perché, a detta di tutti i miei compagni, Palanca (l’arbitro) è stato ingiusto con noi. Il casino l’ha creato lui”. 

L’OMOFOBIA CONTRO DEL PIERO

L’ultimo grido di follia Sasà lo raggiunse nel campionato 2004-2005 disputato con la Reggina. Quel suo sogno di giocare in Serie A non poteva che essere rovinato con l’ennesimo episodio brutale che andò a rovinare ulteriormente una reputazione già pessima di suo. Durante una partita contro la Juventus, il portiere campano si rese protagonista di un insulto omofobo nei confronti di Alessandro Del Piero, proprio nella gara di ritorno dai 5 mesi di squalifica. Neanche il tempo di capire se si fosse messo a posto con la testa ed ecco la bravata. Gli amaranto vinsero 2-1 facendo esplodere il Granillo. Il fattaccio successe a metà del secondo tempo, quando Soviero ci mise una vita a rimettere il pallone in gioco dal fondo dopo il tiro alto del Pinturicchio.

Il numero 10 si accorse della furbata di Sasà e chiamò in causa l’arbitro, il quale ammonì l’estremo difensore campano. Soviero con un gesto platealmente diffamatorio si rivolse ad Alex toccandosi l’orecchio con il guanto, tipico stereotipo omofobo. Diversi anni dopo il portiere spigherà il motivo: “Ero un po’ carico. Ebbi un diverbio con Del Piero che mi fece ammonire. E mi lasciai andare ad un comportamento poco civile e poco consono e di questo mi dispiace anche perché pure quel frangente mi ha causato dei problemi. Al di là di quello, credo che vincere contro la Juve, esordendo a 31 anni in Serie A, sia un vero e proprio sogno”. Salvatore Soviero rimarrà per sempre una delle personalità più forsennate nella storia del calcio italiano.

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