Josè Ferreira Neto, l’idolo del Timao con più di un problema di “bilancia”!

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Josè Ferreira Neto ha avuto una carriera del tutto altalenante. Alle innate e indiscutibili doti tecniche, non ha mai abbinato una condizione fisica adeguata. Idolo assoluto per i tifosi del Corinthians, in altre piazze ha spesso avuto problemi, soprattutto per via del peso e di un carattere molto difficile. Era, inoltre, un grande tiratore di punizioni.

JOSE’ FERREIRA NETO, IL MANCINO FATATO DI SANTO ANTONIO DE POSSE

Un sinistro come pochi nella storia, capace di regalare delle perle incredibili, soprattutto da calcio piazzato. C’era un periodo, ad inizio degli anni’90, che le sue micidiali esecuzioni balistiche divennero una vera e propria arma, perfino per il Brasile. Talvolta, nei periodi in cui non era in condizioni accettabili, veniva mandato in campo nei minuti finali proprio nella speranza che risolvesse l’incontro con una prodezza. Josè Ferreira Neto difficilmente ha vissuto lunghi periodi di buona forma atletica, un fattore che, inevitabilmente, lo ha penalizzato. Una tendenza smisurata ad ingrassare e anche un certo menefreghismo, due problemi che gli hanno creato diversi grattacapi in carriera.

Si impose, fin da giovanissimo, come un delizioso trequartista dal filtrante illuminante, dal lancio calibrato e dal sinistro in grado di trasformarsi in ferro o piuma a seconda del bisogno. A 16 anni debuttava tra i professionisti, con la casacca del Guaranì. Pur con la sua giovane età, seppe subito rendersi indispensabile e il calcio brasiliano scoprì i suoi letali calci di punizione, che divennero oro colato per il suo club. Inoltre, segnò un meraviglioso gol in bicicletta contro il Corinthians, la sua futura squadra. Successivamente, ebbe due esperienze del tutto rivedibili con Bangu e San Paolo. Pur ancora 21enne, manifestò quei reiterati problemi di peso che ne limitarono tutto il proseguo della carriera.

IL FOLLE SCONTRO CON EMERSON LEAO AL PALMEIRAS

Quel che era riuscito a mostrare, seppur a sprazzi, attirò l’interesse del Palmeiras. Il Verdao aveva la convinzione di poterlo trasformare in un formidabile rifinitore se solo fosse riuscito a rimetterlo in forma. Un’impresa titanica, forse impossibile. Semplicemente perchè Josè Ferreira Neto non accettava neanche la critica in sè. Inoltre, sulla panchina del Palmeiras, sedeva Emerson Leao, ex portiere della Selecao. Una sorta di sergente di ferro, che, guarda caso, aveva proprio il pallino del peso. Costringeva i calciatori della squadra a salire sulla bilancia anche tre volte al giorno. Poi, in barba a qualsiasi discorso sulla discriminazione o il mobbing, separava letteralmente i calciatori in sovrappeso dagli altri, sia a tavola che in allenamento.

Le sedute extra, le diete forzate e le continue critiche dell’allenatore, stancarono ben presto Neto, che tra l’altro aveva anche un caratterino niente male. Sommate anche alle esclusioni reiterate dall’11 titolare, portarono il calciatore a reagire nel peggiore dei modi. Sembrerebbe, infatti, che totalmente esasperato dal suo rapporto con Leao, Neto si fosse presentato nell’ufficio del tecnico munito di una pistola per poi puntargliela in testa. Un aneddoto che il Palmeiras ha sempre voluto smentire anche se poi, effettivamente, il calciatore finì completamente fuori rosa. Nella prima finestra possibile di mercato, Neto fu immediatamente messo in vendita. Arrivò il Corinthians e venne messo su uno scambio, con il trequartista e Denys in cambio di Ribamar e Dida.

LA GRANDE STORIA D’AMORE COL TIMAO

Era il 1989 e il disprezzato Neto sbarcava al Corinthians, portandosi dietro i suoi soliti problemi di peso. Ossessionato dalla cura di Emerson Leao, fece inserire una clausola nel suo contratto che lo esentava totalmente da prove di bilancia. Per “ingraziarsi” ulteriormente il suo nuovo talento, il presidente Vicente Matheus tolse proprio lo strumento dallo spogliatoio. Finalmente a proprio agio e con la fiducia di tutto l’ambiente, Josè Ferreira Neto esplose definitivamente. Il campionato del 1990 fu quello della consacrazione assoluta. La squadra, guidata dal mister Baptista, arrivò fino alla vittoria del titolo, pur non venendo considerata da nessuno ad inizio anno. Neto ne fu il trascinatore assoluto e capocannoniere della squadra con 9 gol. Nel ’91 venne anche eletto “Pallone d’Argento”, premio dato dalla rivista Placar al miglior calciatore del campionato.

La maggior parte dei 90 gol totali della sua carriera arrivarono da calcio di punizione. I tifosi del Timao lo soprannominarono Xòdò da Fiel e lo amarono alla follia. Gli venne perdonato ogni atteggiamento, anche quelli del tutto deprecabili. Le prese in giro agli avversari e gli insulti erano all’ordine del giorno, così come le ammonizioni per essersi tolto la maglia quasi ad ogni gol. Ma l’episodio che fece discutere maggiormente in tutto il Brasile, fu quello del 13 ottobre 1991. Il Corinthians sfidava la sua ex squadra, il Palmeiras e per Neto era ovviamente un gara molto sentita. Ben presto, però, la sua partita si trasformò in una sfida personale con l’arbitro Josè Aparecido da Oliveira. Irritato dai suoi ripetuti errori, Xodò pensò di sputargli in faccia.

PUPILLO DI FALCAO ALLA SELECAO

Il clamoroso e vergognoso gesto costò una squalifica esemplare di ben 4 mesi a Josè Ferreira Neto. In appello, tra mille polemiche, lo stop fu poi tramutato dopo alcune settimane in una pesante multa. Un deprecabile episodio che però non gli impedì di diventare, addirittura, capitano del nuovo Brasile firmato Falcao. L’ex regista della Roma, infatti, era follemente innamorato delle doti di Neto e, in barba alle critiche sul suo comportamento e sul suo peso, lo scelse come fulcro della sua ricostruzione. C’era bisogno di volti nuovi, per ricreare entusiasmo dopo il fallimento a Italia ’90, con la dolorosa eliminazione per mano dell’Argentina.

Neto divenne subito un punto fermo nelle convocazioni del “Divino“. Già da ragazzo, peraltro, il trequartista aveva avuto modo di vestire la maglia della Nazionale Olimpica nel 1988. Il Brasile si trasformò in un vero e proprio laboratorio e iniziò a costruire lo scheletro della squadra che poi vinse il Mondiale. Non lo fece però con Falcao in panchina. L’ex giallorosso, infatti, pur avendo avviato il processo di ristrutturazione, pagò i risultati non eccezionali e venne sostituito da Parreira dopo poco più di un anno. Neto restò nel giro per un po’, poi venne messo da parte dal nuovo CT e non vestì più il Verde-Oro della Selecao.

Il suo bottino in Nazionale parla di 15 presenze e 5 gol, con una partecipazione alla Copa America ’91, chiusa al secondo posto dietro all’Argentina. Nello stesso periodo in cui si chiude definitivamente la sua parentesi col Brasile, Neto ha anche un netto calo di prestazioni con la maglia del Timao. E’ completamente fuori forma e il suo rendimento non è quello di un tempo. Dopo la sconfitta nella finale del Paulista del 1993 contro il Palmeiras, decide di cambiare aria e si trasferisce in Colombia, per firmare con il Millionarios.

IL RITORNO AL TIMAO DI JOSE’ FERREIRA NETO

L’avventura colombiana è brevissima e intensa. Il calciatore si adatta bene al nuovo campionato e segna 5 gol in 9 partite. Tuttavia, ha da subito “saudade” della sua terra e alla prima opportunità saluta la baracca e fa ritorno a casa. Lo accoglie l’Atletico Mineiro, con cui disputa il campionato Mineiro senza incidere moltissimo. Dopo 13 partite cambia nuovamente casacca e veste il bianconero del Santos per disputare il Brasileiro. La sua non è una grandissima stagione. I problemi di peso iniziano a diventare davvero limitanti e il suo apporto in campo è minimale. Non gioca neanche sempre e quando lo fa, trotterella per il campo e litiga con gli avversari. Arrivano solo 3 gol, troppi pochi per una riconferma. Josè Ferreira Neto decide di ripartire dal basso e firma per il piccolo Matsubara, club di Cambarà.

Approfittando del livello più basso del campionato e della libertà assoluta in campo e fuori, ritrova gli spunti degli anni migliori. Soprattutto su punizione si trasforma sovente in cecchino. Segna 10 gol in altrettante partite, che inducono il Guaranì a riprenderlo a distanza di quasi 10 anni. Per Neto, inoltre, si tratta del sesto club cambiato in due stagioni. Il ritorno al Bugre non va come sperato. Seguono altre due avventure, entrambe negative, nuovamente con il Santos e poi con l’Aracatuba, con il quale disputa solo 2 match (con 2 gol) prima di venir richiamato al Corinthians. E’ proprio uno di quei casi in cui gli amori fanno dei giri immensi e poi ritornano ma stavolta non sarà tutto rose e fiori. Neto è totalmente fuori forma e ormai gioca da fermo. Trova pochissimo spazio, si laurea Campione del torneo Paulista nel ’97 da assoluto comprimario.

IL RITIRO

A 31 anni è quasi un ex calciatore o, quantomeno, la condizione atletica è tale. Si regala altre tre avventure, due nelle serie minori brasiliane (Jundiai e Osan) e l’ultima addirittura in Venezuela con il Deportivo Italchacao. Tutte parentesi brevi e piuttosto insignificanti di una carriera ormai al tramonto. Così, a 33 anni, Josè Ferreira Neto decide di appendere le scarpe al chiodo. L’anno successivo è stato nominato allenatore del Guaranì. Un’esperienza di un solo anno e anche piuttosto negativa, conclusasi con le dimissioni e con la squadra lasciata in piena bagarre retrocessione.  Nonostante i suoi problemi di peso e di condizione atletica, il suo caratteraccio e la sua indolenza, resta tutt’oggi uno dei più grandi calciatori della storia del Corinthians.

E’ stato un vero e proprio leader, grazie al suo fortissimo temperamento. Per far comprendere meglio l’amore che i tifosi del Timao provano nei suoi confronti, va citato un aneddoto risalente al Mondiale del ’98 in Francia. Durante la partita tra Nigeria e Spagna (3-2 per gli africani) dalle tribune è calato uno striscione con la scritta “Neto, eterno xodò da fiel“. Gesto di alcuni tifosi del Timao presenti allo stadio e vogliosi di esternare l’eterna venerazione per il loro indiscusso beniamino. Uno dei tanti che, con un po’ di testa e voglia in più, avrebbe potuto ricevere gli stessi attestati di stima da molte altre parti. Verrà ricordato, invece, per essere l’uomo addetto ai calci di punizione, molti dei quali davvero micidiali.

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