Giorgio Braglia, il “George Best italiano” di Napoli, Roma, Milan e Fiorentina

Giorgio Braglia

Giorgio Braglia, croce e delizia dei suoi tifosi, veniva soprannominato Cavallo Pazzo o George Best italiano. Proprio l’estrosa ala nordirlandese era il suo assoluto idolo. Una carriera spesa in diverse piazze, ma riuscendo solo saltuariamente a lasciare il segno.

GIORGIO BRAGLIA, IL CALCIO NEL DNA

Già le origini facevano ben sperare. Giorgio Braglia, modenese doc, veniva da una famiglia che aveva il calcio nel sangue. Il papà, Renato, fu calciatore professionista proprio col Modena, diventandone recordman di presenze e giocando anche in Serie A. Gli zii, invece, erano addirittura i famosi fratelli Sentimenti, una dinastia di ben 5 calciatori, alcuni dei quali di livello altissimo. Basti pensare, ad esempio, ai due portieri Cochi e Arnaldo, che difesero le porte di Juventus, Lazio e Nazionale nel primo caso e Napoli nel secondo. Giorgio, invece, sin da piccolino aveva tutte le qualità per fare a sua volta una carriera di altissimo livello, anche superiore a quella del padre e di alcuni degli zii. Era un’ala, di quelle che ormai non ne fan più.

Capello lungo in onore del suo idolo assoluto George Best e caratteristiche similari. Fu proprio per le doti tecniche e fisiche che in molti lo accostarono al nordirlandese, certamente non per gli eccessi che contraddistinsero la vita del campione dello United. Braglia (che dei Red Devils era tifoso) però, in campo veniva anche chiamato Cavallo Pazzo. Erano, infatti, leggendarie le sue fughe palla al piede anche di 60-70 metri, spesso travolgenti. Nelle giornate di grazia era capace di dribblare il mondo, salvo poi perdersi spesso in un bicchiere d’acqua. La concretezza era la dote principale a mancare nel repertorio tecnico del modenese, salvo che nel periodo napoletano, dove seppe davvero esaltarsi a tutto tondo.

LA MANCANZA DI CONTINUITA’

Specializzato nei suoi entusiasmanti contropiedi, il giovane Giorgio Braglia si mise subito in mostra con la maglia del suo Modena. Appena 20enne, fece parlare di sé come una delle migliori promesse del campionato di B. Alcune società della massima serie iniziarono a seguirlo e dopo due stagioni lo prese la Roma. Arrivò nella Capitale a 22 anni, mettendosi agli ordini del tecnico Helenio Herrera. In un’annata, la 69-70, non particolarmente felice per i colori giallorossi, chiusa con un deludente 10°posto, Braglia fu per lo più una comparsa. D’altronde, stiamo parlando di un’epoca in un cui la parola turn over era pressoché sconosciuta ed era permessa una sola sostituzione. Il che comportava che spesso e volentieri, gli allenatori si affidassero ad una formazione ben consolidata, apportando modifiche solo in casi di infortuni e squalifiche.

Giorgio vide il campo solo in 7 occasioni, riuscendo però a siglare una rete nel rocambolesco 3-3 contro la Sampdoria in casa. Nell’occasione, il “Mago HH” lo schierò da titolare e lui mise a segno il momentaneo 3-0 al 4′ del secondo tempo, prima della clamorosa rimonta blucerchiata. Per un giovane in rampa di lancio era un minutaggio del tutto insufficiente che lo portarono alla decisione di tornare a giocare in B. Per la stagione 70-71 vestì la divisa del Brescia, totalizzando 18 partite e mettendo a segno 3 gol. Ciò che riusciva a mostrare in cadetteria, rendeva evidente come il ragazzo fosse sprecato per la categoria. Nuovamente fu una società di massima divisione ad accaparrarselo, la Fiorentina. Anche in Toscana, però, Braglia non riuscì a incidere e vide il campo in una sola occasione.

GIORGIO BRAGLIA, UN IDOLO A NAPOLI

Ancora con umiltà, l’ala modenese decise di ripartire dalla B, trasferendosi a Foggia. Con i Satanelli visse una grande stagione, totalizzando 9 gol, miglior bottino della carriera fino a quel momento. Così, per la terza volta di fila, gli si spalancarono le porte della Serie A e stavolta finalmente in modo produttivo. Giorgio Braglia, nella stagione 73-74, si accasò al Napoli del tecnico Luis Vinicio. Mai scelta fu più azzeccata, perchè il ragazzo, a 26 anni, trovò la sua definitiva consacrazione. Divenne un assoluto idolo della tifoseria partenopea, che lo denominò Cavallo Pazzo per via delle sue entusiasmanti fughe palla al piede. Al contrario di quanto mostrato nei primi anni di carriera, però, trovò anche un importante feeling con il gol.

In 80 partite disputate in 3 anni, mise a segno 24 gol, numeri importanti per un esterno offensivo. Nella fattispecie, la seconda stagione napoletana fu in assoluto la migliore della sua vita da calciatore. Realizzò ben 12 reti e finì al sesto posto nella classifica dei marcatori. Durante la sua esperienza campana, ebbe anche modo di siglare il più classico dei gol nell’ex alla Roma di Nils Liedholm. Il suo triennio lo vide raccogliere un secondo posto ma, soprattutto, una Coppa Italia nell’ultima stagione in Azzurro. Una competizione che, come vedremo più avanti, lo sapeva davvero esaltare. Nella finalissima contro il Verona, stra-dominata dal suo Napoli, mise a segno il secondo gol nel 4-0 con cui si chiuse la gara.

IL MILAN E L’INTOSSICAZIONE ALIMENTARE

A 29 anni, Giorgio Braglia attirò le attenzioni del Milan. Si trattava dell’ennesimo passo in avanti della sua carriera. Il giusto premio alle 3 splendide stagioni vissute al Napoli. Purtroppo, però, l’esperienza rossonera non fu esaltante, anche per via di un guaio ad inizio campionato. Dopo una trasferta a Roma, infatti, approfittando del giorno di riposo concesso dalla società milanista, decise di scendere a Napoli. L’intento era quello di passare qualche ora insieme alla fidanzata, residente in città. Essendo partito nel tardo pomeriggio, giunse a Napoli che era ormai tardi. Affamato, si strafogò di cozze crude in un locale della città, finendo per contrarre un’infezione. In molti sostennero che si trattasse di epatite, un’ipotesi sempre smentita dal modenese, che anche di recente parlò, per l’appunto, di infezione intestinale.

Furono 3 mesi di inferno, col calciatore totalmente debilitato nel fisico e costretto a un lunghissimo periodo a letto in preda ai dolori. Di fatto, fu la pietra tombale della sua carriera. L’avventura rossonera era ormai del tutto rovinata, visto che in campionato Braglia vide il campo solo in 3 occasioni. Faceva fatica a ritrovare la miglior condizione ma seppe riciclarsi in un ruolo comunque fondamentale per la stagione del Milan. Impiegato maggiormente in Coppa Italia, divenne il trascinatore e il bomber della squadra nella competizione, assieme al compagno Calloni. Ben 6 gol a testa, che permisero ai rossoneri di vincere il trofeo. Lo stesso Braglia andò in rete anche nell’atto conclusivo della Coppa, un suggestivo derby contro i cugini dell’Inter a San Siro.  Un 2-0 che portò il trofeo, per la seconda volta, nella bacheca del George Best italiano.

IL DECLINO A NEANCHE 30 ANNI

Quel gol siglato al minuto 89 del Derby di Coppa Italia contro l’Inter fu anche il canto del cigno per l’esterno modenese. Nonostante il contributo decisivo nella conquista del trofeo e la dimostrazione, durante il cammino, di ciò che era capace, non ottenne più fiducia. Trascorse i primi mesi della stagione 77-78 ai margini della rosa, senza mai vedere il campo. Nel mercato invernale, decise di fare ritorno al Foggia, nel frattempo militante in Serie A. Provò a dare una mano ai pugliesi nella lotta per non retrocedere ma fu un’esperienza del tutto negativa. Giorgio Braglia vide il campo solo in 8 occasioni, senza mai mostrare nulla di quanto fatto vedere in passato. Il Foggia, dal suo canto, retrocesse in B al termine di un campionato fallimentare. Per Cavallo Pazzo fu anche l’ultima stagione della carriera vissuta ad alti livelli.

Ormai conscio di non essere più quel calciatore che entusiasmava il pubblico di Napoli per ben 3 lunghi anni, decise di scendere di categoria e trasferirsi al Siracusa. Ma ormai non ne aveva più e anche questa esperienza trascorse nel più totale anonimato. Così, a soli 33 anni annunciò il ritiro, facendo ritorno nel suo paesino (Bomporto) in provincia di Modena. Da quel momento, Braglia non ha più voluto rientrare nel mondo del calcio e tutt’oggi, a 74 anni mantiene il look alla George Best che lo rese celebre. Una carriera da promessa mai del tutto esplosa e che si potrebbe sintetizzare in quel famoso detto che dice “Vedi Napoli e poi muori”. Già, perchè dopo quella scorpacciata di cozze nella città campana, di fatto, morì anche il Cavallo Pazzo capace di spezzare in due le difese avversarie con le sue inesauribili accelerazioni!

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