“El Diablo” Marco Etcheverry, il mito senza tempo del calcio boliviano

El Diablo Marco Etcheverry

Marco Etcheverry, soprannominato “El Diablo”, è il calciatore più amato di sempre in Bolivia. Una vera e propria icona, simbolo della generazione calcistica più forte di sempre nel Paese. A livello di club, ha inciso soprattutto in Sudamerica e negli USA. Meno bene la sua avventura europea e, soprattutto, il flop al Mondiale ’94.

MARCO ETCHEVERRY, EL DIABLO DELLA BOLIVIA

Avete presente l’iconica finta a rientrare di Robben? Quel gesto tecnico che per anni ha portato gli spettatori di tutto il mondo a dire “Fa sempre la stessa cosa, eppure gli riesce ogni volta“? Bene, c’è un altro caso similare nella storia del calcio e porta dritti dritti in Bolivia. Qui, un ragazzo con lunghi capelli ricci neri, dai lineamenti indios e dal fisico non esattamente da atleta, ha ripetuto allo strenuo una stessa finta per 18 anni di onorata carriera. E lo ha fatto facendo perdutamente innamorare un popolo intero. Nessuno, in terra boliviana, è mai stato osannato come Marco “El Diablo” Etcheverry. Ma in cosa consisteva il suo dribbling? El Diablo ti puntava e caricava il tiro, poi, anzichè calciare, spostava dolcemente il pallone, toccandolo infinite volte. Un gesto che ripeteva allo strenuo, riuscendo quasi sempre a dribblare l’avversario e a guadagnare metri.

Non era un goleador, non lo è mai stato. Talvolta più bello da vedere che concreto, ma in grado di regalare colpi di genio incredibili. Di lui, si ricordano fantastici gol, partendo palla al piede da 30-40 metri e arrivando fin quasi dentro la porta con la sfera. Oppure magici pallonetti, simili a quelli che hanno arricchito il bagaglio tecnico di Totti. Sapeva anche calciare di potenza e regalare assist al bacio ma, in campo, rimaneva fondamentalmente un anarchico. Seconda punta o fantasista, cambiava poco. L’importante era lasciarlo libero di esprimere il suo talento, di trovare la posizione preferita e fare ciò che il suo istinto chiedeva. Per lunghi tratti della partita riusciva a essere abulico, a non incidere, a fregarsene totalmente della fase difensiva. Poi, però, si accendeva e deliziava la platea col suo educatissimo mancino.

IL PIU’ AMATO DI SEMPRE IN BOLIVIA

Marco Etcheverry ha fatto parte della generazione più forte di sempre del calcio boliviano. Un insieme di calciatori praticamente nati e cresciuti insieme che hanno prima fatto la fortuna delle selezioni giovanili e, poi, sono arrivati in blocco nella nazionale maggiore. Hanno scritto la storia, ottenendo una clamorosa qualificazione ai Mondiali del ’94, un quarto di finale alla Copa America ’95, un secondo posto nell’edizione successiva in casa e una partecipazione alla Confederations Cup. Le stelle di quella squadra erano fondamentalmente due, circondate da ottimi calciatori: una era per l’appunto Marco “El Diablo” Etcheverry, l’altro Erwin Sanchez. Quest’ultimo, denominato il Platini delle Ande, ebbe probabilmente una carriera superiore a Etcheverry. Centrocampista di classe, un regista dotato di grande tiro da fuori, che faceva valere soprattutto sui calci piazzati.

Riuscì a imporsi, al contrario del Diablo, anche nel calcio europeo, diventando un mito del Boavista e facendosi apprezzare nel Benfica. Ma quasi nessun boliviano vorrà mai neanche ascoltare un paragone tra i due. Per loro, la vera leggenda è e resta quel riccioluto attaccante di Santa Cruz de la Sierra. Poco importa se è uno dei tanti talenti nella storia del calcio che avrebbe potuto e dovuto fare di più. Se, negli anni 90, domandavi ad un boliviano qualunque un parere su Etcheverry, probabilmente lo avrebbero messo in una sua personalissima lista assieme ai 4-5 calciatori più forti al mondo. Assieme a lui e Sanchez, c’erano però tanti altri ottimi calciatori. Si può ricordare il portiere argentino (naturalizzato boliviano) Trucco, il compianto Ramiro Castillo, il bomber Moreno o il centrocampista Baldivieso.

GLI INIZI DEL DIABLO

Classe 70, El Diablo Marco Etcheverry iniziò la sua carriera nel Destroyers, debuttando a soli 16 anni nella massima divisione boliviana. Fin da subito, apparve evidente che quel ragazzo era destinato a palcoscenici di alto livello. Condì i suoi primi tre anni di professionismo con 26 gol e, nell’ultima stagione nel club, a 19 anni, arrivò l’esordio con la Bolivia. Successivamente, si trasferì nel Bolivar, una delle società più blasonate di tutto il Paese. Il campionato 90-91 fu, per lui, quella dell’assoluta consacrazione nonchè il migliore della carriera in termini realizzativi. Mise a segno, infatti, ben 21 gol. Proprio in questo periodo, gli venne attribuito il soprannome storico di “El Diablo”.

Un nomignolo che, tuttavia, pur accompagnandolo per tutto il resto della sua vita, non gli è mai andato a genio. Lui, da sempre profondamente religioso, lo riteneva piuttosto blasfemo. Pur essendo una testa calda, un calciatore che talvolta si lasciava andare a reazioni veementi in campo, che amava la bella vita e odiava fare sacrifici, ha spesso dichiarato di sentirsi più un angelo. In molti del club nel quale militò, ottenne una quasi totale libertà dai presidenti. Ribelle, svogliato ma maledettamente bravo sul campo, Etcheverry, nel 1991, fu un vero e proprio uomo mercato. Si parlava insistentemente di un suo trasferimento in Europa, il grande salto che gli mancava per potersi finalmente confrontare con i big del panorama calcistico mondiale.

MARCO EL DIABLO ETCHEVERRY IN SPAGNA

Alla fine la spuntò l’Albacete, non un club di primissimo piano ma un’ambiziosa neopromossa nella Liga spagnola. La società castigliana puntava fortissimo sul boliviano, affiancandolo al giovane centravanti Urzaiz e al trequartista uruguaiano Zalazar. Effettivamente, il cammino del Queso Mecánico andò ben oltre le più rosee aspettative. Non solo la squadra si salvò senza patemi, ma chiuse la stagione con un ottimo settimo posto. Tuttavia, l’annata di Marco Etcheverry non fu delle migliori, con “El Diablo” che faticò tantissimo ad adattarsi al calcio europeo. Per sua stessa ammissione, arrivò in Spagna con la mentalità sbagliata, sentendosi un giocatore ormai arrivato ad un grande livello e quindi sicuro di fare la differenza. Si scontrò, invece, con un calcio totalmente diverso, molto più veloce, tecnico e organizzato.

Anche le sedute di allenamento erano ben più dure a quelle a cui era abituato e gli furono concesse molte meno libertà rispetto alla Bolivia. A sua parziale discolpa, c’è da dire che El Diablo arrivò in Spagna dopo un anno e mezzo senza sosta tra campionato boliviano, Libertadores e Copa America. In diverse intervista, in futuro, Etcheverry dichiarò di essere giunto troppo giovane nella Liga e che, con un’altra testa, forse avrebbe potuto imporsi. La sua stagione fu in chiaroscuro, giocò solo 15 gare con 2 miseri gol. Dopo un piccolo periodo iniziale di adattamento, sembrò finalmente trovare le giuste contromisure. Affilò 6-7 ottime partite e la stampa locale iniziò a parlare di un interessamento dell’Atletico. A chi gli domandò cosa ne pensasse circa le voci di mercato che lo accostavano ai Colchoneros, rispose con presunzione “Atletico? Y el Real?”.

IL RITORNO IN SUDAMERICA

Dopo quel breve periodo di rivalsa in Liga, le sue prestazioni tornarono ad essere molto scadenti. Abituato ad essere una star e ad essere decisivo per le proprie squadre, Marco El Diablo Etcheverry mollò mentalmente. Era molto deluso da sè stesso e dall’andamento di quell’esperienza. Temendo di perdere il Mondiale del ’94, al quale la sua Bolivia si era clamorosamente qualificata arrivando seconda nelle eliminatorie sudamericane anche grazie ai suoi gol, chiese di tornare nel suo Continente. Aveva tre offerte sul piatto: il Boca Juniors, il Barcelona di Guayaquil e il Colo Colo. Senza farsi troppi problemi ad riconoscerlo, accettò il contratto economicamente migliore, firmando per i cileni. Il suo impatto fu devastante. Per sua stessa ammissione, giocò ad un livello altissimo, forse come mai prima di allora.

Si tornò a parlare insistentemente di Europa e di un interessamento proprio del Real Madrid, come da lui auspicato mesi prima. Il suo cartellino era schizzato ad un valore di oltre 10 milioni di dollari e lo stesso Diablo era convinto di tentare nuovamente l’esperienza nel Vecchio Continente per riscattare la delusione di Albacete. Tuttavia, proprio nel suo momento migliore, subì un brutto infortunio al ginocchio. Mancavano pochi mesi al Mondiale e la paura di non farcela era tanta. Il calciatore lottò con tutte le sue forze per rendersi convocabile dal CT spagnolo Xabier Azkargorta. Alla fine riuscì nel suo intento ma si presentò alla spedizione americana in precarie condizioni di forma.

IL MONDIALE AMERICANO

Era la grande opportunità per un tutto il Paese. In passato, solo due volte la Bolivia aveva preso parte ai Mondiali e in edizioni lontanissime (nel 30 e nel 50). Si trattava dell’occasione di riscatto per un popolo intero e le aspettative erano molto alte. Purtroppo, essendo inserita in quarta fascia, la compagine sudamericana finì in un girone di ferro. C’erano la Germania campione in carica, la forte Spagna e la Corea del Sud. Un passaggio del turno appariva proibitivo, mentre le speranze erano quelle di arrivare davanti ai coreani in classifica. Azkargorta intuì subito che El Diablo Marco Etcheverry non era in condizione di poter giocare. Per il primo match contro la Germania, decise di farlo partire dalla panchina. Aveva bisogno di gente al 100%, capace di coprire bene il campo e fare con dedizione la fase difensiva.

La partita fu impostata molto bene e per lunghi tratti i boliviani incartarono la manovra tedesca. Destarono un’ottima impressione, mettendo in mostra diversi elementi di spicco e un’organizzazione di gioco importante. Al 61′ Jurgen Klinsmann portò in vantaggio i suoi. A quel punto, Azkargorta capì che il piano difensivo era ormai saltato e occorreva rischiare il tutto per tutto. Alcuni minuti dopo spedì  in campo Etcheverry, con la speranza che potesse regalargli la giocata utile a rimontare i tedeschi. Tuttavia, appena 5 giri di lancette dopo il suo ingresso sul terreno di gioco, El Diablo si rese protagonista di una discussione con Matthaus, reagì e lo colpì con un calcio, venendo espulso. Le successive due giornate di squalifica chiusero in anticipo il suo deludente Mondiale. La Bolivia pareggiò le restanti due gare e tornò a casa comunque a testa alta, pur ultima.

UOMO DI PUNTA DELLA NEONATA MLS AMERICANA

Dopo il brutto Mondiale, chiuso in soli 5 minuti, Marco Etchverry tornò in patria, vestendo nuovamente la casacca del Bolivar. C’era da ritrovarsi, sia da un punto di vista fisico che psicologico, e il ritorno a casa poteva essere terapeutico. In alcuni mesi, raggiunse una condizione accettabile e si trasferì in Colombia, per vestire la casacca dell’America de Calì. Non fu una grandissima esperienza, visto che El Diablo Marco Etcheverry non andò mai a segno in 21 presenze. L’avventura colombiana durò poco, perchè intanto fu chiamato dalla neonata MLS, il nuovo campionato americano. Le nuove franchigie puntavano a dividersi gli uomini di spicco provenienti dall’estero, al fine di promuovere la nuova lega. Etcheverry fu uno dei nomi di maggior blasone tra i tanti che arrivarono.

Assieme a Valderrama, Campos, Donadoni, Zenga e altri stranieri, innalzò il tasso qualitativo del torneo. El Diablo fu destinato ai DC United di Washington. Formava una micidiale coppia di attacco col connazionale Moreno. Insieme spinsero il club a grandi successi, con ben 3 titoli vinti e una finale persa. Ancora oggi, Etcheverry è considerato uno dei più grandi calciatori della storia del campionato a stelle e strisce. E’ finito, ovviamente, nella Hall of Fame della MLS. Un periodo d’oro per il boliviano, che curiosamente, in quegli stessi anni, finì per dividersi con altri club. Approfittando delle lunghe soste del torneo, Etcheverry chiedeva e otteneva trasferimenti in prestito all’estero per continuare a giocare e mantenere la condizione. Ebbe modo di confrontarsi più volte con il calcio ecuadoregno (tra Emelec e Barcelona), diventando anche lì una celebrità.

LA COPA AMERICA ’97

Il grande appuntamento, forse ancor più importante del mondiale americano di 3 anni prima, per la Bolivia era senz’altro la Copa America 1997. Una competizione che si sarebbe disputata proprio in casa, permettendo a La Verde di sfruttare la propria micidiale arma: l’altura degli stadi. Già, perchè più volte, nel corso della propria storia, la nazionale boliviana ha saputo trasformare in oro questo fattore, alle avversarie spesso particolarmente sgradito. Giocare in altura trasforma totalmente i parametri di percezione della fatica. Dà la sensazione che l’ossigeno sia più “pesante” e che le gambe rispondano meno. I boliviani, da sempre abituati, hanno spesso compiuto imprese uniche nei propri stadi, specialmente al terribile Siles di La Paz.

Con l’età di molti interpreti che iniziava ad avanzare, poteva considerarsi una delle ultime possibilità per la generazione d’oro del Paese di portare uno storico trofeo in bacheca. La Bolivia stravinse il proprio girone a punteggio pieno, davanti a Perù, Uruguay e Venezuela. Ai quarti, superarono per 2-1 la Colombia, poi in semifinale il Messico per 3-1. Il loro magnifico percorso fu però oscurato da un dramma senza precedenti. A poche ore dalla finalissima col Brasile, uno dei fulcri di quella squadra, El Chocolatín Ramiro Castillo, apprese la notizia della sconvolgente morte del figlioletto di 7 anni per una brutta forma di epatite. Ovviamente, il bravo centrocampista non prese parte alla finale e pochi mesi dopo si suicidò.

Con la volontà di dedicare il successo al compagno, stravolto dal dolore, la Bolivia scese in campo con il sangue agli occhi. Davanti ai 44 mila spettatori del Siles, rispose colpo su colpo al formidabile Brasile. Resse l’urto alle clamorose giocate di Ronaldo, Djalminha, Edmundo, Leonardo e i tanti fenomeni in campo. Senza scomporsi minimamente allo svantaggio siglato da Edmundo, la Bolivia di Marco El Diablo Etcheverry giunse al pareggio in chiusura di primo tempo. Decisivo un micidiale tiro dalla distanza di Erwin Sanchez, che sorprese Taffarel. La ripresa fu equilibrata e la Bolivia resse fino a 10 minuti dal termine, quando il Fenomeno Ronaldo e Ze Roberto firmarono un terribile 1-2, dando la Copa America al Brasile.

GLI ULTIMI ANNI DI CARRIERA DI “EL DIABLO” MARCO ETCHEVERRY

La meravigliosa avventura americana durò 8 stagioni. Oltre ai tre scudetti vinti e già citati, i DC conquistarono altri due titoli di grande prestigio. Divennero prima campionati della Concacaf, vincendo la Champions centroamericana, poi, grazie a questo successo, sfidarono il Vasco da Gama, campione della Libertadores. Anche in questo caso, Etcheverry e compagni conquistarono la vittoria, scrivendo la storia del club. Dopo 190 presenze e 34 gol, El Diablo Marco Etcheverry decise di tornare in patria per gli ultimi scampoli della sua carriera. Nello stesso anno, il 2003, disse addio anche alla nazionale boliviana, con la quale aveva avuto modo di partecipare, senza grandi sussulti, alla Confederations Cup 99.

L’ultima avventura fu ancora col suo Bolivar. Avrebbe voluto giocarvi almeno un paio di anni, per regalare gli ultimi scampoli della sua classe a quel pubblico che lo amava ancora incondizionatamente come il primo giorno. Riuscì a disputare solo una manciata di partite, perchè poi litigò pesantemente con il presidente Mauro Cuéllar. In totale disaccordo con i suoi modi di gestire la società, Etcheverry intraprese una vera e propria guerra con il ricco uomo di affari. Alla fine, capendo che non avrebbe potuto far nulla per cambiare le cose, si fece prendere dalla rabbia.

Aveva offerte importanti per continuare, specialmente una milionaria dal Qatar.  Ma, sentendosi vuoto mentalmente, appese le scarpe al chiodo. Seguì una breve e piuttosto negativa parentesi da allenatore e alcuni approcci per entrare in politica. Oggi, Marco Etcheverry è un dirigente federale in Bolivia ma viaggia spesso verso le città in cui è stato grande protagonista. Specialmente dalle parti di Santiago e Washington è una vera e propria divinità. Quella che sarà per sempre per il popolo boliviano, che mai dimenticherà la leggenda del diavolo che voleva essere angelo!

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