Denilson, il dribblomane tutta fantasia ed eterno incompiuto del Brasile

Denilson Brasile

Denilson de Oliveira Araújo è stato uno dei calciatori più talentuosi degli anni 90 e a lungo elemento del Brasile, con cui ha vinto anche un Mondiale e altri trofei. Nonostante i grandi mezzi e la capacità incredibile di dribblare, l’esterno verdeoro può considerarsi un incompiuto. Una carriera sempre nel segno dei “se” e dei “ma” e due mancati trasferimenti in Italia.

DENILSON, L’ETERNO DRIBBLATORE DEL BRASILE

Gli ultimi 15 minuti della semifinale del Mondiale 2002 tra il Brasile e la Turchia sono il perfetto ritratto della carriera di Denilson. Con la Selecao avanti per 1-0 grazie al gol del Fenomeno Ronaldo, Felipe Scolari si volta e indica proprio la sua ala sinistra, ordinandogli di entrare in campo. Le indicazioni sono piuttosto semplici: fatti dare palla e tienila, come solo tu sai fare. Per uno innamorato del pallone come lui, non c’è nulla di più bello da sentirsi dire. E Denilson fa proprio quello. Non rispetta posizione, non rispetta compiti precisi. Prende la palla e inizia a correre, a fare giochetti, a dribblare il mondo intero. L’immagine di mezza squadra della Turchia che lo insegue diventa praticamente virale.

Avrebbero voluto stenderlo, non riuscivano a prenderlo. Veloce, tecnicamente sublime, con un controllo di palla da super star assoluta. Tutte caratteristiche del suo repertorio. In quei 15 minuti, Scolari fa capire al mondo intero perchè lo ha convocato, tra le feroci polemiche di chi lo accusava di aver lasciato a casa gente come Djalminha o Jardel. Ed è più o meno la stessa motivazione di tutti i CT del Brasile, che dal 96 al 2003 gli hanno permesso di totalizzare ben 61 gettoni. Eppure, il nome di Denilson verrà sempre associato a quello di un calciatore più bello che utile, ad uno dei tanti che avrebbe potuto ma non è riuscito a pieno. Qualità immense ma tanta indolenza, molto fumo e poco arrosto.

LA PRIMA VOLTA CHE HA SFIORATO L’ITALIA

In Italia, il nome di Denilson riporta quasi subito ad una gag di un film di Aldo, Giovanni e Giacomo. Durante “Così è la vita”, infatti, Giovanni Storti fa il suo nome mentre è intento a fare alcuni numeri per strada con un pallone. Distratto, poco dopo vedrà rubarsi l’auto davanti agli occhi, con il ladro che gli urlerà “Ciao Denilson“. Lo stesso brasiliano fu protagonista anche di un famoso spot della Nike in voga negli anni 90. Eppure, la nostra Serie A avrebbe potuto davvero ospitare il suo talento smisurato. Già dai primi anni, in Brasile Denilson veniva avvicinato a paragoni molto scomodi. Per molti, era il nuovo Garrincha, forse la miglior ala nella storia del calcio, di sicuro la più forte della Selecao.

Rispetto al precedessore, però, Denilson è sempre stato tremendamente inconcludente e con pochissima propensione al gol. Lo testimoniano i soli 34 gol realizzati a livello di club in 16 anni di carriera: davvero una miseria per uno che ha sempre giocato come esterno offensivo. Nell’estate del 1997, poco prima di vederlo esplodere agli occhi del mondo del Torneo di Francia, è la Roma di Franco Sensi a essere molto vicina al suo acquisto. Di Denilson parlano bene molti esperti di calcio sudamericano ma il suo nome è ancora poco conosciuto. Ha mostrato sprazzi di accecante classe nel San Paolo e un VHS con le sue giocate è finito nell’ufficio di Sensi. Il ragazzo non ha neanche un costo proibitivo, si parla di 12 miliardi.

La trattativa, che sembra ben avviata, si arresta dopo il parere del nuovo allenatore della Roma di quella stagione, Zdenek Zeman. Il boemo, senza troppi giri di parole, dice: “Alla Roma occorrono calciatori, non guardalinee“. Una stoccata nel suo pieno stile ma che descrive a pieno quelle che sono le caratteristiche del brasiliano. Un’ala tutta fantasia, a tratti spettacolare, capace di dribblare sempre il primo uomo, quasi sempre il secondo, spesso anche il terzo e, se in giornata, pure il quarto. Poi, arrivato sul fondo, è assai più probabile che torni indietro e ricominci a dribblare piuttosto che crossare in area. Di tagli verso la porta? Neanche a parlarne. Il brasiliano è il classico calciatore che considera la linea laterale il suo pane quotidiano.

ANCORA AD UN PASSO DALL’ITALIA E IL TRASFERIMENTO RECORD

Sensi ne prende atto e annulla la trattativa. Sarebbe stato del tutto inutile sprecare un posto da extracomunitario per acquistare un calciatore che Zeman non avrebbe fatto giocare. Metabolizzato che per il passaggio in Europa sarebbe servito ancora un anno, Denilson riprende da dove aveva lasciato, ossia regalando numeri fantasmagorici in Brasile e, finalmente, anche con la Nazionale. Nel 97, la FIFA organizza un torneo in Francia tra i padroni di casa, la Selecao, l’Italia e l’Inghilterra. E’ una sorta di antipasto del Mondiale che vedremo l’anno seguente in terra transalpina. La squadra di Zagallo si presente con diverse bocche di fuoco, tra cui la micidiale coppia di attacco formata da Ronaldo e Romario.

Ma l’elemento della Selecao che illumina la competizione è sicuramente lui. Il mondo intero impazzisce per i suoi ripetuti doppi passi, per gli elastici, le biciclette e per l’infinita serie di giochetti, spesso futili, che regala alla platea. Il suo nome diventa uno dei più comuni nelle partitelle pomeridiane dei ragazzini, che cercano di imitarlo, quasi mai riuscendoci. Di conseguenza, anche il suo valore di mercato schizza alle stelle. Con lungimiranza, la dirigenza del San Paolo decide di aspettare la conclusione del Mondiale per scatenare una vera e propria asta miliardaria. A Francia ’98, Denilson non è un titolare ma viene spedito in campo con regolarità nel corso dei secondi tempi e conferma quanto di eccezionale si dice sul suo conto.

In Italia, si fa sotto l’ambiziosa Lazio di Cragnotti. La piazza inizia a gongolare e pregusta un colpo pazzesco che potrebbe lanciare l’inseguimento al sogno scudetto. Si parla di cifre altissime, destinate a infrangere il precedente record di 48 miliardi del trasferimento di Ronaldo all’Inter. L’affare è a buon punto, quando improvvisamente si inserisce il Betis di Siviglia. Una mossa decisamente a sorpresa, perchè non si tratta di una big di Spagna ma comunque di un club che manifesta propositi importanti. L’offerta è di 63 miliardi. Una cifra esorbitante che costringe Cragnotti alla ritirata strategica e il brasiliano finisce in Liga. Col senno del poi, una manna dal cielo per il patron laziale, che poco dopo acquisterà Bobo Vieri.

DENILSON, UNA STELLA IN BRASILE MA CON UNA COSTANTE SENSAZIONE DI INCONCLUDENZA

Denilson, concretizzato il trasferimento da record, firma un contratto di addirittura 12 anni con una clausola rescissoria mostruosa da 750 miliardi. Sarà il più grande errore della storia del Betis, che non riuscirà mai a rientrare dei soldi spesi e non verrà mai ripagata sul campo dal brasiliano. Il primo anno è appena discreto,  ma solo se non rapportato alla cifra spesa. I gol sono solo 2 e fanno capire quale sarà il suo più grande limite in carriera. L’anno seguente è addirittura catastrofico. Il Betis, partito con ambizioni quantomeno di qualificarsi alla Coppa dei Campioni, finisce per retrocedere in B. Denilson manifesta immediatamente l’intenzione di non giocare in cadetteria e viene rispedito in prestito in Brasile.

E’ il Flamengo ad accoglierlo e l’area di casa sembra fargli bene perchè le prestazioni tornano quelle di un tempo. Nel 2001-2002, dopo aver fatto prontamente ritorno in Liga, il Betis è “costretto” a riaccoglierlo, pur avendo ormai capito di aver preso una bella cantonata. Chi non smette mai di credere in lui è invece Scolari, che in quel secondo periodo al Betis lo porta al Mondiale del 2002 e gli permette di vincere il titolo. In quella Selecao, Denilson è come al solito un’alternativa ma, come visto prima, riesce a rendersi molto utile. Al Betis, invece, rimarrà altre 4 stagioni, regalando giocate di grande classe ma alternate alle proverbiali lunghe pause. Soprattutto nell’ultima stagione, viene schierato soltanto in 10 occasioni e inizia a essere etichettato come un giocatore in declino.

Archiviata invece la brutta parentesi con il Betis, il brasiliano riparte dal Bordeaux. Inizia un lungo giro per il mondo, che lo porta a giocare in Francia,  Arabia Saudita, Stati Uniti, di nuovo Brasile e addirittura Vietnam. L’ultimo contratto è in Grecia, con il Kavala, ma il brasiliano ci ripensa quasi subito e rescinde senza mai essere sceso in campo. Si ritira a soli 33 anni, lasciando a tutti gli appassionati quel senso di amarezza per la consapevolezza di aver visto un ragazzo che poteva scrivere la storia. Invece, si è accontentato di ottenere la gloria eterna nei giardinetti pubblici, dove milioni di bambini hanno provato a imitarlo per anni…

E’ uscito il nostro libro, Frammenti di Calcio. Per saperne di più e per non perderlo, clicca QUI.

LEGGI ANCHE: UNA DELLE GIOCATA PIU’ BELLE DI SEMPRE, LA BICICLETTA DI DJALMINHA AL REAL MADRID