Dante Bertoneri, il talento granata che venne liquidato da Luciano Moggi

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DANTE BERTONERI, IL TALENTO MANCATO DEL TORINO

Giocare in una delle squadre più prestigiose nella storia del calcio italiano, vestire la 7 di Gigi Meroni e la 10 del Gran Capitan Valentino Mazzola e ritrovarsi tutto ad un tratto estraniato dal mondo. E’ ciò che ha passato e vissuto Dante Bertoneri, grandissimo talento italiano degli anni ’70 e ’80 che passò dal paradiso all’inferno da un giorno all’altro. Nato a Massa il 10 agosto 1963, Bertoneri si dimostrò già da bambino abile col pallone fra i piedi, iniziando a giocare come mezz’ala. Le sue qualità spiccavano specialmente negli ultimi 20 metri, quando c’era il bisogno di inventare per spiazzare la difesa. E più passava il tempo, più Dante diventava un eccellente fantasista, colui che illuminava la strada agli attaccanti. Dopo aver finito la terza media, il giovane si focalizzò su un unico obiettivo: diventare calciatore.

Un aspetto che avrà un ruolo rilevante col passare della sua storia. Il Torino lo visionò per un breve periodo di tempo, inserendolo nel proprio settore giovanile. Qui il 14enne incominciò ad allenarsi nello storico Filadelfia, entrando in sintonia coi compagni e ammirando da vicino i Gemelli del Gol (Pulici e Graziani). Erano gli anni in cui il Toro era ritornato grande a quasi 30 anni dalla tragedia di Superga. Sergio Vatta, responsabile della Primavera del Torino, era uno specialista nel trovare ragazzini promettenti per farli poi crescere e mandare in prima squadra. La scalata di Bertoneri coi grandi diventò più semplice del previsto dopo che Vatta lo chiamò dalla Berretti inserendolo in pianta stabile in Primavera. Il nativo di Massa, nelle partitelle del giovedì contro i “grandi”, fece intravedere le sue grandi doti tecniche nonostante avesse un fisico magrolino.

L’allenatore granata Ercole Rabitti incominciò a portarlo in panchina e il 18 gennaio 1981 lo fece esordire in Serie A in un Torino-Ascoli. La partita finì 3-0, con Bertoneri che rilevò Vincenzo D’Amico, giocando solamente 3 minuti ma venendo incoraggiato e applaudito dalla curva Maratona, che dimostrò un affetto particolare nei suoi confronti. Per la stagione 80-81, Dante giocò altre 5 partite più le due finali di Coppa Italia che il Torino (guidato da Cazzaniga) perse contro la Roma.

LA SVOLTA…IN NEGATIVO

I tifosi si innamorarono di quel ragazzino che avevano in rosa. Bertoneri era uno che non si risparmiava mai, con due polmoni d’acciaio inox che lo rendevano irrefrenabile. Anche se qualche “frecciatina” i giornali non gliela risparmiarono mai: si parlava di “tanto fumo e poco arrosto”, o di un giocatore che “correva tanto ma male”. Tutte critiche spazzate via dalla qualità tecnica che possedeva. La stagione 81-82 sembrò quella della svolta per Bertoneri, con il tecnico Giacomini che lo schierò stabilmente tra i titolari facendolo giocare 23 volte sulle 30 partite disponibili. In più arrivarono i primi gol in A, segnati contro Catanzaro e Ascoli. Dante era su una rampa di lancio pronto ad esplodere definitivamente, ma comunque il tempo era dalla sua parte vista l’età (20 anni). E invece, quell’incipit di una carriera piena di soddisfazioni, si trasformò in un incubo.

Ci fu una svolta sì, ma in negativo. Il Torino cambiò proprietà e al posto dello storico presidente Pianelli, la squadra passò nelle mani di Sergio Rossi. Quest’ultimo riorganizzò l’organigramma societario chiamando come Direttore Generale Luciano Moggi e come allenatore Eugenio Bersellini. E così, Bertoneri iniziò prematuramente una fase discendente di carriera. Per l’annata 82-83, il fantasista granata partì per il servizio di leva, allontanandosi da Torino. Bersellini era un allenatore molto autoritario, uno di quelli che pensava poco e agiva subito. A Bertoneri preferì il più delle volte Fortunato Torrisi, appena arrivato dall’Ascoli. Nonostante le difficoltà, Dante lanciò segnali incoraggianti ogni volta che entrava dalla panchina, ma le idee di Bersellini non cambiarono, con l’argentino Hernandez piazzato fisso davanti alla difesa.

Passato l’anno da militare, per Dante era arrivata l’ora di prendersi il Torino sulle spalle. O la va, o la spacca. La stagione 83-84 doveva essere quella del rilancio definitivo, ma a 21 anni sulle spalle ci poteva stare bucare un anno, fa parte della crescita d’altronde. Poco prima dell’inizio del campionato, il mondo del calcio gli crollò addosso. Luciano Moggi lo convocò nel suo ufficio in sede, spiegandogli che i nuovi progetti della società non vedevano Dante nella rosa del Torino.

QUEL “NO” RIFILATO A MOGGI

Il Direttore volle mandare il giovane in prestito in Serie B al Cesena, visto che i granata stavano definendo l’acquisto dell’attaccante austriaco Walter Schachner. I modi di fare di Moggi difficilmente venivano apprezzati da qualche essere umano e infatti Bertoneri rimase stizzito dalla scelta. Diverse erano le società di Serie A che erano interessate a Dante, e infatti lui stesso preferì non fare un salto all’indietro in cadetteria. Dopo un gigante “No” alla proposta del futuro dirigente della Juve, prevalse la volontà del ragazzo, che dopo uno scontro verbale, andò in prestito all’Avellino in massima serie. Giocò una buona stagione (22 presenze e 2 reti), con gli irpini che centrarono la salvezza e gli occhi di Bearzot che si posarono sul fantasista italiano.

Bertoneri continuava a non spiegarsi il motivo per cui il Torino non aveva creduto in lui, specialmente Luciano Moggi, che lo liquidò in due secondi come se fosse uno qualunque. Dopo l’esperienza ad Avellino, Dante fece ritorno in Piemonte, pronto ad essere titolare fisso dopo aver fatto il contentino alla società di giocare altrove. E invece no, dall’ambiente torinista le voci che girarono su Dante non furono affatto buone, anzi, si disse che era una testa calda, un piantagrane; addirittura qualcuno parlò che si faceva di cocaina. La cosa più grave fu che la società non smentì tutte quelle illazioni, totalmente infondate. Ecco, quello rappresentò il momento in cui Bertoneri e il Torino non potevano più stare insieme. Anni dopo il giocatore dirà che il suo allontanamento dalla squadra era per colpa di Moggi, a cui non era andato giù quel rifiuto del 1983, decidendo di fargliela pagare.

E così, quello che appena tre anni prima era uno dei talenti più promettenti del vivaio granata, rimase senza squadra, abbandonato nella solitudine. Bertoneri si accasò al Parma nel 1984 in Serie B, ma anche qui si portò dietro una serie di critiche che peggiorarono ancor di più la sua reputazione personale. Tra le poche presenze, la retrocessione in C e l’allenatore Carmignani che lo accusò di non saltare di testa per paura di scompigliarsi i capelli, Dante visse in un incubo vero e proprio.

LA DECADUTA DI DANTE BERTONERI

A Bertoneri serviva una botta di adrenalina e di carattere per uscire dall’angoscia. Peccato che non ci riuscirà mai. Andò a Perugia per la stagione 85-86 diventando sempre più l’ombra di sè stesso. Neanche il suo ex allenatore al Toro Giacomini riuscì a farlo ravvivare. L’etichetta di “svogliato e vizioso” appiccicatagli addosso pesò come un macigno; dunque non gli restava altro che aspettare il momento giusto per chiudere col calcio. Il fantasista decise di passare gli ultimi scampoli di carriera a casa, giocando per la Massese in C2, dove visse una fase di rigenerazione contribuendo al primo posto con conseguente promozione dei bianconeri in C1. La stagione 1989-1990 sarà la sua ultima professionale con la maglia della Rondinella, seconda squadra di Firenze.

A neanche 27 anni Dante si ritirò definitivamente. Visse una fase di depressione totale dopo quel tradimento del Torino, che lo aveva scoperto, allevato e coltivato, salvo poi scartarlo di punto in bianco. A salvarlo furono la fede e la preghiera, che gli fecero scoprire una vocazione interiore per la corsa. Bertoneri diventò a 40 anni un grande corridore, iscrivendosi alle maratone dopo aver rodato gambe e fiato. Dopo qualche problema alla schiena, si ritrovò senza contributi per la pensione, così provò a chiedere aiuto a vecchi amici di calcio. Rientrò nel football nel 2018 come osservatore per una squadra toscana satellite del Torino, la Giovani Granata Monsummano, dimettendosi dopo 6 mesi con una lettera di rinuncia che venne pubblicata dai quotidiani locali, facendo tornare in auge il suo nome.

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