Bernard Dietz, il tedesco dallo spirito proletario che accantonò i soldi

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BERNARD DIETZ, IL TEDESCO CHE EBBE UNA VISIONE OPERAIA DEL PALLONE

Bernard Dietz è stato uno di quei (pochi) calciatori ad aver messo la fatica e il sudore sopra a tutto. Perfino davanti al Dio denaro, che oggi conosciamo bene. E’ stato uno dei più forti terzini sinistri d’Europa di tutti i tempi tanto da lasciarsi sedurre da squadre impegnate solamente a salvarsi la pelle in Bundesliga, come Schalke 04 e Duisburg. Carattere e animo da tedesco doc, Dietz rigetterà in campo, nel corso di tutta la sua carriera, tutto quel tempo che fin da piccolo utilizzò per lavorare, in modo da aiutare il padre a livello economico. Già a 11 anni Dietz viveva di pane e calcio, come qualsiasi altro tipo di bambino d’altronde. Ma nessuno avrebbe mai pensato che, una volta aver sfondato nel professionismo, non potesse concedersi qualcosa di più “lussuoso”.

“Mio papà Franz era un minatore, io ho iniziato a lavorare come fabbro all’età di 11 anni. Giocavo a pallone quando potevo, mi ricavavo gli spazi tra un turno e l’altro in fabbrica. Ho applicato la dimensione operaia anche al pallone”. Ebbene proprio così fu. Mai un acuto, mai un’etichetta da predestinato o, più comunemente, montato. Solamente tanta, tantissima umiltà. Dietz giocò a grandissimi livelli negli anni ’70, salvo poi vivere un periodo decadente negli ’80. L’inizio di quest’ultimo decennio, tra l’altro, cominciò nel migliori dei modi, visto che da capitano e leader plebeo qual era trascinò la Germania Ovest alla vittoria dell’Europeo (1980).

Indossò la maglia della nazionale per ben 53 occasioni, prendendosi anche il trono di erede di Horst-Dieter Hottges, formidabile difensore che fece parte della spedizione al mondiale ’74, poi vinto contro gli olandesi. Il tecnico Jupp Derwall stravedeva per Bernard e infatti lo convocò anche per il mondiale argentino del 1978, rivelatosi fallimentare. Per l’edizione spagnola, invece, nonostante i 34 anni, decise di non rispondere alla chiamata per via dei rapporti logori con il compagno Paul Breitner. “Non ero rottamato ma con lui non andavo d’accordo. Avevamo due visioni del calcio completamente agli antipodi. Io mi allenavo come un pazzo, lui non era disposto al sacrificio. Comunque, anche senza di me la squadra era in buone mani, anzi, in ottimi piedi”. 

LA MASCOTTE DI DUISBURG

Dietz in Germania è stato più di un riferimento. Era il classico ragazzone che non si arrabbiava mai, neanche se gli entravi in maniera scomposta sulle caviglie durante la partitella di fine allenamento. Ha lasciato talmente il segno nei suoi unici due club che a Duisburg, per omaggiarlo, decisero di dare il suo nome alla mascotte. Ne venne fuori “Ennatz”, soprannome che Dietz si portava dietro sin da piccolo. “C’era una ragazzina che abitava di fronte a casa mia e che non riusciva a pronunciare il mio nome. Per lei esistevo solamente come Ennatz”.  Ovviamente la sua forza era sotto gli occhi di tutti, e pur rimanendo volontariamente nell’ombra di piccole realtà, gli estimatori con i sacchi pieni di denaro non mancavano mai. Ecco, fu proprio la parola ‘denaro’ che Dietz rifiutò categoricamente nella sua carriera.

Manchester United, Bayern Monaco e Benfica furono le principali squadre che provarono a fare carte false per il tedesco in modo da fargli assaggiare la nobiltà delle grandi piazze. “All’epoca guadagnavo 320.000 marchi l’anno, al cambio dell’epoca circa 80.000 euro. Un operaio appena mille. Avevo da vivere, perchè desiderare qualcosa in più”?. Questa sua domanda indiretta fu il diktat della sua vita. Il tenore con cui era cresciuto, il sudore del lavoro in fabbrica, l’aiuto a suo padre in miniera quando occorreva: insomma, potevano essere tutti pretesti per fare la cosiddetta “bella vita” da calciatore vista l’infanzia passata.

Questo spirito da proletario Dietz lo sta ancora coltivando all’età di 73 anni, visto che assieme al figlio Christian dirige una scuola calcio a Bockum-Hovel: “Da noi non si paga alcuna retta, anzi, più ragazzi disagiati posso aiutare e meglio mi sento con me stesso. Sarò un anti-eroe, ma anche nella mia convinzione e condizione si vincono parecchie battaglie”. Più che anti-eroe, io lo definirei “esempio” per tutti e per tutto. Gente come lui, il calcio, specialmente oggi, ne ha davvero bisogno.

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