Andrea Mazzantini, il “piccolo” portiere andato oltre i suoi limiti!

Storico portiere volante degli anni ’90, andò oltre i suoi limiti fisici non riuscendo ad ottenere tutto ciò che meritava

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ANDREA MAZZANTINI, IL PORTIERE ANDATO OLTRE TUTTO

Nel calcio, il ruolo del portiere è quello più criptico. Spesso ti ci ritrovi senza volere, come al calcetto con gli amici in cui si litiga per non finire a prendere pallonate. Difficilmente, fin da piccolini, ci si appassiona ad un mestiere un cui devi stare fermo e utilizzare le mani quando tutti i tuoi compagni corrono da una parte all’altra del campo sprigionando dribbling e gol a d’effetto. Spesso, però, capita che per alcuni è meglio stare in porta perché troppo lenti e impacciati con la palla. Insomma, il portiere è un ruolo stressante, pieno di responsabilità e pressioni rese nettamente più evidenti quando si commette un errore. I più nostalgici dicono che non è per tutti, che bisogna essere alti tot centimetri, che bisogna essere grossi e lunghi per le uscite sicure.

Un assunto confutato più volte da ciò che la storia del calcio ci ha insegnato. Perchè sì, è vero che essere degli armadi aiuta, ma se non sai trattenere un pallone, non sai muoverti, se non hai il senso della posizione, allora sei punto a capo. In Italia abbiamo avuto negli anni ’90 un estremo difensore in grado di andare oltre i suoi limiti, fisici e caratteriali. Un uomo in grado di compensare la sua statura ridotta con una reattività aerobica clamorosa, sfruttando un’esplosività muscolare che si vedeva in pochi. Stiamo parlando di Andrea Mazzantini, il Gattaccio Volante come veniva soprannominato. Il Mazza era il paradigma perfetto dell’estremo difensore di periferia, uno di quelli che si esaltava se prendeva “solo” quattro gol in una partita perché sapeva che senza di lui sarebbero stati otto.

Uno che si elettrizzava quando la sua squadra rimaneva in dieci perché sapeva che doveva mettersi il mantello e salvare la panchina all’allenatore. Un uomo che semplicemente non aveva paura di nessuno, neanche dei missili di Mihajlovic. Insomma, Andrea Mazzantini era il prototipo di portiere nervoso e spettacolare, quello che faceva fare i soldi ai fotografi che immortalavano le sue parate plastiche da prima pagina di giornale.

I PRIMI PASSI DA CALCIATORE

Esteticamente, aveva tutti i crismi dell’anti-atleta: fisico dalla classe operaia, un collo inesistente alla Maurizio Costanzo, spalle strettissime che davano vita a braccia che sembravano tentacoli. Mani conformi a due padelle, tronco cortissimo, cosce cubiche e rotule malandate per via dei tuffi della domenica. Mazzantini aveva anche una capacità di creare abbinamenti sfavillanti e soprattutto luccicanti, con magliette fluo e guanti bianchissimi. Di origine spezzina, sul campo fece subito intravedere una capacità inaudita di coprire la porta nonostante i suoi 182 centimetri, che per qualcuno non erano altro che un ostacolo insormontabile per potersi affermare nel grande calcio. In poche parole, adrenalinico, come ai tempi del Canaletto, squadra del suo quartiere.

Mosse i primi passi da calciatore nelle serie inferiori, in C2 tra Pro Patria, Sarzanese e Livorno, esperienze che gli permisero di crescere e soprattutto di firmare nel 1991 con Lo Spezia, squadra della sua città. Le difficoltà iniziali non mancarono, ma il Mazza dimostrò di avere sempre la testa sulle spalle, sviandosi da tutti quei rosiconi che lo etichettavano come “non adatto” al ruolo di portiere. Il primo anno spezzino lo fece da comprimario di Luca Mondini, mentre la seconda stagione divenne un titolare fisso, mettendo in risalto le sue grandi peculiarità tecniche e plastiche. L’esplosione con gli Aquilotti valse a Mazzantini la chiamata di Zamparini a Venezia: in laguna ci rimase tre anni, tutti disputati in Serie B ma comunque a buon livello.

Andrea era su un trampolino di lancio e da lì a breve il salto in Serie A lo avrebbe fatto. Prima, però, dovette fare i conti con la rottura della cartilagine e della spalla a seguito di un tuffo plastico durante un Juventus-Venezia di Coppa Italia. Un infortunio molto brutto che mise a serio repentaglio il proseguo di carriera. Per molti non si sarebbe più ripreso, ma per lui era arrivato il momento di reagire con pazienza. E alla fine, perseverando, Mazzantini tornò sano come un pesce, dimostrando a chi non credeva più in lui di saper ancora volare tra i pali.

LA CHIAMATA DELL’INTER

L’Inter lo seguì attentamente, prelevandolo dal Venezia nel 1996. Per il Mazza non era altro che il coronamento di un sogno. Lui, partito da un piccolo quartiere ligure e arrivato a giocarsela coi grandi di Serie A. Peccato che il suo ruolo era quello di vice Pagliuca, uno di quelli che non saltava una partita neanche a pagarlo. Mazzantini debutterà ufficialmente nel maggio 1997, subentrando a pochi minuti dalla fine in una partita contro la Reggiana. Ma quel famoso spazio che tanto invocava, con l’Inter, non arriverà mai. D’altronde non era semplice affermarsi come portiere in un’epoca in cui il nostro campionato poteva vantare fenomeni assoluti tra i pali. E probabilmente, ciò che ha limitato l’ascesa di Mazza è stato proprio questo.

Nonostante le difficoltà nerazzurre, a 31 anni Andrea raggiunse il picco assoluto di carriera a Perugia. Si rivelò il cuore pulsante di una delle squadre più sentimentali e rocambolesche della storia del calcio italiano, come quando tolse lo Scudetto alla Juventus all’ultima giornata del campionato 99/2000. Comandante e leader di un Perugia tanto bello quanto esaltante, come i pacchetti di sigarette di Rapaic, le sgroppate di Ze Maria, le inspiegabili doppiette di Amoruso, le ignorantate di Materazzi a suon di calci volanti, le acconciature da ufficio inchieste di Nakata. Con i biancorossi Mazzantini stemperò tutta quella polvere che aveva preso stando per anni seduto in panchina con l’Inter.

MAZZANTINI E QUEL TRIENNIO A PERUGIA DA INFORTUNATO

Col Perugia era ogni volta una sentenza. Più che parare, lui volava, letteralmente. Un’esplosività fuori da ogni standard che in Serie A si vedeva a stento. Detonante e deflagrante, razionale e istintivo. Tutta quella sua “piccolezza” fisica era una grandezza per gli occhi di chi lo vedeva esternamente. Un triennio in Umbria disputato quasi sempre da infortunato, con uno sterno malconcio e delle spalle che invocavano pietà. Mazzone lo spronò fino al midollo perché sapeva che se gli chiedevi di smettere lui rispondeva di no. E questa è stata la grande forza di Mazzantini. Pur vivendo nel purgatorio della cadetteria, Andrea rimane un talento a cui non è stato dato tutto ciò che meritava.

Non assaggiò mai, neanche sulla punta della lingua, il sapore del vero successo, ma il suo nome rimarrà nella memoria di tutti quelli che hanno vissuto la sua epoca. Perché anche se madre natura non ti ha regalato un’altezza da cestista o un fisico da buttafuori, ti basterà guardare la figurina di Mazzantini per convincerti che con sacrificio, duro lavoro e una sana dose arroganza, puoi essere chi vuoi. Anche un Gattaccio Volante.

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