Alle origini del mito: gli umili inizi di Rivaldo, Pallone d’Oro 1999!

Rivaldo origini

Di origini molto umili, Rivaldo conobbe da vicino la vera miseria prima di diventare un Campione. Affetto anche da problemi fisici, lottò contro tutto e tutti per raggiungere il suo sogno, tra esclusioni, bocciature, drammi e una scarsa fiducia attorno a sé.

RIVALDO E LE SUE UMILI ORIGINI

Quando nel dicembre del 1999, precedendo gente come Beckham, Shevchenko, Batistuta e Figo, si aggiudicò il Pallone d’Oro, il suo primo pensiero fu per la difficile infanzia. “Ho costruito la mia carriera su un miracolo. Senza risorse economiche, senza procuratore, e solo con l’incoraggiamento della mia famiglia, scoraggiata dai medici e dagli allenatori. Ma ho visto realizzarsi un sogno, sono stato riconosciuto come il miglior giocatore del mondo”. E non sono le classiche frasi fatte, perché Vitor Borba Ferreira, in arte Rivaldo, la sofferenza l’ha toccata davvero da vicino. Famiglia numerosa (ben 4 fratelli) e molto povera, in uno Stato (Pernambuco) notoriamente conosciuto per il poco sviluppo e le scarse risorse rispetto al resto del Paese. Inoltre, date le umili origini, Rivaldo viveva in una favelas piuttosto malfamata, ben lontana dalle zone turistiche e dal lusso.

Ogni giorno, attorno a sé, aveva delinquenza e malumore. Vide numerosi amici incappare in giri sbagliati e fare una brutta fine. Eppure, lui e i suoi fratelli, pur tenendo conto della povertà, seguirono sempre gli insegnamenti del padre, che li riuscì a tenere lontani da giri pericolosi. Così, nonostante la giovane età, il ragazzo iniziò a lavorare in spiaggia. Ogni giorno si sobbarcava un lungo tragitto per raggiungere il mare e vendere ai turisti cioccolatini, gelati, bevande e gomme da masticare. I guadagni, ovviamente, erano molto irrisori e non riuscivano a contribuire più di tanto al benessere della famiglia. Capitava sovente che, a fine giornata, il cibo non fosse sufficiente per sfamare la famiglia. Rivaldo, pertanto, sin dalla tenera età, iniziò a soffrire di una forte malnutrizione e a perdere alcuni denti.

GLI INIZI DA CALCIATORE

Pur dovendo fare i crudeli conti ogni giorno con le sue umili origini, Rivaldo era però un bambino come tutti gli altri. E come tutti i brasiliani, si appassionò presto al calcio. I primi passi, assieme agli amichetti, li mosse in un disastrato campetto di quartiere, di quelli sterrati, con tubi a fungere da porte e senza reti. Ritenuto decisamente bravo con la palla tra i piedi, riuscì ad ottenere un tesseramento nelle giovanili del Santa Cruz, con Mario Santana come allenatore. Dagli 11 ai 13 anni accarezzò il sogno di poter finalmente diventare un calciatore ma improvvisamente fu espulso dalla squadra. Alla base, il suo difficile stato di salute. Piccolo, fragile, debole e con le gambe storte, fu ritenuto di troppo e allontanato. Si riciclò nei vari tornei di strada che ogni giorno imperversavano nella città e proprio quella fu la chiave di svolta.

Il papà, Romildo, infatti, era molto amico di Claudio Ponei, allenatore del Paulistano. Tra una chiacchierata e l’altra, suggerì al tecnico di dare un’occhiata al figlio, che intanto iniziava a crescere in seguito ad uno sviluppo fisico improvviso. Ponei si recò a vedere una partita di Rivaldo, che quel giorno la buttò dentro per ben 4 volte. Già al termine dell’incontro, l’uomo si avvicinò al ragazzino e lo convinse facilmente ad unirsi al suo club. Dopo averlo tesserato, gli spiegò che, dato il suo fisico, lo vedeva come centravanti. Rivaldo, infatti, nel frattempo era arrivato ben oltre il metro e 80, con una fisicità maggiore rispetto agli altri coetanei. Il fantasioso mancino accettò senza problemi e nella prima annata realizzò 28 gol. Tutto sembrava finalmente andare per il meglio ma, al termine della stagione, Rivaldo fu colpito da un terribile dramma che ne sconvolse totalmente la vita.

LA PERDITA DEL PAPA’

Una sera del 1989, mentre il papà rincasava dal lavoro, fu investito da un autobus e morì. La famiglia Ferreira lo attese tutta la notte, senza ricevere alcuna comunicazione dell’accaduto. Dopo oltre 24 ore, Rivaldo e i fratelli sentirono alla radio del terribile incidente e iniziarono a insospettirsi. Quando il ragazzo diciassettenne si accertò della sciagura, si sentì cascare il mondo addosso. Oltre che alla sofferenza patita in passato per via delle sue origini umilissime, Rivaldo doveva fare i conti con un lutto tremendo. Legatissimo al papà, che lo incoraggiava ogni giorno a credere nei suoi sogni e cercava di non perdersi una sua partita, cadde in un profondo stato di depressione. Per un periodo, pensò di lasciare anche il calcio, non trovando più gli stimoli per continuare a fare sacrifici.

Tuttavia, superata l’iniziale disperazione, Rivaldo riuscì ad usare quel periodo come leva per riprendere con ancor maggiore vigore l’inseguimento verso il suo sogno. Tornò in campo e, durante un match contro il suo vecchio club, il Santa Cruz, realizzò la doppietta decisiva. Il Presidente degli avversari, dopo aver saputo della precedente bocciatura di qualche anno prima, fece di tutto per riprendere quel ragazzo, allontanando Santana, il responsabile della scellerata decisione. Così, a distanza di circa 5 anni, Rivaldo fece ritorno al Santa Cruz nel 1990. Una scelta mai del tutto perdonata da Claudio Ponei. Il tecnico del Paulistano, infatti, ritenne quel gesto un tradimento, con Rivaldo che poi, negli anni seguenti, non lo nominò mai come suo scopritore.

LE ORIGINI DEL MITO RIVALDO

Quel ragazzino malnutrito e schernito perfino dai medici, che si dichiaravano certi che non avrebbe mai potuto fare sport, ce l’aveva finalmente fatta. Con la maglia del Santa Cruz, infatti, fu lanciato subito in prima squadra. Seppur appena maggiorenne, contribuì alla vittoria del titolo Paulistano con i suoi primi gol e si guadagnò il primo vero contratto da professionista. Dopo un altro anno da grande protagonista (36 reti totali), fu coinvolto in un cervellotico scambio con il Mogi Mirim, che pur di averlo mise sul piatto ben 5 giocatori. Trasferitosi a San Paolo, divenne rapidamente uno dei calciatori più interessanti a livello nazionale.

I media, almeno inizialmente, poggiavano maggiormente le attenzioni sul compagno di squadra Valber. Rivaldo, tuttavia, fece presto ricredere tutti a suon di prestazioni e gol. Proprio una sua fantastica segnatura da centrocampo fece il giro delle televisioni di tutto il Brasile. A quel punto, ormai, Rivaldo aveva la strada spianata.  Nuovamente coinvolto in una maxi operazione di mercato, il trequartista fece il grande salto al Corinthians, disputando una stagione da ben 11 gol in 19 gare ed esordendo in Nazionale nel ’93. Successivamente, è diventato in pochissimi anni il grande Campione che tutti gli appassionati hanno potuto ammirare tra la fine degli anni 90 e i primi del nuovo millennio.

Le parentesi al Palmeiras, al Deportivo la Coruna, al Barcellona e al Milan sono solo alcune delle tappe più importanti di una carriera splendida. Un percorso che lo ha visto arrivare sul tetto del mondo con il suo Brasile, vincendo un mondiale e disputando un’altra finalissima assieme a campioni come Ronaldo, Ronaldinho, Cafu o Roberto Carlos. Poi, nel 1999, quel Pallone d’Oro, momento cardine di una storia da brividi. Perchè Rivaldo è la dimostrazione che, credendoci, si può davvero rovesciare il proprio mondo, nonostante quelle origini davvero umili e la tanta sofferenza patita!

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