Alcol, cocaina e una ‘quasi’ morte: la spericolata vita di Walter Casagrande

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Walter Casagrande, il centravanti dal carattere mai sobrio

Walter Casagrande è stato un giocatore degli anni 80 e 90 che abbiamo potuto ammirare in Italia nelle piazze di Ascoli e Torino. Era un attaccante brasiliano ma con caratteristiche completamente diverse dal ‘brasiliano tipo’ che ognuno di noi si immagina oggi. Grande fisico, buona tecnica e grande stazza che lo rendevano forte nel colpo di testa e nelle sponde. Aveva un grande nota stonata però: la velocità. Veramente lento era Casagrande. Di fatto aveva compiti più da manovratore là davanti, da regista offensivo. Aveva l’aspetto di una vera e propria rockstar musicale con quei capelli ricci lunghi e ciondolanti. I primi anni 80 furono difficili per lui soprattutto per il regime militare Brasiliano: Casagrande fu tra i protagonisti di quell’esperimento di autogestione calcistica che passerà alla storia come “Democracia Corinthiana” che ebbe in Socrates il principale leader.

Celebre fu un diverbio con il portiere Leao, uno dei tanti che non simpatizzava questo tipo di movimento. Al termine di una partita, l’estremo difensore se la prese con i suoi compagni – in particolare con i difensori – per tutto lo spazio che avevano lasciato agli attaccanti avversari. L’allora 19enne Casagrande rispose al portiere: “Qui non esistono colpevoli. Qui siamo tutti responsabili in egual misura. Tu compreso”. Insomma, già a quell’età faceva capire una certa leadership. Di fatto Walter era uno dal carattere sempre stravagante e mai semplice da capire; questo fu uno dei principali motivi che lo portò dritto dritto al baratro.

Brasile da “sliding doors”, gioie e dolori

Il Corinthians in quegli anni era una delle squadre che padroneggiava il paese. Squadra che vinse per 2 volte consecutive il campionato Paulista nel 1982 e 83 sotto il segno dei gol di Casagrande, uno dei più prolifici fino a quel momento. Walter, stranamente, ebbe una crescita esponenziale a livello caratteriale  grazie alla profonda amicizia col dottore Socrates, suo compagno di squadra al Corinthians. In campo era devastante, alcuni crebbero che fosse stato il perfetto numero 9 della nazionale per il mondiale spagnolo. Ciò che fece strizzare l’occhio erano i suoi eccessi al di fuori del rettangolo verde. Proprio per il regime militare duro imposto dal Brasile fu beccato con addosso diversi grammi di cocaina mentre era in compagnia con diversi amici.

Questo portò il CT della Selecao, Telè Santana, a escluderlo dai convocati per il trofeo più prestigioso al mondo. La 9 in quella manifestazione sarà indossata da Serginho che fece grandissima fatica ad imporsi in un 11 con tantissimo talento: Zico, Socrates, Cerezo, Falcao, Luizinho. Si guadagnerà la convocazione con la maglia verde-oro nel 1985 e di conseguenza venne chiamato anche per il mondiale dell’anno successivo. In quella formazione esploderà al fianco di Careca nelle partite antecedenti al mondiale, questo perchè nel torneo Casagrande arrivò in condizioni fisiche pessime che di fatto lo relegarono in panchina. Solo 19 presenze e 8 gol con la Nazionale.

Appena dopo il mondiale iniziò la sua avventura europea al Porto. La sua unica annata sarà fortemente condizionata dai tanti infortuni che lo portarono a fare pochissimi minuti sul campo. Con la maglia del Porto sarà un (non) protagonista per la vittoria in Coppa Campioni ai danni del Bayern Monaco. Il Brasiliano giocherà solamente i quarti di finale contro i danesi del Brondby ma, per sua sfortuna, si fratturò la tibia nella gara di ritorno che gli fece iniziare un calvario lunghissimo.

La chiamata dell’Ascoli

Casagrande si lascia convincere dal connazionale Careca (in direzione Napoli nel 1987) del fascino del campionato italiano che, negli anni 80′, viveva uno dei momenti di massimo splendore per i tanti campioni che attirava. Il Milan di Sacchi, Maradona a Napoli, Platini alla Juventus, l’Inter dei record, Zico a Udine. Tanto fascino. L’Ascoli comandato da Costantino Rozzi mise sul piatto 1 miliardo di lire per comprarlo dal Porto. La sua presentazione ufficiale fu un qualcosa di unico: barba, occhiali scuri, capelli lunghi, jeans malmessi e tracolla di cuoio. Una sorta di Hippie uscito da un mondo fantascientifico.

In 4 stagione ad Ascoli (1987-1991), tra Serie A e B, segnerà 38 reti in 96 presenze. I tifosi Ascolani soprannomineranno Casagrande “Casao”, anche se la ragione principale di questo nome non fu mai chiara. Con Giuseppe Greco è il miglior cannoniere dell’Ascoli in Serie A con 16 reti.

Il Torino di Luciano Moggi

Nell’estate del 91′ va a Torino sponda Granata su volontà di Luciano Moggi che sborsa ben 5 miliardi e 200 milioni di lire. Era il Torino di Mondonico, squadra di grande valore formata da un giovanissimo Bobo Vieri, Marchegiani, Scifo, Cravero, Lentini, Annoni, Pasquale Bruno e Rafael Vazquez. Squadra che darà grande spettacolo in patria con un terzo posto alle spalle di Juventus e Milan (proprio una sua doppietta nel derby fece perdere lo scudetto ai bianconeri), ma soprattutto in Europa con la finale di Coppa UEFA persa contro l’Ajax. Casagrande in quella finale (di andata) fu determinante con una doppietta che però non bastò per aggiudicarsi il titolo.

La stagione seguente, l’ultima per lui, farà coppia d’attacco con il Pato Aguilera e chiuse la sua esperienza italiana con una Coppa Italia che valse la qualificazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. 19 reti in 69 presenze registrerà in maglia granata.

Un ritorno in patria da incubo

Torna in Brasile nel 1993. Aveva 30 anni, quindi poteva ancora dare qualcosa di se al calcio. Nel giro di 3 anni girerà 4 squadre che lo portarono al ritiro definitivo nel 1996. Si vedeva che non aveva più quell’entusiasmo e quella voglia di giocare. Da quel momento la sua vita prenderà una piega che si ritorcerà addosso a lui. Casagrande ebbe dei grossi problemi di depressione che lo portarono sulla brutta strada. Ebbe un vuoto interiore che provò a riempire tramite l’uso di alcol e cocaina. Divenne un vero e proprio dipendente da questi due fattori. In più si era divorziato dalla moglie. Era solo, e in quel momento il suo stato mentale non poteva che peggiorare le cose.

Il Brasiliano racconterà come “in una sera ero capace di sniffare 3 grammi di cocaina e poi iniettarmi una dose di eroina, fumarmi una canna e bermi una bottiglia di tequila”. Un folle. Per questi motivi qui rischiò il decesso più volte. Racconterà poi come suo figlio, Victor Hugo (20enne), ebbe il grande coraggio di aiutarlo a venirne fuori. E sicuramente vedendolo in quelle condizioni non era semplice trovare l’orgoglio nel dare una mano.

Questa la carriera e vita di Walter Casagrande, un ottimo calciatore che condusse una vita calcistica e post all’insegna del pericolo e della pazzia. Sperando vivamente che non possa essere emulato da nessun’altro!

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