Quando Geoff Hurst diede vita al primo “gol fantasma” della storia

La finale mondiale del 1966 tra Inghilterra e Germania Ovest venne decisa da un gol che non doveva essere convalidato

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GEOFF HURST E LO STORICO “GOL FANTASMA”

Avete presente quando giocate a calcetto balilla e con l’attaccante tirate talmente forte verso la porta che la pallina entra ed esce a causa della violenza con cui è stata calciata? Ecco, quello, in poche parole, si chiama “gol fantasma”. Locuzione che abbiamo visto applicarsi innumerevoli volte nella storia del calcio vero prima dell’avvento della famosa Goal-line Technology, strumento che ha permesso agli arbitri di non fare più affidamento alla percezione del loro occhio umano. Etimologicamente parlando, per “gol fantasma” si intende una svista per un gol erroneamente convalidato dal direttore di gara nel caso il pallone non abbia varcato la linea di porta; oppure per un gol erroneamente non convalidato nel caso la sfera abbia varcato la linea di porta.

Di esempi recenti ce ne sono: l’ultimo quello che ha visto protagonista Cristiano Ronaldo col suo Portogallo nel marzo scorso in una partita contro la Serbia. Un suo tiro venne respinto, a palla già entrata, dal difensore serbo Stefan Mitrovic. I milanisti non dimenticheranno mai il gol annullato a Muntari contro la Juventus nel febbraio 2012. Insomma, ce ne sono una sfilza di reti validissime da regolamento ma che per qualche abbaglio/svista non sono state convalidate. Per questo la parola “fantasma”, perché indica quei gol che non sono stati percepiti dalle persone (arbitri, guardalinee) che erano chiamate a farlo. Il primo grosso abbaglio di una lunga serie risale al Mondiale del 1966, quando l’Inghilterra salì sul tetto del mondo battendo 4-2 la Germania Ovest.

Il 30 luglio di quell’anno passò alla storia per un gol dal sapore di ingiustizia vera e propria. Nel momento più decisivo, nella partita più importante, davanti a migliaia di tifosi a Wembley e in TV, successe un qualcosa che fino ad allora non si era mai visto e concepito.

I DUE PROTAGONISTI

Ad essere protagonisti dell’episodio furono Geoff Hurst, forte attaccante inglese e leggenda del West Ham, e il guardalinee sovietico Tofik Bachramov. Ma andiamo con ordine. Quella Coppa del Mondo aveva ancora i rimasugli di una guerra terminata 21 anni prima, in cui trincee, resti di esplosivo e armi erano ancora oggetti di discussione della critica. Inglesi e tedeschi avevano vinto i rispettivi gironi da imbattuti, mentre per l’Italia fu un’edizione amarissima per quella sconfitta contro la Corea del Nord che ci costò il secondo posto nel girone. Era il Mondiale in cui un funambolico Eusebio si presentò agli occhi del pianeta terra come uno dei calciatori più forti al mondo, visti i 6 gol che trascinarono il Portogallo fino alla semifinale persa proprio contri i britannici.

Per il calcio inglese non era un periodo di particolare splendore, visto che né club né Nazionale avevano raggiunto almeno una finale di coppa. D’altronde erano anni di rilancio per l’economia europea, di conseguenza il mondo calcistico stava attraversando una fase di rinascita sotto questo punto di vista. In quel Mondiale 66′, però, Alf Ramsey guidò i Tre Leoni ad un trionfo tanto atteso quanto inaspettato. L’eroe, o meglio, il trascinatore fu Geoff Hurst, miglior marcatore nella storia degli Hammers con 252 reti. Era un centravanti di stampo inglese, dotato di grande velocità e senso del gol. E pensate, la prima chiamata con la Nazionale la ottenne proprio nel 1966, anche se togliere il posto a Charlton in attacco era pressoché impossibile.

Nonostante questo, Hurst si fece trovare sempre pronto, decidendo i quarti di finale con l’Argentina. L’Inghilterra giocava con un 4-4-2 rimodulato in un 4-1-3-2, con Nobby Stiles davanti alla difesa, e Charlton che agiva alle spalle di Hurst e Hunt.

LA FINALE

La finale prevedeva la Germania Ovest come avversario, uno di quelli scorbutici e che ti faceva giocare male. La gara si giocò subito su ritmi alti e su un livello di agonismo elevato. Tutte e due le Nazionali sentivano il peso della posta in palio. Per l’Inghilterra la strada cominciò in salita, visto che dopo 12 minuti Haller portò avanti i tedeschi. La risposta dei padroni di casa non si fece attendere e dopo sei minuti di gioco Hurst pareggiò i conti. Il match proseguì sull’equilibrio, ma al 78′ l’Inghilterra si portò in vantaggio con Peters. La gioia di essere così vicini al trionfo venne spezzata dal pareggio dei teutonici con Weber, a due dal 90esimo. Nei tempi supplementari, in compenso, arrivò quell’azione che avrebbe lasciato un segno indelebile nelle storia del calcio.

Hurst intercettò un cross in area di rigore calciato da James Alan Ball, controllò il pallone e lo tirò in porta; la sfera, però, colpì la parte interna della traversa e ricadde sulla linea di porta, per poi ritornare in campo e venir calciata oltre la linea di fondo da un difensore tedesco. L’arbitro, lo svizzero Gottfried Dienst, stava per assegnare il calcio d’angolo, quando improvvisamente fu chiamato dal guardalinee sovietico Tofik Bachramov, il quale lo convinse ad assegnare la rete agli inglesi. Per Beckenbauer e compagnia la decisione di vedersi assegnare contro quel gol che in realtà non lo era mai stato, fu una botta troppo grande per poter reagire.

QUESTIONE DI “SEGNI DEL DESTINO”

Pochi minuti dopo Hurst siglò anche la tripletta che chiuse la partita sul 4-2. La Germania fece fatica ad accettare il verdetto, protestando contro tutti gli organi federali possibili per comprovare l’ingiustizia subita. L’accertamento del gol arrivò 29 anni dopo, nel 1995, quando l’Università di Oxford decise di analizzare il video dell’azione arrivando alla conclusione che il pallone non aveva superato interamente la linea di porta per 7,6 centimetri. La rete, dunque, non doveva essere convalidata. Sliding doors, insomma. Come il destino ha voluto che la mano di Maradona eliminasse l’Inghilterra ai quarti di finale nel 1986, lo stesso successe 20 anni prima con un “gol fantasma” che favorì la squadra di Ramsey per proclamarsi campione. Si chiama divina provvidenza.

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