Il Rosenborg anni ’90, lo spauracchio delle big nei gironi di Champions!

Rosenborg anni 90

Nel corso degli anni ’90, i norvegesi del Rosenborg vissero un autentico periodo d’oro. Oltre alle continue e quasi scontate affermazioni in patria, divennero un outsiders anche a livello intercontinentale. Per molte big, affrontarli nei gironi di Champions si trasformò in un vero e proprio incubo.

GLI ANNI 90, IL PERIODO D’ORO DEL ROSENBORG

C’è stato un periodo, nel calcio europeo, dove le big, al momento dei sorteggi per i gironi di Champions, incrociavano le dita. La maggior parte di loro, infatti, faceva letteralmente gli scongiuri per evitare che il bussolotto tirasse fuori il nome “Rosenborg”. Terza o quarta fascia che fosse, il club norvegese rappresentava un autentico spauracchio. Al di là del buon valore della squadra, che vedremo più avanti, la paura era sostanzialmente causata da due fattori. Il primo stava nel fatto che a settembre, quando in calendario c’era la partita di esordio di Champions League, il campionato norvegese era abbondantemente iniziato.

Questo portava i Troillongan (letteralmente “i bambini del troll“) ad avere una condizione atletica di gran lunga superiore alle avversarie. Specialmente gli italiani, che fino a Ferragosto inoltrato sono ancora intenti a fare gavettoni e a spalmare creme solari, ne erano quasi terrorizzati e ne sa qualcosa il Milan. Il secondo motivo, invece, ci trasportava direttamente alle ultime gare del girone, di solito in programma tra la fine di novembre e i primi di dicembre. Giorni di gelo e neve in Norvegia che, inevitabilmente, si riflettevano sulle condizioni del terreno da gioco.

Su un campo spesso improponibile, al quale il Rosenborg era abituato, le big, nel corso degli anni ’90, finivano per giocarsi il primato nel girone o, addirittura, la qualificazione. Davanti a loro una squadra robusta, fisica, esperta e piuttosto camaleontica. Pur schierati quasi sempre con un 4-3-3 (che si mutava in 4-5-1 saltuariamente), marchio di fabbrica del club, il Rosenborg trasformava il proprio atteggiamento in base alle gare. In trasferta, i norvegesi erano spesso chiusi e compatti, mettendo la gara sul piano fisico e cercando duelli e scontri. Tra le mura amiche, invece, si ingalluzzivano, facendosi assai più garibaldini e pressando, in alcuni frangenti, anche a tutto campo.

NILS ARNE EGGEN, IL CONDOTTIERE DI QUELLA SQUADRA

L’artefice principale del periodo d’oro del Rosenborg, iniziato nel 1988 e prolungatosi per tutti gli anni 90, aveva un nome e un cognome ben preciso: Nils Arne Eggen. Un allenatore rivoluzionario che seppe rivoltare come un calzino la squadra, cambiandone le abitudini in campo e fuori. Un sergente di ferro con un’idea di calcio molto precisa e sviluppata all’inizio degli anni ’70, quando un brutto infortunio ne frenò la carriera di giocatori a soli 30 anni. Eggen si concesse un paio di stagioni di studio, girando l’Europa e trovando il suo Nirvana in Olanda, esattamente dalle parti di Amsterdam. Rimase letteralmente ammaliato dall’Ajax di Rinus Michels, cercando di carpirne i segreti e fondendoli con quelle che erano le sue idee di calcio.

Pur giovanissimo, già nel 1971 sedeva sulla panchina del Rosenborg, per provare a mettere in pratica ciò che aveva immagazzinato. Un amore lungo e a tratti contorto quello con il club di Trondheim, dato che ci furono diversi addii e ritorni, con altre parentesi a spezzettare il rapporto. Il Nils Arne Eggen che, però, tornò sulla panchina dei Troillongan nel 1988 era un allenatore decisamente più maturo, dopo aver collezionato esperienze con la Nazionale Olimpica e con il Moss. Fautore di una preparazione atletica massacrante, iniziò a sottoporre i propri calciatori ad allenamenti stile militare.

Tagliente anche nelle parole, divenne un motivatore schietto e a tratti spietato. Dal punto di vista tattico, si era ormai orientato da tempo sul 4-3-3. Pur più prudente e camaleontico rispetto a Zeman, condivideva diversi principi col boemo. Ad esempio, fu uno dei primi a chiedere a entrambi gli esterni offensivi di attaccare la porta e non la linea di fondo. Un calcio a tratti molto spigliato, fatto di tagli, inserimenti e buon pressing che fece immediatamente breccia nel cuore e nella testa dei calciatori. Iniziò il periodo d’oro.

LA GRANDE CAPACITA’ DI SAPERSI SEMPRE RIADATTARE

La supremazia in terra norvegese del Rosenborg divenne presto una costante. Ben 15 titoli conquistati dal 1988 al 2004, con le sole stagioni 1989 e 1991 concluse con un secondo posto che, per un club del genere, sembrò quasi un fallimento. C’era troppa differenza tecnica con le altre, dal momento che la rosa dei Troillongan era composta, per gran parte, da elementi nel giro della Nazionale. In questi anni, però, la squadra di Trondheim mostrò anche un’enorme abilità nel sapersi sempre riadattare alle dinamiche di mercato. Specialmente nella seconda metà degli anni ’90, dopo la sentenza Bosman, il Rosenborg fu spesso depredato dai club dei campionati esteri. Soprattutto i calciatori che facevano parte della Norvegia riuscivano a strappare facili accordi e partivano verso orizzonti più stimolanti.

Il club, però, riusciva praticamente ogni volta a rimettere apposto i tasselli, facendo incetta dei migliori elementi del campionato locale. Un modo per restare competitivi, indebolendo allo stesso modo anche le dirette avversarie. Molti calciatori divennero dei veri e proprio capi saldi nel 4-3-3 di Eggen. Il portiere Jorn Jamtfall era un punto fermo. Un buon estremo difensore, piuttosto regolare nel suo rendimento ma che in Nazionale era chiuso da Frode Grodas. Quando il numero 1 lasciò la squadra, nel 2001, per accasarsi al Signdal, il Rosenborg non si fece minimamente cogliere alla sprovvista. Fu promosso titolare l’islandese Arni Arason, che già da qualche stagione premeva per prendersi il posto.

In difesa, Eggen era solito schierare un terzino più difensivo a destra e uno più di spinta dall’altro lato. Nel primo caso, ad esempio, seppero esaltarsi Bergdolmo e Stale Stensaas. Entrambi, pezzi pregiati anche della Norvegia, fecero talmente bene da guadagnarsi palcoscenici più importanti quali Ajax e Glasgow Rangers. Più offensivi, dalla parte opposta, erano invece Kvarme (poi passato al Liverpool) e il futuro sostituto Basma. Al centro, imperversava una vera e propria bandiera come Erik Hoftun. Titolarissimo anche in Nazionale, era un libero capace di giocare anche in marcatura o come terzino destro. Al suo fianco, spesso e volentieri, giocava il gigantesco Bragstad, ovviamente temibile anche sui calci piazzati.

A centrocampo, il volto più importante era quello di Bent Skammelsrud, uno dagli ottimi piedi e che poteva disimpegnarsi sia in regia che come mezzala.  Se ne innamorò Carlos Bianchi, che nel 1996 fece di tutto per potarlo alla Roma, senza riuscirvi. Roar Strand, un rude mestierante che divenne bandiera, era invece l’equilibratore della squadra, piazzandosi davanti alla difesa con grande sagacia tattica. Altri centrocampisti come Runar Berg (che passò anche per Venezia), “Mini” Jakobsen o Trond Egil Soltvedt si alternarono nel corso delle varie stagioni, senza abbassare minimamente il rendimento del reparto.

LA GRANDE TRADIZIONE DEI CENTRAVANTI LETALI

Ma fu soprattutto nel settore avanzato che il Rosenborg, nel corso degli anni ’90, seppe trovare sempre le giuste soluzioni. Il 4-3-3 di Eggen riusciva a esaltare il centravanti di turno, che spesso e volentieri chiudeva la stagione con valanghe di gol all’attivo. A seguito della cessione in Turchia, al Bursaspor, di Goran Sorloth, uno che la buttava dentro ma senza “esagerare”, il Rosenborg trovò il primo grande bomber in Harald Martin Brattbakk. Non troppo prestante dal punto di vista fisico, per quelli che erano i canoni del tempo degli attaccanti norvegesi, l’ex Bodo Glimt era bravissimo ad attaccare la profondità. Approfittando dei movimenti degli esterni a entrare dentro al campo, riusciva a partire con tempismo alle spalle della linea difensiva. Solo in campionato, la buttò dentro 97 volte in 100 apparizioni. Negli stessi anni, divenne titolare nella Norvegia.

Nel 1997 il cecchino Brattbakk (che poi tornò nel 2001) fu ceduto al Celtic. Per sostituirlo, i bianconeri di Norvegia acquistarono dal Tromso l’esperto Sigurd Rushfeldt. Già nel giro della Nazionale, aveva caratteristiche completamente diverse rispetto al predecessore. Molto più potente, statico e forte nel gioco aereo, “costrinse” Eggen ad apportare delle modifiche al gioco. I cambiamenti furono recepiti alla perfezione dalla squadra, che iniziò a cercare con insistenza il cross dal fondo. Rushfeld, che di testa aveva pochi rivali, mantenne una media superare al gol a partita. Quando fu acquistato dal Santander, aveva messo a referto qualcosa come 67 gol in 66 partite. Un nuovo grande centravanti fu individuato nel giovane norvegese di colore John Carew, che in futuro comparirà anche nel campionato italiano con la maglia della Roma.

Fortissimo fisicamente, Carew era un attaccante completo. Pur assai strutturato, aveva buona tecnica individuale ed era molto veloce. Questo permise a Eggen di ripristinare alcuni dei movimenti del passato, variando maggiormente il gioco. Il centravanti, però, era talmente bravo da attirare in pochi mesi le attenzioni delle squadre europee. Dopo 18 gol in 18 partite, fu inevitabile cederlo, con il costoso trasferimento al Valencia che privò il Rosenborg nuovamente del proprio bomber. Il suo posto venne preso da Frode Johnsen, che arrivò dall’Odd e, pur essendo il meno dotato di tutti gli attaccanti citati, riuscì a dare un importante contributo grazie ai suoi 80 gol in 5 stagioni, prima di andare a giocare in Giappone!

IL ROSENBORG SPAURACCHIO D’EUROPA NEGLI ANNI 90

Le ovvie e ormai scontate vittorie di quegli anni in campionato, hanno permesso al Rosenborg di partecipare con frequenza alla Coppa dei Campioni. Se le prime apparizioni dei norvegesi nella coppa dalle grandi orecchie furono per lo più comparse, successivamente il club trovò una propria dimensione europea. Il Rosenborg, infatti, dalla metà degli anni ’90 divenne una sorta di incubo per molte squadre. Nella stagione 95-96 la squadra raggiunse finalmente la fase a gironi. Pur venendo eliminata in un gruppo che pareva tutto sommato abbordabile, la squadra di mister Eggen fu fatale al Blackburn di Alan Shearer. Gli inglesi, infatti, che arrivarono clamorosamente ultimi, non raggiunsero il turno successivo per 3 punti. Quelli persi in terra norvegese con la sorprendente sconfitta per 2-1. Ma fu nella Champions seguente che il Rosenborg fece storia.

Sulla carta, la squadra norvegese era inserita in un gruppo micidiale col Milan, il Porto e i “cugini” svedesi del Goteborg. Giunti all’ultima giornata, i campioni di Norvegia erano ospiti dei rossoneri, da qualche tempo allenati nuovamente da Arrigo Sacchi. Il Milan, pur ancora secondo per un punto, era stato spinto sull’orlo del precipizio dalle reti del bomber del Porto, Jardel. Per poter ambire al passaggio del turno, gli uomini di Sacchi non dovevano perdere tra le mura amiche. Brattbakk, a sorpresa, portò in vantaggio i Troillongan. Il pari di Dugarry sembrò ripristinare l’ovvietà delle cose ma a 20 dal termine un’inzuccata di Heggem punì la disattenta difesa rossonera. Il cammino dei norvegesi fu poi bloccata da un’altra italiana, la Juventus. Dopo il bel pari di Trondheim, il Rosenborg perse (pur senza sfigurare) per 2-0 a Torino.

LE ALTRE GRANDI IMPRESE E IL FISIOLOGICO CALO

Non fu l’unica grande performance della squadra. L’anno seguente il Rosenborg collezionò la bellezza di 11 punti in un girone di ferro con il Real Madrid, il Porto e l’Olympiakos. Il piazzamento come seconda arrivò anche grazie al pazzesco successo interno contro le Merengues con un indimenticabile 2-0. Solo un contorto regolamento, che vedeva il passaggio ai quarti di soltanto 2 delle seconde di tutti i gironi, estromise i norvegesi di un punto. Nella Coppa Campioni 99-2000 giunse un’altra eliminazione piuttosto clamorosa. Nel girone della Juventus, infatti, ben 3 squadre, tra cui il Rosenborg, giunsero a 8 punti. Solo la differenza reti condannò gli uomini di Eggen rispetto ai bianconeri e al Galatasaray.

Nell’edizione seguente, il Rosenborg si rese protagonista di un’altra grande impresa, vincendo il proprio girone per la prima volta. Gli 11 punti servirono per sopravanzare in classifica il Borussia Dortmund, il Feyenoord e il Boavista. Nella seconda fase a gironi, novità di quell’anno, i norvegesi non seppero ripetere il miracolo. Nel girone della morte, con Real e Bayern, giunsero ultimi con un solo punto, peraltro ottenuto all’esordio con i bavaresi con un eroico 1-1. L’avvento del nuovo millennio coincise con il progressivo e fisiologico calo del rendimento europeo del Rosenborg. Lo strapotere economico delle grandi del continente allargarono sempre più la forbice. Favole come quella dei norvegesi divennero quasi un’utopia.

Il club di Trondheim partecipò a diverse edizioni della Champions, talvolta “retrocedendo” in Coppa Uefa ma senza mai ripetere i fasti del passato. Nel 2003 incrociò l’Inter, riuscendo anche a strappare un 2-2 interno che non impedì però l’ultimo posto nel girone. Il 2005, poi, fu l’anno della svolta in negativo. Con un gruppo ormai a fine ciclo e una situazione economica non più tale da poter sorreggere gli sforzi di un tempo, i Troillongan arrivarono addirittura 7° in campionato. Pur riuscendo talvolta, negli anni successivi, a vincere alcuni titoli, lo strapotere del club si è via via spento. Tra il 2015 e il 2018, la squadra ha saputo collezionare ben 4 scudetti di fila, salvo poi tornare a recitare il ruolo di semplice antagonista. Successi sporadici ma ben lontani da quegli irripetibili anni ’90, quando il Rosenborg era davvero una brutta gatta da pelare per chiunque!

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