116 anni di Boca Juniors, la squadra che ha vissuto tra mito e leggenda!

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116 ANNI DI BOCA JUNIORS, LA SQUADRA PIU’ ROMANTICA DEL CALCIO ARGENTINO

Sono passati ben 116 anni da quella volta che un gruppo di adolescenti italo-argentini di origini genovesi ha avuto l’idea di fondare il Boca Juniors. Oggi, per omaggiare il “compleanno” di una delle squadre più romantiche di tutto il calcio sudamericano, andremo a ripercorrere passo dopo passo la fioritura di questo magnifico club, tra litigi, idee contrastanti e qualche polemica di troppo. Il 3 Aprile 1905 Esteban Baglietto, Alfredo Scarpatti, Santiago Pedro Sana e i fratelli Juan e Teodoro Farenga, si riunirono a Plaza Solis (Buenos Aires) per fondare una squadra di calcio. Erano tutti ragazzotti giovani ma con una passione sfrenata per il calcio e, infatti, tutto partì da lì: da una partita. Tra sgambetti, falli, e ginocchi sbucciati, tutti quanti ebbero la brillante idea di fondare una squadra di fùtbol tutta per loro. Incominciarono a stilare una serie di idee, ognuna diversa dall’altra ma con un obiettivo ben preciso: non doveva essere un club qualunque.

LA GRANDE IDEA DI BRICHETTO

Il perchè? Semplice, la squadra dovrà essere la “regina” di tutto il Sud America. Così, dopo essersi messi le mani addosso per chi dovesse decidere il nome, si arrivò ad una conclusione condivisa da tutti. Boca, come El Barrio (il quartiere), e Juniors, termine coniato in onore di un marinaio inglese che aveva regalato ai giovanotti il primo pallone. Insomma, oltre a rimarcare una parte di città, la squadra doveva avere un’impronta britannica; da qui la scelta ‘Juniors’. Boca Juniors, si suona bene. Non solo per loro, ma anche per tutto il paese. Dopo aver deciso il nome arrivò la parte forse più difficile, scegliere i colori. Ci fu grande discussione tra quei ragazzini del quartiere, che non riuscirono proprio a mettersi d’accordo. Ma, tra un bisticcio e l’altro intervenne Giovanni Brichetto, figlio di genovesi emigrati, che ebbe un’intuizione tale da mettere a tacere tutti i suoi amici. “Andiamo al molo e vediamo la prima nave che arriva: la bandiera rappresenterà i nostri colori, vabene?“.

Neanche il tempo di rispondere e lo sguardo dei giovani si proiettò verso l’ingresso del porto dove entravano le imbarcazioni. Erano delle statue con lo sguardo fisso verso quel maledetto ingresso; nell’aria c’era adrenalina, forse mai vista. Ecco, dopo pochi minuti di attesa una nave imponente proveniente dalla Scandinavia si avvicinò al porto di Baires. A poppa, con un tremendo vento, sventagliava una bandiera, quella svedese. E’ deciso: giallo e blu saranno i colori ufficiali. Da quel momento, da quello sguardo appassito e poi travolgente di entusiasmo di quei giovani, nascerà un vero e proprio “romanticismo sudamericano”. Una terra in cui passeranno leggende con il calcio nel sangue. Lì, da quel maledetto litigio e dai ginocchi sbucciati per i contrasti sul cemento armato, nascerà il fùtbol: e allora, “Dale Boca“.

QUEL SOPRANNOME “GENOVESE” E LA MITICA BOMBONERA

Nata la squadra e scelti i colori, bisognava individuare un soprannome. Serviva un qualcosa che rimarcasse con una parola quei giovani fautori del Boca Juniors. Xeneize fu il termine prediletto; specificatamente significa “genovese”, non a caso deriva dal fatto che il Barrio de La Boca, verso fine ‘800, ebbe una forte immigrazione di genovesi, i quali importarono il loro modo di parlare. La parola Xeneize deriva infatti da Zeneize, il modo in cui i genovesi chiamano gli abitanti di Genova (Zena in dialetto). L’iniziale si è trasformata poi in “X” quando la parola ha subito un processo di castellanizzazione nel miscuglio di genovese, italiano e castellano, parlato nel quartiere di Buenos Aires.

Ma la storia del Boca Juniors non è legata solo alle proprie radici, ma anche ad una tifoseria che ogni volta non lascia un seggiolino vuoto quando gioca in casa, a La Bombonera. Un monumento divenuto mondiale e che vede tra i suoi ideatori l’ingegnere Josè Luis Delpini, figlio di emigrati italiani della prima ondata in Argentina. Nonostante fosse lui la forma mentis della struttura, non fu quello che coniò il termine Bombonera. Il responsabile del progetto, tale Viktor Sulcic (sloveno), si accorse della somiglianza della semicupola dello stadio con una scatola di cioccolatini (chiamati bombon) ricevuta in regalo da un’amica durante i lavori di costruzione. Da lì, unendo anche il quartiere La Boca, lo stadio prese il nome de La Bombonera.

L’ORIGINE DEL TERMINE “DOCE” E I VARI CAMPIONI PASSATI PER IL BOCA JUNIORS

All’interno non poteva che nascere la più calda tifoseria del mondo, la Doce. “La Bombonera no tiembla. Late!” (La Bombonera non trema. Batte!), il coro che i tifosi gialloblu cantano ogniqualvolta il Boca giochi in casa. Ecco, ma la cosa più incredibile è quanto tutto questo sia nato dalla fusione di due corpi: la squadra e i tifosi. Un amore talmente passionale che ha reso la tifoseria boquense la più romantica di tutte. Dovete sapere che in Sudamerica, specialmente nel calcio, niente nasce per caso. Tutto ha un significato, un valore.  Per esempio, il termine Doce nacque nel febbraio 1925 quando il Boca Juniors affrontò la prima tournèe lontana dal proprio paese. Nel viaggio verso la Spagna, insieme ai giocatori, allo staff e ai dirigenti, viaggiava anche Victoriano Caffarena, soprannominato “El Toto”, un tifoso xeneixe ribattezzato come “jugador numero doce” (giocatore numero dodici). Una volta rientrato in patria, Caffarena estese quel suo appellativo a tutta Buenos Aires; da lì la nascita della Doce.

Di giocatori, anzi campioni, passati tra le fila del Boca ce ne sono parecchi. Da chi partiamo? Sicuramente da Francisco Varallo, primo grande bomber degli Xeneizes che riuscì a realizzare 181 gol in 210 partite. Da citare assolutamente Roberto Mouzo, 395 presenze in 15 anni di militanza tra il 1971 e il 1984. Lo stesso vale per il formidabile portiere indio, Hugo “El Loco” Gatti, in gialloblu dal 1976 al 1989. Giocatore che venne odiato dalla tifoseria al suo arrivo per via dei suoi trascorsi in maglia River ma che nel giro di pochissimo divenne l’idolo della Doce per via del suo carattere gagliardo, energico e sporadico.

LE ALTRE STELLE DEL BOCA JUNIORS

O ancora, lo storico capitano degli anni ’60 Silvio Marzolini, Antonio “El Rata” Rattin fino a un altro bomber, Roberto Cherro, capace di segnare 223 reti a cavallo tra gli anni ’20 e ’30. Come non può non mancare nella lista Pedro Calomino, il centravanti a cui gli argentini attribuiscono l’invenzione della rovesciata. Ma anche Carlos Tevez, uno che quando sente la parola “Boca e Juniors” è come se stesse a casa.

Non è finita qui. Le meravigliose gesta di Juan Roman Riquelme, l’estro e il killer instinct di Martin Palermo, il “muro” Walter Samuel e il talento dei gemelli Gustavo e Guillermo Schelotto. Da citare anche allenatori come Carlos Bianchi, colui che alla Roma fece solo disastri ma che alla guida degli azul y oro riuscì a vincere due Coppe Intercontinentali confezionando il periodo più vincente di storia del Boca Juniors. C’è chi lasciò il segno pur giocando poco come Gabriel Omar Batistuta, attaccante dotato di una forza disarmante che dopo un solo anno spiccò il volo in Italia per poi esplodere del tutto. Prima di lui Miguel Brindisi, centrocampista favoloso che dipingeva calcio.

E POI QUEL GIOVANE DIEGO ARMANDO MARADONA

Infine lui, il più grande, più intelligente e geniale che il mondo del calcio abbia visto: Diego Armando Maradona. Una sola stagione con la maglia Xeneize (1981-1982) contrassegnata da 28 gol in 40 partite. Età? 21 anni, ma tranquilli era già forte. Piccola curiosità, la prima partita che giocò fu un’amichevole contro i suoi ex compagni dell’Argentinos. Il primo tempo il Pibe lo giocò con i vecchi compagni, il secondo con i nuovi. Terminò alla fine 3-2 per l’Argentinos Juniors.

Un legame che Diego creò subito con la Doce e che perfezionò quando vinse praticamente da solo il mondiale del 1986. E poi quell’addio a 37 anni sempre in quella Bombonera e con gli stessi tifosi; quelli che gli riservarono un’autentica coreografia con la scritta “El mejor del siglo”, il migliore del secolo. Perchè sì, a contribuire per l’evoluzione del club gialloblu è servito il più grande giocatore della storia. Per questo motivo parliamo di mito e leggenda. Tanti auguri Boca!

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