La nascita del mercato di riparazione tra polemiche, sogni e sviste!

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IL MERCATO DI RIPARAZIONE

Le prime piogge, il primo freddo, il sole che tramonta prima. In una parola: l’autunno Una stagione da sempre ricca di calcio, Serie A e Coppe europee. Gli album dei Calciatori della Flash che venivano distribuiti fuori dal cancello delle scuole con le prime bustine, tutto gratis. Come non poteva mancare 90′ minuto per i gol in tv in bianco e nero; l’immancabile ed eterno Guerin Sportivo, una sorta di vangelo calcistico. Nell’ottobre del 1960 nacque il mercato di riparazione, con la riapertura temporanea delle liste. Così veniva romanticamente chiamato, con le squadre che si aggiustavano sia in entrata che in uscita. Tutto questo a partire dalla seconda metà di ottobre, massimo i primi di novembre. Un paio di settimane di trattative per consentire alle squadre di dare una sistemazione alle proprie rose con ritocchi qua e là.

Era l’ultima campagna di trasferimenti concessa, dopo la grande bagarre dell’estate. Il mercato di riparazione è stato così per una trentina d’anni. Dopo è diventato un’altra cosa, fino ad arrivare alla formula odierna, la versione invernale. La nascita del mercato del restauro fu una svolta epocale che andò al passo con i tempi, e venne introdotto a stagione già iniziata senza limiti, al punto da rendere tutti i tesserati potenzialmente trasferibili anche nella stessa serie. Che la novità avrebbe potuto scatenare accese polemiche, non c’era dubbio. E, infatti, il caso scoppiò. Bruno Mora, giovane ala destra di grande qualità, passò dalla Sampdoria alla Juventus, nonostante avesse già disputato alcune partite di campionato con i blucerchiati. Umberto Agnelli, allora presidente della Juve e capo FIGC, non aiutò di certo a facilitare le cose.

A tutti era chiaro come sarebbe servito un rimedio. Che, di fatto, arrivò presto: il cambio maglia nella stessa categoria sarebbe stato consentito solo a chi non avesse disputato partite nello stesso campionato, neanche un minuto e neppure se fosse comparso per errore nella lista gara o avesse portato il pallone per giocare. Un limite che però funse da jolly per l’allenatore timoroso di vedere partire il suo pupillo. Capitò ad Armando Picchi, neo tecnico della Juventus, che evitò la cessione autunnale del giovane Franco Causio. Alla quarta giornata (25 ottobre 1970), prima della riapertura delle liste, gli fece fare uno spezzone di partita contro il Milan in modo da scampare il pericolo. Questo limite resse fino al 1992, quando si perfezionò lo scambio Desideri-Manicone sull’asse Udine-Milano, sponda nerazzurra.

L’ESEMPIO DI PAOLO ROSSI

Il mercato d’autunno è stato magia, fantasia, sogno, creatività. L’ultimo giro di giostra per cambi e scambi a stagione in corso. Campioni o presunti tali; giovani promesse mandate a sbocciare altrove e vecchi leoni alla ricerca dell’ultima gioia personale. Acquisti last minute per fare da tampone ai lungodegenti o ritorni clamorosi. Un esempio è Paolo Rossi, che la Juve coltivò nel suo vivaio salvo poi mandarlo in prestito al Como, neo promosso in Serie A (1975-76). In quel momento pablito doveva farsi le ossa, frase che calzava a pennello per lui viste le ginocchia cigolanti che si ritrovava. Peccato che la stagione con il Como si rivelò di scarsissima utilità per l’attaccante, che dovette fare i conti con un altro Rossi (Renzo). Paolo mise a referto appena 6 presenze e nessun gol. Risultato: Como in B e amaro ritorno alla Juve.

Tutt’altra storia, invece, quella di Francesco Romano. Il suo arrivo a Napoli a stagione iniziata (ottobre 1986), rappresentò il tassello mancante di una squadra che vantava un certo Diego Armando Maradona. Nonostante il carisma del Pibe, mancava la regia illuminata del ricciolino campano a rendere perfetta quell’opera d’arte di Ottavio Bianchi. Chi fece una “mission impossible”, invece, fu il romano Giampaolo Menichelli, ex ala sinistra della Juventus di Heriberto Herrera poi declassato al Brescia nel 1968. Il Cagliari scudettato nel novembre 1970 gli offrì un ritorno al futuro, dandogli la maglia numero 11 di Gigi Riva. Il problema era che Rombo di Tuono si era fatto male durante una partita con la Nazionale e sarebbe dovuto stare fuori per diverso tempo. Il 32enne Menichelli provò a sostituire Riva, ma la prova risultò impossibile. 13 partite e zero gol per lui alla fine del campionato.

ALTRE STORIE

Ci sono anche storie di quelli che a ottobre fecero il percorso inverso rispetto al tragitto dell’estate precedente. I classici misteri buffi del pallone. Sergio Pellizzaro Domenicacci, classe 1945, era un attaccante di buone qualità che nell’estate 1970 venne acquistato dall’Inter, che batté la concorrenza del Milan. L’esperienza durò pochissimo, con quattro partite disputate e un triste ritorno al Palermo in B nell’ottobre dello stesso anno. Totalmente opposta fu la vicenda di Franco Cerilli, erede di Mario Corso all’Inter. L’esperienza non andò secondo i piani. Nel ’76 discese in B con il Lanerossi Vicenza che ritornò in A grazie ai gol di Paolo Rossi e alle giocate del biondo di Chioggia, per un riscatto totale. Nel complesso, si può dire che il mercato di riparazione è stata un’altra genialata del mondo del calcio.

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