La fallimentare esperienza italiana di Dragan Stojkovic al Verona

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DRAGAN STOJKOVIC E IL VERONA: UN BINOMIO DA FALLIMENTO

Dragan Stojkovic è stato senza dubbio uno dei più grandi talenti degli anni ‘8o in Europa. Centrocampista puro con spiccate doti da trequartista, poteva vantare di un bagaglio tecnico davvero notevole. Era quel classico giocatore “elegante” e bello da vedere, uno di quelli che dava del “tu” al pallone, toccandolo e pettinandolo con immensa classe e genialità in ogni partita. Non è un caso che il soprannome affibbiatogli fu “Maradona dell’Est”. Colonna portante della Stella Rossa per quattro stagioni, concluse tutte in doppia cifra, Stojkovic vinse ma meno di quanto meritasse. Dopo la vincita di due campionati jugoslavi e della coppa nazionale, la Coppa Campioni diventò una mera ossessione. Un anno fuori con il Real, un altro fuori per la famosa nebbia di Belgrado.

Nell’estate del 1990, dopo un ottimo mondiale in cui la Jugoslavia si arrese all’Argentina ai quarti di finale e solo dopo i calci di rigore, Stojkovic passò al Marsiglia. Squadra che in quell’epoca era indubbiamente la più forte in Francia. Il talento slavo vinse lo scudetto seppur da non protagonista, visto che quell’infortunio grave patito al ginocchio non lo fece più riprendere. Fu un punto critico nella carriera di Dragan, perchè da lì iniziò un calvario molto lungo che non lo porterà più ai livelli di prima, in termini di prestazioni. Il Marsiglia iniziò ad avere i primi dubbi sul recupero del giocatore; la dirigenza, conscia del fatto che quell’infortunio era veramente grave, decise così di sacrificarlo.

Non troppo lontano dal paese transalpino, in Italia, più precisamente a Verona, un giovanissimo presidente di nome Alberto Mazzi stava assistendo al ritorno del Verona in Serie A dopo un anno di purgatorio in B. Tutta la famiglia Mazzi, sia padre che figli, si era innamorata follemente di quel numero 10. Con il ritorno nella massima serie per la stagione 91-92, la dirigenza promise grandi colpi sul mercato in modo tale da aprire un nuovo ciclo. 8,5 miliardi di lire e Stojkovic divenne rossoblu. In panchina c’era Eugenio Fascetti, in attacco arrivò il goleador Raducioiu (Il “Pippo Inzaghi” rumeno) dal Bari, mentre a centrocampo si puntò ancora su Robert Prytz, un regista ordinato.

IL RIFIUTO DI FASCETTI PER BATISTUTA

Stojkovic rappresentava quella classica ciliegina sulla torta in grado di far impazzire un’intera piazza. Pochi sono stati i giocatori di quel calibro a passare per Verona. Nonostante il ginocchio non desse segnali di risveglio positivo, Mazzi rimase entusiasta. Fascetti rifiuterà poi l’acquisto di Gabriel Omar Batistuta, chiedendo Radocioiu, che andò ad occupare l’ultimo slot degli stranieri in rosa. Il Re Leone andrà in quel di Firenze dove esploderà e si consacrerà come uno degli attaccanti più forti d’Europa. Il giorno della presentazione al Bentegodi, la gente accorse in massa per ammirare tutto il talento del nuovo campione. Con una camicia a righe bianche e blu indossata nella presentazione e dei sandali, Dragan Stojkovic si mise a palleggiare, deliziando il popolo scaligero come un giocoliere. Poi indossò la maglia gialla numero 10 e quella da trasferta, promettendo gol e spettacolo ai tifosi.

Insomma, le aspettative non potevano che essere altissime. Ebbene sì, lo slavo di rivelò un flop totale. Un fiasco. Il suo grande limite fu il carattere, quasi sempre irrisorio e irriverente. Pronti e via, amichevole d’agosto in Francia con la Reggiana e subito espulsione espulsione per proteste con annessa squalifica di 6 turni in Serie A (scontati successivamente a 4). Motivo? Aver strattonato l’arbitro pronunciando parole poco cordiali. Alla prima giornata il Verona perse in casa 1-0 contro la Roma, lasciando comunque una buona impressione. Tutti, però, non vedevano l’ora di ammirare la classe di Stojkovic. Lo slavo fece il suo debutto in Coppa Italia nel ritorno del primo turno contro il Lecce; Dragan mostrò tutto il suo repertorio, aiutando la squadra a vincere 5-0. Partecipò anche alla festa del gol segnando la rete del 4-0. In campionato la gestione Fascetti arrancava.

Dopo la Roma, arrivarono altre due sconfitte contro Sampdoria e Inter. I primi punti arrivarono alla quarta partita, quando un Verona trascinato da Prytz batté il Bari al Bentegodi 2-0. A fine partita, i giornalisti chiesero a Fascetti cosa avrebbe cambiato la domenica successiva, in vista dell’esordio di Stojkovic: “Intanto, vediamo se giocherà”, rispose il tecnico.

UN FLOP TOTALE

Il debutto in campionato per Dragan arrivò il 29 settembre 1991 a Napoli. La prestazione dello slavo fu praticamente nulla, complice una condizione fisica deleteria. Il Verona alla fine abdicò per 3-1. Tutta la classe del centrocampista si intravide nella sfida contro il Cagliari, anch’essa in difficoltà. Stojkovic prese in mano la squadra da vero leader, con giocate sopraffine e dettando i ritmi della manovra. Faceva da collante tra centrocampo e attacco, non dando punti di riferimento. Nel primo tempo andò vicinissimo al gol, mentre nel secondo fissò il 2-0 su calcio di punizione con un tiro forte e basso sul primo palo che trovò la deviazione del difensore sardo Mobili. Il pubblico veronese sapeva di avere un fenomeno dei Balcani in rosa, ma nessuno poteva immaginarsi la fine.

Nella stragrande maggioranza delle partite, Stojkovic apparì lento, contratto e altalenante. Bisognerà aspettare il 9 febbraio 1992 per rivedere lo stesso calciatore che aveva incantato l’Europa degli anni ’80 e il mondo a Italia ’90 con la Jugoslavia. Quel giorno si giocò Verona-Inter al Bentegodi; i nerazzurri erano appena passati da Orrico a Suarez, e la svolta non arrivò mai. Il numero 10 seminò il panico, rendendosi protagonista in tutte le azioni del Verona. Ogni volta che toccava palla succedeva qualcosa. Tra lanci millimetrici, giocate sopraffine e aperture di prima intenzione “alla Totti”, Dragan sbagliò un calcio di rigore, tirato alle stelle ma pur sempre sotto gli applausi e i cori degli ultras scaligeri. L’errore non andò ad influire sul risultato, visto che i padroni di casa vinsero di misura grazie alla rete di Ezio Rossi.

Neanche l’arrivo in corsa della coppia Liedhom-Corso riuscì ad invertire la rotta nella stagione del club veneto. Nel cataclisma generale, Stojkovic diventò un grosso problema, visto che i continui acciacchi lo faranno uscire quasi sempre anzitempo dal campo per via degli stiramenti. L’8 marzo fu l’ultima spiaggia del Verona per mantenere la categoria: contro una Cremonese già ampiamente retrocessa, i veronesi pareggiarono 2-2, condannandosi in cadetteria.

L’ADDIO DI DRAGAN STOJKOVIC DA VERONA A FINE STAGIONE

Il 24 maggio sarà l’ultima partita di Stojkovic con la maglia del Verona. Un 3-3 contro la Juventus in cui il talento slavo mostrò tutte le sue doti. Con un muscolo della coscia più corto di 4 centimetri rispetto all’altro, a fine stagione la società lo rispedì al Marsiglia, con il quale vincerà l’agognata Champions League. Tra lo stupore generale di inizio anno, Dragan aveva deluso enormemente, ma l’attenuante degli infortuni non poteva bastare a giustificarlo. Alla fine, 19 presenze di più bassi che alti, condite da un unico gol segnato ad Ascoli.

A 28 anni era ormai finito. Aveva dato tutto nella decade degli Ottanta. Chissà cosa avrà pensato il presidente Alberto Mazzi se avesse scelto Batigol e non il “Maradona dell’Est” in quella calda estate ’91. Stojkovic ha incontrato quel fatidico destino che grandissimi campioni della storia del calcio hanno affrontato: quello degli infortuni. Un coefficiente non da meno nella vita di un calciatore. Purtroppo, in tutta la sua genialità e classe, non ha saputo essere più forte del dolore. A Verona, però, rimarrà per sempre un idolo nonostante il disastro professionale.

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