Da Bearzot a Lippi, fumo per la vittoria: la sigaretta a bordocampo

sigaretta bordocampo

LA SIGARETTA A BORDOCAMPO, UNA MODA STORICA

Lasciando stare il lato moralista nel dire “il fumo fa male”, la storia del calcio è piena di protagonisti che hanno fumato nel corso della propria carriera, molte delle volte facendo rimanere indenne il loro contributo. Giocatori, allenatori, e ancora, allenatori, giocatori. Fino alla stagione 2004-2005 in Italia era consentito fumare per gli allenatori nell’esercizio in pubblico della propria funzione. Da quel momento, però, le cose cambiarono; venne presa una saggia decisione, anche per salvaguardare i panchinari, costretti passivamente a respirare il fumo. Anche i giocatori stessi, in compenso, non persero il vizio di qualche sigaretta. Alfredo Di Stefano fu l’esempio catartico delle Lucky Strike degli anni ’50: giocatore semplicemente spaziale in campo, ma che molte volte si lasciava andare a delle bravate di troppo. E il consumo di sigarette era una di queste.

In un manifesto dove lo raffigurava in palleggio di tacco con la maglia del River Plate, la Saeta Rubia aveva uno slogan: Di Stefano juega mas ganas….porque fuma Caravanas. Ma comunque, che Di Stefano fumasse lo sapevano tutti. Tra l’altro, circola ancora oggi una sua foto risalente ai tempi del Real Madrid in cui, in uno stadio gremito, si sta gustando una sigaretta seduto a bordocampo su uno sgabello di legno di fronte alla panchina. A proposito di immagini, c’è anche quella di Johan Cruijff chiuso nello spogliatoio, la sigaretta in bocca, i capelli ancora bagnati dal sudore, l’arancione dell’Olanda con la fascia da capitano e questa nuvola bianca che lo avvolge completamente. Molto più impattante, invece, il momento in cui Mauro Beluggi strinse tra le labbra una Marlboro a bordocampo durante un Bologna-Torino dell’ottobre 1976.

Ma la lista dei fumatori accaniti non è finita qui. Angelo Domenghini, fortissima ala destra dell’Inter, era uno dalla combo caffè-sigaretta. Per non parlare di Paolino Pulici e del suo incredibile rituale della stagione 1975-76, che sancì lo scudetto granata. “Seconda giornata, contro il Perugia al Comunale. Entriamo in campo, io come al solito chiudo la fila. Usciamo dal tunnel e vedo il capo ultrà, dietro le inferriate, che si accende una ‘nazionale’. Io, che fumavo un pacchetto al giorno, vado lì, gli prendo una sigaretta, faccio tre tiri e poi gliela ridò”. Torino-Perugia, 3-0 con tripletta di Pulici. “Da quella volta, prima delle partite casalinghe, ripetevo lo stesso rito e spesso mi liberavo del fumo quando eravamo schierati tutti in fila a centrocampo, prima dell’inizio.”

DA HUBNER A PESAOLA

Il Tatanka Dario Hubner non ha mai nascosto il suo vizio del pacchetto di Marlboro al giorno che si fumava. “Ho iniziato a 13 anni per colpa di mia sorella maggiore Laura. Mi piace. Ho sempre fatto una vita normale, immerso nella natura. Prima della partita facevo qualche tiro. E anche all’intervallo, senza disturbare gli altri. Nel bagno o in uno stanzino. E, comunque non ero il solo. C’era poi chi veniva in ritiro il sabato con un pacchetto intero e la domenica prima della partita lo aveva finito”. Chi doveva fumare con giudizio era Massimo Bonini, i “polmoni” di Michel Platini. “L’essenziale è che non fumi Bonini, visto che è lui che deve correre“, disse l’avvocato Agnelli. Passando agli allenatori, per loro la sigaretta diventava una sorta di smartphone.

Tra tutti i tecnici fumatori, Bruno Pesaola è stato uno dei più incalliti. Il mucchio di cicche sotto la panchina, almeno 40, rappresentava il suo status. Soprannominato Petisso, fu una buona ala destra salvo poi diventare un eccellente allenatore, con tanto di scudetto alla Fiorentina nel 1968-69. Leggendari i suoi scambi di vedute con i giornalisti. Con la mano faceva cenno alla squadra di avanzare, in modo che dalla tribuna-stampa vedessero il gesto, ma con la voce ordinava ai suoi di rimanere dietro. Tra i mister col vizietto delle sigarette non può mancare Cestmir Vycpalek, lo zio di Zdenek Zeman, storico allenatore della Juventus anni ’70. Uomo dalle decine di pacchetti alla settimana. Arriviamo così al simbolo più recente del fumare a bordocampo, Marcello Lippi, anche se lui preferiva il sigaro.

Citazione di merito anche per Maurizio Sarri che lo vediamo ancora oggi col filtro tra i denti, una simbiosi perfetta con la sigaretta. Nel suo periodo al Chelsea, gli inglesi hanno fatto per lui i conti: 80 sigarette al giorno che, moltiplicate per un anno, fanno 29.000, che tradotte in euro per tutti gli anni di consumo fanno 400.000.

IL PATRIARCA BEARZOT

Oltre a sigarette e sigaro, c’è anche la pipa. In Italia divenuta una reliquia grazie a Enzo Bearzot. Il Vecio, come lo ribattezzò il suo amico Giovanni Arpino. Friulano doc, il naso fratturato durante la sua vita da mediano, con il granata del Torino sul cuore. Il duello con Ferenc Puskas nell’unica partita giocata in Nazionale nel 1955. Poi il passaggio in panchina e l’ingresso in Federazione nel 1969, prima con l’Under 23 e poi con la Nazionale maggiore. Nel 1978 la sua pipa bruciò del buon tabacco in Argentina: con un Roberto Bettega al top e uno straripante Franco Causio, gli azzurri arrivarono quarti. Due anni dopo la delusione europea, complice lo scandalo del Totonero, l’ingiusta squalifica di Rossi e la scarsa vena di alcuni big. Nel 1982, invece, campioni del mondo per la terza volta nella storia.

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