Ciao, la discussa mascotte di Italia ’90 nata grazie ad un semaforo

CIAO, LA MASCOTTE DI ITALIA ’90

Notti magiche, inseguendo un gol, sotto il cielo di un’estate italiana“. Quattro mesi fa tutta Italia cantava a squarciagola questa canzone di Gianni Nannini ed Edoardo Bennato, il famoso inno di Italia ’90, per celebrare il titolo di Euro 2020. Fu un mondiale mancato, sia a livello sportivo che non. La possibilità di sfruttare un evento di quelle dimensioni organizzato in casa svanì del tutto, nonostante gli azzurri disputarono tutte e sette le partite, anche se la settima non fu la finalissima, bensì la finalina per il terzo e quarto posto. Italia ’90, per la Nazionale, è stato un pezzo di storia non coronato del tutto, ma che in compenso ha visto un’Italia stupenda, forse la più bella di sempre. E’ stata una Coppa del Mondo che ha portato ad un riammodernamento degli stadi, come il terzo anello di San Siro.

Fu l’ultima partecipazione dell’Unione Sovietica, poi frastagliata, della Germania Ovest, della Cecoslovacchia e della Jugoslavia. Ma è stato anche il primo Mondiale degli Emirati Arabi, del Costa Rica di Bora Milutinovic e pure dell’Irlanda di Jack Charlton. Poteva anche essere il Mondiale dei fenomeni, da Baggio a Maradona fino agli olandesi Gullit e Van Basten campioni d’Europa in carica. O anche di altre stelle annunciate come Gascoigne, Valderrama e Stoijkovic. I colpi di un superlativo Totò Schillaci (6 gol) bastarono solo per farci vivere un sogno ad occhi aperti, frantumato poi dalle parate del para-rigori Goycochea, che neutralizzò i penalty di Donadoni e Serena. Il simbolo, però, di Italia ’90 è stato Ciao, la mascotte, un calciatore tridimensionale chiamato così dopo un referendum nazionale creato proprio per sceglierne il nome.

Ma perchè la creazione di una mascotte? 6 anni prima (19 maggio 1984), la FIFA diede l’incarico all’Italia di incominciare ad organizzare il Mondiale, il secondo ospitato nel paese dello Stivale. All’inizio del 1986 il COL (Comitato Organizzativo Locale), presidenziato da Luca Cordero di Montezemolo, decise di far costruire la mascotte della competizione. Secondo il regolamento dell’epoca, l’oggetto portafortuna non poteva ricordare personaggi famosi e neanche architetture locali. Doveva rappresentare una caratteristica tipica del paese ospitante, l’Italia in questo caso, qualcosa che simboleggiasse la nazione.

L’IDEATORE DELLA FIGURA

Insomma, ci voleva creatività e fantasia. 50.000 furono le proposte, alcune molto significative, altre che non c’entravano nulla. Una in particolare colpì la giuria composta dai designer Sergio Pininfarina e Marco Zanuso, dal ministro del turismo e spettacolo Franco Carraro, dal disegnatore Armando Testa e dal critico d’arte Federico Zeri. Le mascotte precedenti erano pupazzetti di animali, bambini o oggetti simpatici. Andando in ordine temporale, la prima mascotte della storia dei mondiali fu il leoncino Willy (1966). La seconda fu Juanito, ragazzino messicano con il sombrero (1970). Tip e Tap furono le due mascotte del mondiale tedesco del ’74. Gauchito, un bambino, rappresentò quella di Argentina ’78. Naranjito fu la mitica arancia simbolo del mondiale spagnolo vinto dall’Italia nel 1982. Infine Pique (un peperoncino) fu la mascotte ufficiale della 13° edizione della Coppa del Mondo (1986). (QUI per vederle)

Così arriviamo a Italia ’90. Alla fine venne raffigurata un’immagine stilizzata di un calciatore con la testa a forma di pallone e il corpo composto da cubi colorati di bianco, rosso e verde che, se venivano composti, formavano la parola Italia. Si avvicinava ad un’opera futuristica. Mascotte che non aveva alcun riferimento storico per l’appunto, e totalmente differente da quelle realizzate nelle edizioni precedenti. A disegnarla fu Lucio Boscardin, un pubblicitario che successivamente svelò come l’ispirazione di sviluppare quella struttura gli venne mentre si trovava in coda in macchina durante una giornata di pioggia in Corso Buenos Aires a Milano, osservando un semaforo che da rosso diventava arancione e infine verde. A maggio Lucio vinse il concorso e due membri del COL gli comunicarono la vittoria.

Sei mesi più tardi, l’ideatore della mascotte si presentò in pompa magna al Quirinale per la presentazione ufficiale davanti al presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Peccato che la sua creatura disegnata non fu del tutto accettata; anzi, divise pubblico e critica. Per alcuni, tra cui Gigi Riva, la mascotte era inguardabile, per altri era simbolo di dinamismo e creatività. Tante discussioni ci furono in merito: si passò dall’essere criticata come una figura fredda, all’essere elogiata come un condensato dello spirito di una nazione.

IL NOME SCELTO

L’allora direttore della Gazzetta dello Sport definì la mascotte un “pinocchietto”. Ma comunque, tra una critica e l’altra, l’opera di Boscardin non venne rigettata. Al contrario, bisognava passare alla fase 2, darle un nome. Nel marzo del 1989 fu avviato un referendum nazionale in cui si dava la possibilità agli italiani di decidere, all’interno del 14° pronostico della schedina del Totocalcio, il nome della Mascotte. Le scelte erano tra: Amico, Beniamino, Bimbo, Ciao e Dribbly. Cinque candidature scelte da alcuni pubblicitari italiani sulla base di un’indagine demoscopica. Stravinse Ciao dopo 11 settimane.

Incredibilmente la mascotte ebbe un successo inaspettato, e segnò anche la sperimentazione di nuovi linguaggi, gadget e poster. Un boom a livello commerciale incredibile, visto che Ciao fu l’unico ad essersi differenziato dal banalissimo pupazzetto simbolo delle altre edizioni della Coppa del Mondo. Un successo arrivato anche dalla divisione che si creò all’interno dell’opinione pubblica, tra chi lo considerava un capolavoro e chi antiestetico. Una figura ben pensata e avanguardistica che rientra a tutto tondo nella cultura del nostro paese e che resterà per sempre nella storia del calcio italiano.

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