24 settembre 1975: quando in Italia venne abolito il nero per i portieri

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IL NERO PER I PORTIERI, IL SIMBOLO DEL CALCIO DI UN TEMPO

Il completo nero. Un outfit che per anni distingueva chi difendeva la porta dai giocatori in movimento, e che di conseguenza sprigionava un fascino incredibile. Una divisa monocromatica che è stata il simbolo di un calcio di un tempo, quello in cui si creavano dei soprannomi ad hoc. Come Lev Jasin, il famoso Ragno Nero nonché numero uno dell’Unione Sovietica degli anni ’60 e primo portiere a conquistare il Pallone d’Oro. Il suo all black, spezzato soltanto dal CCCP ricamato in bianco sul petto, ha contribuito a rendere ancora più leggendaria la sua carriera. Ma anche l’Italia ha avuto il suo Ragno Nero: l’eroe di Glasgow prima e Manchester poi, Fabio Cudicini, storico portiere rossonero e grande protagonista nella cavalcata europea del 1969, culminata con la vittoria in Coppa Campioni contro l’Ajax di un giovane Johan Cruijff.

In Italia, però, il nero per i portieri venne vietato il 24 settembre 1975. A Viareggio ci fu una riunione degli arbitri in vista dell’inizio di campionato. La motivazione non era di carattere politico, ma c’era la necessità di differenziarsi dagli arbitri, fedelissimi alle loro “giacchette nere”. Il divieto fu assoluto e segnò una svolta drastica, anche se la notizia era nell’aria da un pezzo. L’Italia era rimasta l’unico “grande” paese europeo a far vestire in quel modo i portieri nei tornei nazionali. Nelle Coppe del mercoledì e nei campionati esteri, infatti, si stavano già vedendo da tempo portieri che vestivano divise di tutt’altro colore. Non che fosse un obbligo vestire di nero nel nostro paese, ma negli anni era diventato una tendenza.

Le uniche concessioni cromatiche erano riservate a colletto e polsini, dove risaltavano i colori sociali. Il giallo delle stelle, invece, era concesso solo a Juventus e Inter. Pochi furono gli stemmi societari cuciti sul davanti. Tornando a quel settembre 1975, venne dato un colpo alla tradizione delle maglie dei portieri. Per non confondersi con l’abito nero dell’arbitro, gli estremi difensori furono obbligati a cambiare colore.

I TEMPI CHE STRINGEVANO

Il problema erano i tempi. A settembre la stagione era già partita. Tutte le squadre cercarono in maniera disperata il colore giusto per i loro portieri. Anche perchè la regola era chiara, così come le sanzioni, tra cui l’acquisto di dieci flaconi da cinque litri di Candeggina Ace, e di tante scatole di pennarelli Carioca Jumbo da ventiquattro per quanti sono i componenti della rosa, terzo portiere della Primavera incluso. L’intento doveva essere quello di scolorire la maglia, in modo da dipingerla di altre tinte. Fu un momento destabilizzante e confusionario per tutto il calcio italiano. La deadline era il 5 ottobre 1975, giorno in cui iniziava la prima giornata di campionato. Con presidenti pronti a spendere qualsiasi cifra, i magazzinieri erano chiamati al miracolo.

Furono rovistati tutti gli armadi dei magazzini nascosti dello stadio in modo da trovare vecchie maglie colorate. Si esplorarono stanze segrete, cercando nei bauli riposti negli angoli più bui degli spogliatoi. Niente da fare. Si fece l’assalto ai sarti di fiducia, con le maglierie costrette a doppi e tripli turni di produzione. Niente fu lasciato al caso. Si attivarono perfino i portieri in persona. La maggior parte incuriositi di questa novità cromatica. Dino Zoff, che già in passato nelle Coppe aveva abbandonato il suo nero per un azzurro europeo (che poi si scoprì essere la seconda maglia della Juventus dei primi anni ’70), cercò di velocizzare le operazioni. Coi tempi che stringevano, occorreva giocare d’astuzia e in anticipo. Messa da parte la divisa nera, Zoff si vestì di verde pisello per la prima partita di Coppa Uefa in Bulgaria il 15 settembre 1975.

La prestazione fu disastrosa. Due gol subiti e tanti pensieri sul colore da scegliere per il futuro. Sei giorni più tardi era previsto il turno di Coppa Italia. Una volta che il numero uno della Nazionale tornò a Torino, tramite l’amico Luciano Castellini, il suo fornitore di guanti, si procurò l’indirizzo di una bottega di Amsterdam, che era una tabaccheria con annesso negozio di articoli da pesca, gestita da un personaggio che si dilettava come portiere.

IL GIALLO SCELTO DA ZOFF

Zoff prese una delle sue foto-cartoline, quelle destinate ai tifosi, con tanto di autografo incorporato. Sul retro scrisse poche righe, con l’aggiunta di una frase: “Piacerebbe provare tua maglia gialla, stop. Spedire a Juventus, Galleria San Federico 54 – Torino. Porto assegnato. Grazie, DZ”. La risposta fu istantanea, con il pacco che arrivò a destinazione due giorni più tardi. Zoff si presentò a San Benedetto del Tronto il 21 settembre 1975 con una maglia giallo-canarino arrivata direttamente da Amsterdam e mandatagli personalmente da Jan Jongbloed, il portiere dell’Olanda di Cruijff, seconda al mondiale tedesco del ’74, nonché padrone del negozio e chiamato “tabaccaio volante”. Successivamente Zoff vestì una fotonica divisa targata Adidas, con il paricollo, le tre strisce nere sulle maniche e i polsini elastici. Dietro il numero uno, mentre sul petto la stella e lo scudetto vinto a maggio.

Nei suoi occhi c’era ancora il ricordo di quell’ultima giornata contro il Lanerossi Vicenza del 18 maggio 1975, vinta 5-0. La nuova maglia non portò bene a Zoff, che prese altri due gol dalla Sambenedettese, formazione di Serie B. Fu un pomeriggio da dimenticare per l’estremo difensore, deriso dall’attaccante avversario Francesco Chimenti in un faccia a faccia stile western. La partita si concluse col punteggio di 2-2, con la Juventus che salutò prematuramente la Coppa Italia. La maglia gialla venne abbandonata del tutto e rispedita in Olanda alla tabaccheria di Amsterdam. Intanto arrivò il 5 ottobre 1975, la prima di campionato senza il nero dei portieri. Una svolta epocale. Diversi scelsero il verde, Dino compreso. Altri il grigio. Albertosi rimase uguale con il suo maglione giallo, visto che di nero non si era mai vestito.

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