Quel Galatasaray-Juventus del 1998, nel bel mezzo dell’intrigo Ocalan

La storia del sofferto pareggio della Juventus a Istanbul in una gara con mille altri risvolti

Galatasaray Juventus Ocalan

Nel dicembre del 1998 la Juventus affrontò la trasferta di Istanbul contro il Galatasaray in un clima surreale per via del caso Ocalan. Il leader curdo, infatti, si trovava in Italia ma la Turchia ne chiedeva l’estradizione, trovando la resistenza del governo tricolore.

LA JUVE, IL GALATASARAY E…ABDULLAH OCALAN!

La stagione 98-99, per la Juventus di Marcello Lippi, rappresentò un tortuoso cammino verso un ciclo ormai finito. I bianconeri, appagati da anni di successi, disputarono un campionato anonimo, con tanto di avvicendamento in panchina nella seconda parte, con l’arrivo di Carlo Ancelotti. Le cose, invece, andarono decisamente meglio in Champions League, dove i Campioni d’Italia in carica si spinsero sino alle semifinali. Durante il percorso europeo, però, la Juventus si trovò nel bel mezzo di un vero e proprio caso diplomatico, che mise a rischio anche l’incolumità degli stessi calciatori. Senza addentrarci, come al solito, troppo nell’aspetto politico, facciamo un brevissimo riepilogo di quella che era la situazione.

Il 12 novembre del 1998, all’aeroporto di Roma, la polizia fermò Abdullah Ocalan. Costui era il leader del PKK (partito dei lavoratori del Kurdistan) che da anni lottava per l’indipendenza del suo popolo dalla Turchia. Per il governo turco, invece, altro non era che un terrorista che attentava alla sicurezza nazionale e pertanto era ricercato e pronto ad andare a processo con la certezza di venire condannato alla pena di morte. Al momento del suo arrivo sul suolo italiano, le versioni sono 2 e si differenziano abbastanza tra loro. Nella prima, Ocalan mostrò un documento falso, spacciandosi per un normale cittadino turco ma fu riconosciuto e prelevato, dato che sulla sua testa c’era un mandato di arresto internazionale emanato dalla Germania.

Nella seconda ipotesi, invece, si narra che fu lo stesso leader curdo a consegnarsi alle autorità, chiedendo asilo politico. La sua presenza in Italia, chiaramente, si trasformò immediatamente in una patata bollente per il governo D’Alema, in carica da pochissime settimane. La sinistra italiana (e perfino la Lega Nord) spinse subito per concedere l’asilo politico e la necessaria protezione a Ocalan. Di contro, Germania e Stati Uniti appoggiarono la posizione della Turchia e chiesero l’estradizione del leader curdo. In Turchia, la situazione degenerò presto. Considerandolo un pericolosissimo criminale, capace di uccidere oltre 30 mila persone, il popolo turco manifestò pesantemente contro l’Italia, bruciando anche il tricolore.

Il governo italiano, dal proprio canto, si trovò nel bel mezzo di un marasma. Le pressioni internazionali inducevano D’Alema e soci a rimandarlo in Turchia ma questo avrebbe creato due enormi problematiche. In primis, sarebbe stato un chiaro segno di disinteresse verso la battaglia che da anni portava avanti il popolo curdo. Poi, aggravante ulteriore, su Adbullah Ocalan pesava la certezza di andare incontro alla pena di morte: il diritto costituzionale italiano, infatti, impedisce l’estradizione in questi casi. Nel bel mezzo del pasticcio Ocalan, che si protrasse per ben 65 giorni, si andò magicamente ad incastrare la sfida di Champions League del 25 novembre tra il Galatasaray e la Juventus, da disputarsi proprio a Istanbul.

IL MATCH CON 22 MILA POLIZIOTTI IN ZONA

Con l’avvicinarsi della sfida, crebbero anche le tensioni all’interno dell’ambiente bianconero. L’allora presidente del club, Vittorio Chiusano, manifestò apertamente i propri timori per una trasferta che si preannunciava infuocata. Pochi giorni dopo, intimorita per le proteste sempre più vibranti del popolo turco sul caso Ocalan, la Juventus chiese ufficialmente all’UEFA di disputare la sfida col Galatasaray in campo neutro. Una prospettiva che, però, la federazione calcistica europea rigettò immediatamente. Il Galatasaray, infatti, non era ritenuto minimamente responsabile della situazione. Guidando il girone con 7 punti, il club turco meritava di giocarsi il primato dinanzi al proprio pubblico.

Nel bel mezzo della bagarre, si inserì anche Zeman. Al tempo tecnico della Roma, appena pochi mesi prima aveva rilasciato le famose dichiarazioni doping contro i bianconeri. Il boemo affermò che la Juventus non poteva decidere assolutamente nulla e avrebbe dovuto giocare la sfida senza troppe storie. Più distensive, invece, furono le parole di Gherghe Hagi. Il fuoriclasse rumeno del Galatasaray tranquillizzò la Juve sul fatto che sarebbe stata solo una partita, seppur importante per entrambe le compagini. L’unica cosa concreta che l’UEFA decise di fare, fu rinviare la partita di una settimana.

Inoltre, si raccomandò con le autorità turche per garantire la massima sicurezza al club italiano. Lo spostamento della gara, anziché calmare le acque, inasprì ancora più la posizione del turchi. Basti pensare che il Besiktas, da sempre rivale storico del Galatasaray, acconsentì addirittura a spostare il derby tra le due squadre per permettere ai giallorossi di arrivare riposati allo scontro con la Juve. In città, intanto, le manifestazioni continuavano e iniziarono ad apparire perfino fotomontaggi di Ocalan con la maglia bianconera. La stessa Juventus, intanto, decise di restare soltanto 24 ore sul suolo turco, ripartendo subito dopo il match.

Ad accompagnare la squadra italiana, anche due ministri (Fassino e Melandri), con la speranza di poter incontrare una delegazione turca e ricomporre lo strappo. La riunione, alla fine, non si fece. Ciò nonostante, il governo turco garantì la massima sicurezza per lo svolgimento della sfida. Nei dintorni dello stadio e all’interno della struttura, si contavano ben 22 mila poliziotti. In un clima surreale, sarebbe andato in scena un match decisivo per le sorti di entrambe le squadre. Come detto, il Galatasaray comandava il girone, mentre la Juventus, che aveva sempre e solo pareggiato fino a quel momento, inseguiva a ruota e si giocava la qualificazione col Rosenborg.

LA SFIDA TRA LE DUE SQUADRE

All’arrivo a Istanbul, la Juventus fu accolta più che discretamente. Basti pensare che Mehmet Gul, leader dei Lupi Grigi (gruppo di estrema destra), portò un mazzo di fiori bianchi ai bianconeri, per rasserenare la situazione. Per l’importante gara, Marcello Lippi decise di schierare la sua Juventus con un 4-4-1-1. Tra i pali andò Angelo Peruzzi, che poi si infortunò nel corso della partita, lasciando il posto a Rampulla. La difesa, da destra verso sinistra, vedeva la presenza di Birindelli, Ferrara, Montero e Iuliano. A metà campo avrebbero giostrato Conte e Pessotto sulle fasce, con la meteora francese Blanchard in mezzo, adiuvato dal connazionale Deschamps. Zinedine Zidane, il più acclamato, avrebbe supportato l’unica punta Inzaghi.

Il Galatasaray di Fatih Terim, di contro, schierava elementi di grande spessore come il portiere Taffarel, i rumeni Popescu e Hagi, il bomber Hakan Sukur e l’ossatura della nazionale turca. Dopo un avvio di gara caratterizzato dagli assordanti fischi dei tifosi locali e da alcuni falli dei calciatori giallorossi su Zidane, si delineò chiaramente il tipo di sfida. Regnò la paura, la partita fu brutta e piena di interruzioni. La Juventus, pur con la paura di perderla, tentò più volte di portarsi in vantaggio e vi riuscì a 20 minuti dal termine col subentrato Nicola Amoruso. Il gol, che avrebbe praticamente dato la qualificazione ai bianconeri, non fu però sufficiente a portare a casa il bottino pieno. Nel recupero, infatti, Montero commise un fallo ingenuo, regalando una punizione ai turchi.

Hagi pennellò un cross che, dopo un batti e ribatti, finì tra i piedi di Suat per il definitivo 1-1. La situazione si risolse una settimana dopo, quando si disputò l’ultima giornata. La squadra di Lippi superò tra le mura amiche i norvegesi del Rosenborg per 2-0, mentre i turchi persero a Bilbao, finendo secondi alle spalle del team italiano. Il caso Ocalan, invece, si concluse diverse settimane dopo. L’Italia, non vedendo una via d’uscita allo spinoso caso, chiese al leader curdo di lasciare il Paese. Arrestato in Kenya, l’uomo evitò la pena di morte su pressione dell’UE, finendo in un carcere di massima sicurezza. Ecco, infine, un video con le immagini di quel surreale incontro tra Galatasaray e Juventus, disputatosi proprio nel bel mezzo del caos internazionale su Adbullah Ocalan:

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