Paolo Baldieri, la promessa mancata del calcio italiano che ora fa gelati

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PAOLO BALDIERI, UNA PROMESSA MANCATA DEL CALCIO ITALIANO

Avere delle aspettative, nel calcio come nella vita, è più che doveroso. Fissarsi degli obiettivi, intraprendere un certo percorso, significa fare delle scelte ponderate che poi andranno ad influire sul risultato finale. L’importante è non sottovalutarsi, un errore che nel mondo del calcio hanno fatto in molti e che, di conseguenza, hanno pagato a caro prezzo. Tra questi troviamo Paolo Baldieri, ex attaccante degli anni ’80 e ’90, che da grande promessa si è rivelato tutt’altro. Nato a Roma il 2 febbraio 1965, prese dal padre l’amore per la fede giallorossa, diventando un tifoso accanito. Oltre alla passione, Baldieri si mise subito in gioco come calciatore provetto, iniziando a frequentare le scuole calcio, in particolar modo quella di Romulea. Era un centravanti magro, veloce e particolarmente dotato tecnicamente; e poi quel mancino, semplicemente telecomandato che gli permetteva di dare spettacolo. Due i fattori che gli mancavano: cattiveria e carattere.

Si perchè Baldieri aveva un temperamento quasi da “bambino”, quindi timido, insicuro di sè, introverso. Tutte doti che andavano controcorrente al mestiere del calciatore, specie a chi puntava a grandi livelli. “Guarda che sei molto bravo”, gli dissero più volte i tecnici che lo allenarono. Nel 1981 gli osservatori della Roma lo notarono e Baldieri entrò nel settore giovanile romanista, un sogno per un ragazzo che fino a poco tempo prima andava all’Olimpico a sostenere la “Maggica”. Paolo era l’unico che proveniva dalla Romulea, dunque non conosceva nessuno e la sua timidezza incise con una certa irruenza durante il provino. “Ehi tu, se non ti fai vedere non beccherai una palla”. L’attaccante sfidò tutti i suoi problemi, iniziando a prendere confidenza con i suoi coetanei che gli sembravano dei giganti. Alla fine prese i complimenti di dirigenti, staff e allenatore.

Passato un anno, il Barone Liedhom, nonché tecnico della Roma, andò a guardarsi svariate partite della Primavera per valutare attentamente Baldieri. Bastarono pochi minuti allo svedese per capire che quella punta mancini aveva la stoffa del campione. Paolo venne aggregato in prima squadra nell’estate ’82 e 9 mesi più tardi vincerà lo scudetto. Lo spazio concessogli non poteva che essere ridotto, con la prima panchina solamente alla terz’ultima giornata. In compenso, il 14 aprile 1983 arriverà la gioia per l’esordio con gol nella sfida di Coppa Italia contro l’Avellino.

L’ESORDIO IN SERIE A

La stagione 83-84 sarà intensa per la Roma, che arriverà fino alla finale di Coppa Campioni poi persa in casa ai calci di rigore contro il Liverpool. Baldieri rimase aggregato in prima squadra ma il minutaggio non si alzò mai dallo “zero”. D’altronde era un’epoca molto difficile per lanciare giovani, visto che si giocava con quei soli 13/14 di movimento fra campo e panchina. L’esordio in A avvenne il 6 maggio 1984 contro il Catania. A marcarlo ci fu Claudio Ranieri, che dovette usare le brutte maniere per cercare di limitarlo. In giallorosso lo spazio era sempre più ristretto e a Baldieri non restava altro che andare via in prestito.

L’occasione gli si presentò nell’estate 1984, quando andò al Pisa in Serie B trovando più continuità e rendendosi protagonista della promozione in massima serie. L’intesa venutasi a creare col suo compagno di reparto Wim Kieft si rivelò la chiave di quella stagione.

Nella stagione 85-86 i toscani retrocedettero subito in cadetteria, ma in compenso Baldieri giocò tutte e 30 le partite del torneo mettendo a segno 7 reti, risultando il miglior marcatore della squadra. Il successo dei pisani nella Coppa Mitropa contro gli ungheresi del Debrecen, rese la stagione meno amara. La Roma decise così di riportarlo a casa dopo il grande biennio al Pisa. Si pensava che l’esperienza gli avesse fatto acquisire un po’ di maturità ma invece i giallorossi dovettero ricredersi. Nonostante ciò, a 21 anni Baldieri era una delle promesse più luminose del calcio italiano. Il giovane si rese grande protagonista anche con la nazionale azzurrina Under 21 guidata da Azeglio Vicini. Agli Europei del 1986, Paolo stupì tutti: 9 gol in 14 partite in una squadra che con Giannini, Mancini e Vialli perse la finale contro la Spagna.

Le relazioni nei confronti dell’attaccante erano tutte positive e lusinghiere a livello tecnico, ma sul piano temperamentale numerose erano le note dolenti. La Roma lo scaricò definitivamente, decidendo di non puntarci più. Su Baldieri si fiondarono diverse squadre di Serie A e alla fine fu l’Empoli a spuntarla.

TANTI PASSAGGI A VUOTO

Il campionato dei toscani (87-88) fu disastroso a causa della penalizzazione e di una retrocessione quasi annunciata a inizio anno. Paolo segnò solo una volta, non convincendo appieno. Andò in Serie B a giocare con la maglia dell’Avellino dove, al contrario, sfoderò prestazioni brillanti che gli valsero il coro personalizzato della curva irpina sulle note di “La Notte Vola” di Lorella Cuccarini. Dopo un ritorno da minestra riscaldata alla Roma nella stagione 89-90, con cui racimolerà 11 presenze e 0 reti, Baldieri intuì che la sua carriera non poteva che continuare in provincia. Giocò a Pescara per la stagione 90-91 e a Lecce per quella successiva, sempre in Serie B. In Salento Paolo trovò quella redenzione che stava cercando, venendo accolto dalla terra leccese nonostante l’etichetta di “attaccante bravo ma poco concreto”.

Al primo anno la squadra sfiorò la Serie C, mentre nella stagione 92-93 il Lecce guidato da Bruno Bolchi raggiunse la Serie A. L’annata 93-94 fu fallimentare per la squadra, che conquistò solo 11 punti e un ultimo posto in classifica. Per Baldieri, invece, quella stagione fu il suo ultimo grande acuto ai massimi livelli con 7 reti. La rete contro la Reggiana del 17 aprile 1994 sarà l’ultima in Serie A, prima di una tournée amichevole in Messico con la maglia del Milan, con cui realizzerà 7 gol. A 29 anni la carriera di Paolo era sul viale del tramonto. Fece una stagione in B a Perugia, una in C a Torre Annunziata nel Savoia e infine al Civitavecchia. Chiuse col calcio nel 1998 con un curriculum che avrebbe potuto essere più denso delle 18 reti in A e delle 50 totali.

“Mi sono mancate due caratteristiche fondamentali, il carattere e la cattiveria. Queste lacune caratteriali non mi hanno permesso di sfruttare a pieno il mio notevole potenziale. Non avevo grande fiducia nelle mie capacità e spesso mi sottovalutavo. Il problema è che io giocavo fondamentalmente per divertirmi e alla fine posso dire di essermi divertito. Sono riuscito a dare il meglio di me in provincia dove non c’erano troppe pressioni. Comunque non ho grandi rimpianti anche perché il calcio per me non è mai stata una priorità assoluta. Nella mia vita oltre alla carriera da calciatore ho sempre dato molto spazio alla famiglia e alle mie passioni”. 

PAOLO BALDIERI E L’AMORE PER I GELATI

Nel 2008 si trasferì a Lecce, cambiando letteralmente vita. Dopo corsi specifici, aprì una gelateria producendo gelati artigianali. Baldieri si mise in proprio anche con la pesca: ogni mattina, ancora oggi, si sveglia prima delle 5 e con canna e lenza si mette lì, con grande pazienza, a pescare. E’ diventato anche insegnante per spiegare tutti i segreti della disciplina marina. Insomma, alla fine tutto quel talento che aveva fin da ragazzino nel giocare a calcio, gli è servito per costruirsi il futuro. Il rimpianto è uno: aver creduto poco in sè stesso.

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