Alviero Chiorri, il “Marziano” che non volle mai spiccare il volo

Alviero Chiorri

Alviero Chiorri è uno dei più grandi rimpianti del calcio italiano. Un fantasista dai mezzi tecnici straordinari, che si impose giovanissimo, facendo innamorare il pubblico della Samp. Poi tanti problemi e un’apatia che non gli ha mai permesso di consacrarsi. Tra bravate, stranezze, depressione e Cuba, la travagliata storia di una delle figure più affascinanti del nostro movimento calcistico.

ALVIERO CHIORRI, IL MARZIANO DELLA SAMP

Calzettoni perennemente abbassati alla Omar Sivori e un vastissimo repertorio di finte, controfinte, dribbling, colpi di tacco, accelerazioni e meravigliose punizioni. Alviero Chiorri aveva davvero tutto, da un punto di vista tecnico, per poter essere tra i più grandi. Non ha voluto o, forse non è stato in grado. Complice una mentalità scanzonata che l’ha accompagnato per tutta la durata della sua carriera. Apatico, a tratti più bello che utile e con poca voglia di migliorarsi. Nato a Roma, dopo aver iniziato nelle giovanili della Pro Roma, squadra minore della Capitale, nel 1975 è davanti ad un bivio. Finalmente, a suon di prestazioni mostruose con i suoi coetanei, la Roma si è accorta di lui. C’è la possibilità di vestire giallorosso ma qualcuno lo consiglia.

A Trigoria, secondo questa fonte, prendono solo chi è davvero fortissimo o chi è raccomandato. Alviero non si sente nè l’uno e nè l’altro, nonostante abbia le doti tecniche per poter entrare tranquillamente nella prima delle due categorie. Alla fine, comunque, il volo lo spicca lo stesso ma in direzione Genova, per vestire il blucerchiato della Sampdoria. Dopo aver conquistato il torneo di Viareggio, entra nel giro della Prima Squadra. I compagni, non appena lo vedono, ne rimangono estasiati. Un certo Marcello Lippi, tra i veterani di quella squadra, afferma di aver visto in pochi altri simili qualità tecniche e fisiche. Esordisce in Serie A a 17 anni ma il primo vero assaggio di grande calcio lo ha in Coppa Italia.

Gioca e diverte nel 3-3 contro la Fiorentina, mostrando tutto il suo infinito repertorio. E’ talmente ispirato, da irridere ripetutamente il suo marcatore Roggi. Esagera al punto tale che una leggenda come Giancarlo Antognoni gli si avvicina e gli intima di smetterla. Il tecnico Eugenio Bersellini lo stima, pensa di poterlo “raddrizzare” e farne un campione. Lo convoca per il ritiro estivo e lui si presente in tenuta da spiaggia con bermuda, sandali, orecchini e collana. Si becca una bella ramanzina, la prima di tante. La stagione della Samp, tuttavia, è molto travagliata. Chiorri trova poco spazio ma quanto basta per far innamorare il pubblico del Marassi, che gli conia il soprannome di “Marziano”.

IL RIFIUTO ALL’UNDER 20

Pur nelle difficoltà dei blucerchiati, che finiscono per retrocedere, Alviero si mette in mostra in quelle 8 presenze che Bersellini gli concede. Sa farsi volere bene anche dai veterani, tanto che la sera inizia a uscire stabilmente con loro. In questo periodo, tra l’altro, ha modo di fare amicizia con i New Trolls. Il 20 marzo trova il suo primo gol in Serie A, battendo Boranga con un bel colpo di testa a Cesena. A 18 anni, rappresenta una delle poche note lieti della bruttissima annata della sua Sampdoria. Si accorge di lui anche la Nazionale Under 20, che lo convoca per i Mondiali di categoria in Tunisia.

Lui, a Coverciano, pensa bene di rifiutare, dicendo di aver già prenotato le vacanze e di preferire il mare e gli amici. Per tutta risposta, il dirigente federale Italo Allodi lo caccia in malo modo dal centro tecnico, facendolo addirittura portare via dai carabinieri. Una scelta folle che, ovviamente, gli preclude a lungo la possibilità di venir convocato dalle rappresentative italiane. Solo molti anni dopo, quando l’episodio era ormai archiviato come bravata di gioventù, il suo nome tornerà in voga. A quel punto, però, un infortunio (pubalgia) impedirà a Bearzot di testarlo per la sua Italia.

Archiviata troppo in fretta la parentesi con la Nazionale, Alviero Chiorri si rituffa nella sua vita blucerchiata. C’è da affrontare la Serie B, un campionato duro ma che gli può permettere di fare il salto di qualità e accumulare la giusta esperienza. E’ un titolare e lo sarà per ben 4 anni. Segna abbastanza e regala soprattutto assist e giocate, entusiasmando il pubblico. Nonostante una certa indolenza e una chiara discontinuità, il ragazzo ha ancora le stigmate del campione e la speranza comune è che, prima o poi, lo dimostri a tutti.

IL MATRIMONIO “CURATIVO” E LE TANTE INTEMPERANZE

In B, Chiorri gioca e diverte, eppure qualcosa continua ad andare storto. Nel 1978 si interessa a lui il suo primo mentore, Eugenio Bersellini, nel frattempo passato all’Inter. Il neo presidente blucerchiato Mantovani, però, si impunta e blocca la cessione. Pensa di farne un fulcro futuro della sua Samp. L’Inter dirotta la attenzioni su Beccalossi e un anno dopo vince lo scudetto. E’ il secondo grande treno, dopo quello della Nazionale, che Alviero vede passare dinanzi a sè. Alla Samp gode della fiducia di Mantovani ma prosegue a far parlare di sè per le sue intemperanze. Al ragazzo piace la vita notturna e le voci di corridoio, che ovviamente giungono alla società, lo vogliono come un incallito playboy.

Per provare a frenarne l’indole, il club lo convince a sposarsi molto giovane (com’era abitudine al tempo per i calciatori). A 21 anni convola a nozze ma neanche il matrimonio ne placa l’esuberanza. Se in un primo periodo era solito uscire con i veterani della squadra, col passare del tempo inizia a sentirsi sempre più distante da loro, quantomeno nella vita privata. Approfondisce, invece, ancor di più l’amicizia con i New Trolls, nella fattispecie con il leader Vittorio De Scalzi, di 10 anni più grandi. Quest’ultimo, dopo una lunga frequentazione, definirà Alviero Chiorri un pazzo scatenato.

L’ultima stagione con la Samp, la 80-81, la vive con sempre più frenetici alti e bassi. Alterna prestazioni indecenti ad altre da “Marziano”. Soprattutto in una sfida contro il Milan, sfugge nettamente a Franco Baresi e Collovati per poi battere Piotti con un dolce scavetto. Sempre in questo periodo, si scopre un suo clamoroso particolare. Alviero, infatti, è solito giocare con due scarpe diverse. A sinistra porta il classico scarpino gommato con 13 tacchetti. A destra, invece, le bullonate a 6 chiodi. In questo modo, riesce a essere piantato con la gamba di appoggio ma libero di esprimere il suo talento col suo mancino.

LA COPPIA D’ATTACCO ALVIERO CHIORRI – ROBERTO MANCINI

Al termine dell’annata, il presidente Mantovani prende la dolorosa decisione di mandarlo in prestito al Bologna. E’ un modo per fargli fare esperienza in Serie A e testarlo contro i migliori calciatori del nostro campionato. In Emilia Romagna, si trova a comporre un attacco dal talento smisurato con altre due grandi promesse. Uno è Roberto Mancini, l’orgoglio della piazza rossoblù. L’altro è Marco Macina, forse quello con più doti tecniche ma anche quello che farà peggio. Non che il rendimento di Alviero Chiorri sarà tanto superiore. A Bologna colleziona appena 13 presenze e segna un solo gol. Soffre anche le difficoltà della squadra, che a fine anno retrocede. Per lui, si tratta della seconda retrocessione dell’ancor breve carriera.

Successivamente, proprio assieme a Mancini, torna alla Sampdoria con Renzo Ulivieri in panchina. Il tecnico, alla ricerca dei giusti equilibri tattici, fa fatica a farli convivere. Chiorri si sacrifica per due anni nel ruolo di ala, ben poco digesto. Gioca 33 volte, convince sempre meno e fa un solo gol. E’ il momento di dirsi addio e, a malincuore, la società blucerchiata è costretta ad ammettere il fallimento. Alviero non è mai esploso e, forse, non lo farà mai. Il presidente Mantovani gli dice chiaramente che è stato il suo più grande fallimento e lui, con la coda tra le gambe, riparte da Cremona, nella trattativa per Vialli. In futuro, anche Ulivieri spenderà parole al miele per il talento di Chiorri, definendolo addirittura più poeta e artista di Baggio o Mancini.

IDOLO INDISCUSSO ANCHE A CREMONA

Sceso in provincia, Alviero diventa rapidamente l’idolo assoluto della tifoseria cremonese. Dopo un nostalgico esordio contro la “sua” Sampdoria, fa impazzire i difensori del Torino nella vittoria per 2-1. Anche il pubblico grigiorosso intravede la classe immensa del “Marziano”. Sembra l’inizio di una nuova vita ma, sul più bello, il fantasista si infortuna. Priva del suo fuoriclasse, la Cremonese sprofonda in classifica e retrocede. Il seguente periodo in Serie B è, per Alviero Chiorri, di altissimo profilo. Il ragazzo sembra finalmente aver trovato un briciolo di continuità e soprattutto l’ambiente ideale per esprimersi. Nel corso del campionato 88-89, le cose sembrano davvero andare alla grande. La Cremonese è lanciatissima verso la promozione in A e Chiorri ne è fieramente uno dei leader a quasi 30 anni.

Poi, improvvisamente, inizia a perdere lucidità. Fa fatica ad alzarsi dal letto, non mangia, non ha più voglia di vivere. Ha strani pensieri, medita il suicidio e vive in perenne conflitto tra la realtà e le allucinazioni che la sua mente gli crea. E’ depresso, travolto dall’apatia. Medita di ritirarsi dal calcio, non ce la fa ad allenarsi e perde 11 chili. Inizialmente rifiuta le cure, poi segue un ricovero in clinica e ben 4 mesi di terapie. Tra i vari farmaci, assume anche del cortisone e dai 66 chili che aveva raggiunto ad inizio malattia, piomba addirittura a 90. Rivederlo su un campo da calcio appare impossibile ma l’affetto della piazza e la fiducia del mister Bruno Mazzia lo aiutano nel miracolo, da vero “Marziano”. Al 69′ dello spareggio promozione contro la Reggina, sul neutro di Pescara, viene spedito in campo.

LA GRANDE AMICIZIA CON MICHELANGELO RAMPULLA

Quel 25 giugno la sua Cremonese si sta giocando il ritorno in Serie A. La sfida è molto equilibrata e si trascina ai calci di rigore. Alviero, ovviamente, è uno degli incaricati alla battuta, essendo sempre stato uno specialista dei calci piazzati. Al momento della rincorsa, improvvisamente, è colto da un black out mentale. E’ come se per qualche istante la maledetta depressione si sia nuovamente impadronita di lui. Arriva sul pallone svuotato e il tiro è fiacco, sbilenco e termina la sua corsa fuori dallo specchio di porta. Il mondo sembra cadergli addosso, si sente responsabile e teme che il suo errore possa compromettere il sogno della sua gente. Ma a quel punto, il portiere Michelangelo Rampulla, uno di quelli che gli era stato più vicino durante la malattia, gli si avvicina e gli promette di parare il successivo tiro.

Cosa che puntualmente avviene, regalando alla Cremonese la promozione in Serie A. Il torneo 91-92 nella massima serie sarà anche l’ultimo della carriera di Alviero Chiorri. I grigiorossi, con una rosa forse non attrezzata per competere con le altre, finiscono per retrocedere subito. Il fantasista, però, trova il modo per “sdebitarsi” con l’amico Rampulla per il favore di qualche mese prima. Dal suo fatato sinistro, infatti, parte il perfetto traversone che pesca la testa del portiere nei minuti finali della sfida con l’Atalanta. La palla termina in rete e Rampulla diventa il primo estremo difensore nella storia della Serie A a segnare su azione. L’ultima della carriera di Chiorri, invece, è piuttosto indicativa. Alviero, infatti, la gioca a Marassi, contro la sua Samporia. Viene accolto come una vera star, tra cori e striscioni. Lì capisce che non può esserci un finale migliore e si ritira.

ALVIERO CHIORRI E LA PASSIONE PER CUBA

Un paio di anni dopo essersi ritirato a soli 33 anni, Alviero Chiorri si trasferisce a Cuba, come aveva sempre sognato. Lo fa senza mai lavorare, oziando e mischiandosi con la gente del posto, che lo apprezza senza neanche conoscere il suo passato da calciatore. Nell’isola caraibica, da alcune relazioni con donne del posto, ha altri due figli, oltre quello nato precedentemente dal suo matrimonio con Mara. Si diverte, vive la movida, frequenta i bar. Poi, quando capisce che ormai il tempo del divertimento è passato, decide di tornare in Italia.

Lo fa a modo suo, portandosi dietro entrambe le madri cubane dei due figli. Le mette a vivere entrambe nello stesso palazzo, lo stesso di sua madre, che assiste con amore dopo la morte del padre. A più riprese, quando è stato chiamato in causa, ha ammesso di aver fatto tante stupidaggini e di non aver avuto la testa giusta per sfondare. Avesse avuto quella, ne siamo certi, quel “Marziano” avrebbe davvero potuto spiccare il volo verso l’Olimpo degli dei del calcio! Invece ha preferito vivere per com’era, un uomo semplice con i suoi comuni vizi e le sue debolezze.

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