Ivan Valenciano, il colombiano “sbagliato” che l’Atalanta prese nel ’92

IVAN VALENCIANO, IL BIDONE COLOMBIANO DELL’ATALANTA

Di acquisti sbagliati, di scelte scellerate e incomprensibili, il calcio ne è pieno. Questione di visione, bravura, ma soprattutto di astuzia. I magnifici anni ’90 italiani sono stati contraddistinti sì dai grandi campioni che vi giocavano, ma anche da grandissimi bidoni arrivati da tutte le parti del mondo e durati una manciata di ore. Tra i tanti che rientrano in quest’ultima categoria, oggi parliamo di Ivan Valenciano, che a detta di molti dirà poco o nulla, ma che invece a Bergamo se lo ricorderanno bene. Attaccante colombiano classe 1972, Valenciano crebbe ed esplose con la maglia dell’Atletico Junior, club con cui aveva iniziato a segnare valangate di reti, 44 in quattro stagioni. I primi anni ’90 giovarono per tutto il movimento calcistico colombiano che, di fatto, stava attraversando il migliore momento della sua storia.

Oltre ai numerosi talenti che stava facendo emergere, la Nazionale si era qualificata ai Mondiali del 1990 e che ripeterà per quelli del ’94. Per la stagione 1992-93, l’Atalanta visse una fase di rivoluzione totale, soprattutto a causa dell’addio del giocatore più rappresentativo in quel momento, Claudio Caniggia, diretto verso la Roma giallorossa dopo tre annate piene di gol e grandi giocate. Oltre all’argentino, ci fu il cambio di guida tecnica, con l’esonero di Bruno Giorgi e l’arrivo di Marcello Lippi. Anche lo svedese Stromberg, ormai bandiera degli orobici, e il centravanti Bianchezi lasciarono Bergamo. Come acquisti, arrivarono Roberto Rambaudi, storica ala destra del Foggia di Zeman, Maurizio Ganz dal Brescia e altri due proveniente dal Sudamerica. Lippi aveva bisogno di rimpolpare l’attacco con diversi giocatori, visto che il vuoto lasciato da Caniggia andava colmato.

Dall’Argentina arrivò Leonardo Rodriguez, su richiesta dello stesso Lippi, mentre il secondo acquisto previsto sarebbe arrivato dalla Colombia, dopo che vari osservatori atalantini avevano individuato un paio di profili interessanti. Il primo nome che era stato messo in cima alla lista era quello di Faustino Asprilla, favolosa seconda punta colombiana e considerato uno dei migliori prospetti del paese. Insomma, tutti pensavano ad un possibile suo exploit in Europa, che avvenne ma non con la maglia dell’Atalanta.

UN ACQUISTO SBAGLIATO

Lippi aveva bisogno di un uomo in grado di garantire una buona dose di gol. Il secondo nome che compariva sul taccuino degli osservatori era quello di Ivan René Valenciano, più sconosciuto rispetto ad Asprilla ma che si era rivelato capocannoniere del girone sudamericano di qualificazione alle Olimpiadi. Lippi non lo conosceva, ma gli comunicarono che era un centravanti mobile, abile nello svariare su tutto il fronte offensivo, con buona tecnica e una grande predisposizione nel vedere la porta. Così, si dovette scegliere. Pochi anni prima il Bologna era incappato nella stessa situazione, andando ad acquistare Hugo Rubio al posto di Zamorano, che alla fine si rivelò un bidone colossale. La pressione di emulare il club emiliano nella scelta sbagliata era altissima.

Tra pensieri infiniti su chi fosse meglio o peggio, la scelta ricadde su Ivan Valenciano. E una volta acquistato, l’Atalanta non poteva più tornare indietro. A Bergamo c’era scetticismo, quasi nessuno lo conosceva e in molti non si capacitarono ancora della scelta di bocciare Asprilla. Ivan arrivò così in Italia, ma con qualche chilo di troppo che fece storcere il naso a qualcuno. La presentazione, una volta sbarcato a Bergamo con tanto di sciarpa nerazzurra al collo, non fu delle migliori. Neanche il tempo di farlo allenare, e le polemiche non tardarono ad arrivare. A redimerle ci pensò Franco Previtali, DS atalantino: “Osservo personalmente Valenciano da diversi mesi e posso assicurarvi che ha grandi doti tecniche e un innato istinto del gol. A me ricorda Boninsegna”.

Parole fortissime e, probabilmente, fuori luogo, che andarono ad influire sull’adattamento di Valenciano al calcio italiano. Effettivamente, da come si evinceva dal ritiro pre-campionato, con la palla tra i piedi Ivan ci sapeva fare, nello stretto ci sapeva fare. Ma tatticamente stava facendo una fatica incredibile. A capire i movimenti da fare per smarcarsi e ricevere un passaggio dai compagni. Lippi tentò in tutte le lingue di spiegargli per filo e per segno come si sarebbe dovuto muoversi, ma niente. Non c’era verso di riuscire ad inculcargli gli insegnamenti. E come succedeva spesso a chi veniva in Italia dal Sudamerica, se tatticamente non ci sai fare, non duri molto; a meno che non sei Maradona e vinci le partite da solo. Ma questo non era il caso.

FLOP TOTALE

Il problema della massa grassa era evidente. Lippi lo sottopose ad una dieta ferrea guidata da nutrizionisti particolari. Verdure bollite, pesce lesso e pasta al pomodoro era il menù tipico a cui doveva sottoporsi Valenciano. Intanto, il suo collega Asprilla era sbarcato a Parma, diventando in poco tempo un giocatore fortissimo e protagonista assoluto nelle vittorie europee della squadra ducale. L’Atalanta aveva capito già in partenza di aver preso il giocatore sbagliato, ma comunque cercò di rimanere ottimista su una possibile esplosione del giocatore. Il 6 settembre 1992, per la prima partita di campionato, la Dea ospitò il Parma, proprio le due squadre che avevano fatto la spesa in Colombia, con la differenza che una ci aveva azzeccato e l’altro no.

Lippi diede fiducia ad Ivan, schierandolo titolare in coppia con Ganz. A Bergamo non vedevano l’ora di poter ammirare questo colombiano sconosciuto ma di cui tutti parlavano bene. In quella gara Rambaudi fu letteralmente una spina nel fianco sulla fascia, continuando a seminare il panico e a mettere palloni interessanti per gli attaccanti. Alla prima azione ben assortita, Valenciano lisciò la palla, presentandosi così al pubblico del Comunale. I primi mugugni non tardarono ad arrivare. Ganz, invece, segnò subito portando in vantaggio l’Atalanta. Per Lippi bastarono quei 45 minuti per bocciarlo definitivamente, quando all’intervallo lo sostituì con Carlo Perrone. Gli orobici vinsero 2-1 e i giornali si rivoltarono contro Valenciano, giudicato lento, poco agile e impacciato. Alla seconda giornata contro la Juventus, Ivan non andò neanche in panchina, e forse aveva già capito quale sarebbe stato il suo futuro.

Contro il Milan a San Siro restò tutto il tempo in panchina, così come contro il Cagliari la partita seguente. Ganz e Rambaudi, insieme, erano funzionali; e di questo se ne accorse subito Lippi, che non volle più avere a che fare con Valenciano. In totale, a fine campionato, il colombiano registrò appena 5 apparizioni, la maggior parte da subentrato, a parte la prima. L’Atalanta, in compenso, chiuse la Serie A al settimo posto, sfiorando la qualificazione in Coppa UEFA. Il tifo atalantino gli riservò fischi su fischi e a fine stagione se ne ritornò all’Atletico Junior. Appese gli scarpini al chiodo nel 2009, dopo varie esperienze tra Ecuador, Brasile e Colombia. A Bergamo si staranno ancora mangiando le mani per aver scelto lui e non Faustino in quella famigerata estate ’92.

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